Ventiquattresima domenica del tempo ordinario B
Ci sono molte strade per arrivare alla verità della fede, spesso vie tortuose e complicate, come sono complicate le vie della vita.
Fino a un passato non molto lontano, la domanda religiosa era in qualche modo sostenuta da un senso più vivo della precarietà della vita.
Pensate che abbiamo ancora nel repertorio una preghiera tra le più popolari che addirittura definisce questo mondo “una valle di lacrime”: è un’espressione nata certamente in tempi nei quali le incertezze sul futuro e la precarietà della condizione umana erano avvertite con maggior forza, erano di fatto un assillo quotidiano e aprivano il cuore – forse in modo più spontaneo – a cercare nel cielo un rifugio, una speranza, ma anche un sostegno per le proprie certezze.
Non so se la vita terrena è ancora percepita come una “valle di lacrime”: di sicuro in questi ultimi decenni di rapidissimo progresso, questa valle abbiamo imparato ad arredarla bene.
Da un lato sono migliorate le nostre aspettative di vita e di benessere, dall’altro abbiamo creato un sistema di comunicazione e di connessione tecnologica che ci intrattiene in un flusso ininterrotto di sollecitazioni e di relazioni, un sistema che funge purtroppo anche da inconsapevole anestetico.
Viviamo di attimi, attimi che sono talmente densi di stimoli, che di fatto anestetizzano le nostre inquietudini, le nostre domande sul futuro, sul senso, su ciò che resta oltre questa vita.
Oggi però il Vangelo ci mette di fronte a una domanda, una domanda che proprio non sorge per niente spontanea, ma alla quale capiamo che è bene non sottrarci: «Voi chi dite che io sia?».
Non è che la domanda ci metta più di tanto in imbarazzo, perché viviamo nella cultura del “secondo me”, la cultura delle opinioni personali.
I social media, ad esempio, ci stanno allenando a esprimere opinioni su qualsiasi cosa, dalla medicina alla politica, dall’economia al meteo, dalla storia alla gastronomia.
Riusciamo sicuramente a dire anche qualcosa di religione… Anzi la religione è un campo nel quale siamo profondamente convinti che regni la libertà assoluta! E – badate – non la nobilissima e sacrosanta libertà di ascoltare e obbedire alla voce di Dio, ma l’opportunità incalpestabile di avere un parere, di esprimere un giudizio, di determinare noi la religione vera e giusta.
Riguardo a Gesù Cristo è difficile che si senta parlare male: nel nostro mondo occidentale c’è una netta maggioranza di simpatizzanti.
Di fatto, però, Gesù rischia di diventare un simbolo, una bandiera buona per mille cause diverse. Diceva qualcuno che troppo spesso Gesù è diventato solo un pretesto per parlare di altro.
E qui sicuramente la colpa è anche di una diffusa ignoranza in materia religiosa che registra anche il fallimento della nostra catechesi e dei nostri insegnamenti comunitari.
Un Gesù che sta bene con tutto è un Gesù che inutile, è un Gesù che sostanzialmente non esiste. La domanda posta oggi dal Vangelo è cruciale.
A questo proposito, ricordo una omelia che il Cardinale Biffi rivolgeva a un gruppo di giovani universitari.
«Vedete, credere che Gesù è un uomo come noi (magari un grande pensatore, un geniale fondatore di religioni, un promotore della solidarietà e della giustizia, il “primo socialista” o l’annunciatore di ogni libertà umana), non è difficile, ma non è salvifico: un uomo in più non ci basta e non ci serve».
Perché per quanto ci possiamo sforzare di essere originali, il Gesù delle opinioni della gente è comunque una figura classificabile nell’ambito del già noto: gli si riconosce di essere una persona eccezionale, ma comunque una in mezzo a tante della sua categoria: un profeta, un genio religioso, un liberatore, un rivoluzionario politico o sociale; per altri una leggenda, comunque un uomo inaccessibile, una specie di simbolo…
«L’importante – diceva ancora il Cardinal Biffi – è metterlo in qualche scompartimento previsto; così, quando è sistemato in un cassetto ed etichettato, non è più un caso unico e non turba più».
Vale la pena di ricordare che il momento in cui Gesù pone questa domanda ai suoi discepoli è assolutamente decisivo nella narrazione dell’evangelista Marco.
Tutti i commentatori riconoscono nel brano che abbiamo ascoltato uno spartiacque.
Fino a questo momento, Gesù aveva sempre tentato di imporre il silenzio riguardo a stesso e alla propria identità: ogni volta che compiva un miracolo imponeva – senza riuscirci troppo, per la verità – di non raccontare niente a nessuno.
Ora invece abbiamo letto che da quel momento – cioé dal momento in cui Pietro lo chiamò apertamente con il nome che identifica la sua identità e la sua missione («Tu sei in Cristo») – Gesù «cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere».
Di più, l’evangelista Marco (che sappiamo essere colui che raccolse la testimonianza diretta di Pietro) aggiunge che Gesù faceva questo discorso “apertamente”.
Perché la risposta di Pietro (cioè che Gesù è il Messia, l’Inviato di Dio) è giusta, senza alcun dubbio, ma ancora insufficiente, e Gesù sente la necessità di precisarla.
Gesù intravede che la gente potrebbe servirsi di questa risposta per dei disegni che non sono i suoi, per suscitare false speranze su di lui.
Ma riguardo alla identità di Gesù, non c’è e non ci può essere nella Chiesa alcun pluralismo. Riguardo a Cristo non c’è spazio per nessun “secondo me…”. Se non hai la fede di Pietro, sei fuori e basta.
A questo proposito, sarei tentato di leggervi alcune frasi che troviamo nelle prime testimonianze cristiane che di solito non vengono molto citate nelle omelie:
Come l’apostolo Giovanni, il discepolo prediletto, colui che ci ha rivelato che Dio è amore… Scrive: «Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo» (2Gv 10).
Oppure il grande discepolo di Giovanni il martire Ignazio di Antiochia: «Vi metto in guardia dalle bestie in forma d’uomo, che non solo voi non dovete accogliere, ma, se è possibile, neppure incontrare. Solo dovete pregare per loro perché si convertano, il che è difficile» (Ignazio, Agli Smirnesi IV, 1).
Il nocciolo della questione è tutta qui: Gesù è “uno dei…” o “il”?
Essere “cristiani” significa avere capito che Gesù è “il”, che non ci sono qualifiche adeguate a lui, che è una singolarità assoluta. Su Cristo non c’è possibilità di dibattito.
Ma è una fede difficile, e per questo va continuamente ravvivata. Ed è proprio lo stesso Pietro a testimoniarlo con la sua reazione, che gli varrà il più tremendo dei rimproveri di Gesù, che il Signore non riservò neanche a Giuda: «Va’ dietro a me, Satana».
Gesù non si è incontrato fatalmente o per sbaglio con la croce, la sua è stata una scelta consapevole, desiderata e voluta di andare incontro a quella croce che lui sapeva che lo attendeva l’ha abbracciata con amore forte e deciso.
La chiave di tutto sta in un verbo che abbiamo ascoltato e che ritengo essere la parola più scioccante e scandalosa di tutto il Vangelo: il verbo “dovere”, che nel testo è più volte sottinteso, ma che vale qui la pena di evidenziare:
«Cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, doveva essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, dovevavenire ucciso e, dopo tre giorni, dovevarisorgere».
Nel pensiero comune, il verbo “dovere” fa rima con tutto, tranne che con “amare”.
Oltretutto noi viviamo il “dovere” come la negazione della libertà.
Noi pensiamo all’amore come una relazione che appaga, che gratifica, che stimola, che conferma, Gesù pensa invece all’amore proprio come al dovere, alla necessità, al bisogno non imposto dall’esterno, ma che proviene dal cuore stesso, di offrire la propria vita.
Perché quel “dovere” non gli è imposto da nessuna legge o da nessuna volontà al di sopra di lui: Gesù è il Signore e niente e nessuno può costringerlo.
Questo è un “dovere” che ha origine nel suo stesso cuore, un dovere che è figlio dell’amore e ne descrive tutta l’urgenza e la forza.
Solo chi scopre il vero Gesù, scopre l’amore vero. Solo chi coltiva questo incontro e lo fa maturare con la preghiera, la conoscenza, la contemplazione, l’ascolto, la lode, potrà arrivare a capire che perdere la vita è trovarla sul serio.
