non eludere

Non poche volte il mondo cattolico è accusato di dare troppo spazio nella sua spiritualità e nella sua catechesi al tema della croce e della sofferenza. Si parlerebbe troppo della passione di Cristo, mentre invece si dovrebbe dare più spazio, si dice, al tema gioioso della risurrezione… presentare un cristianesimo dal volto più sorridente e gioioso… 

Non so dire fino a che punto sia vero, ma noto che quando la risurrezione viene tanto enfatizzata da nascondere la croce, da metterla tra parentesi, inevitabilmente diventa solo una specie di messaggio di ottimismo, un linguaggio puramente simbolico, una metafora; una parola che suona bene, non un fatto realmente accaduto e che illumina ogni momento della nostra vita.

Come se il cristianesimo fosse una bella pacca sulle spalle dell’umanità, un incoraggiamento sorridente, e non piuttosto un fatto incredibile: il fatto che il Dio santo e irraggiungibile si è piegato su di noi, si è fatto uno di noi. 

Non Dio solo si è fatto uomo, ma si è fatto uomo crocifisso, entrando dunque nelle nostre fragilità e nelle zone oscure della nostra umanità, per rimanere sempre in mezzo a noi, come il vivente, il Signore, il Salvatore.

Ricordo che alcuni commentatori di Marco hanno addirittura sostenuto che i capitoli precedenti all’ampio racconto della Passione, non siano altro che una lunga introduzione proprio alla Passione che sarebbe in realtà il vero cuore del Vangelo.

Pensando poi ai patimenti di Cristo, uno degli aspetti più inquietanti è il tema della sua solitudine: Gesù è tradito e abbandonato dai suoi discepoli e amici, lasciato in balia dei carnefici, in un isolamento paurosa, fino a quelle ultime – diciamolo pure – scandalose parole sulla croce: “Dio mio, mi hai abbandonato”, che testimoniano il gelo di una solitudine che era penetrato nella profondità del suo spirito: è la spaccatura terribile tra ciò che si sa (perché Gesù sa che il Padre è con lui) e ciò che si sente (perché Gesù sente solo solitudine e abbandono). 

Questa solitudine in realtà è come una specie di bolla che accompagna Gesù anche in tutto il racconto evangelico: i brani delle ultime domeniche ce la presentano sempre più stretta ed evidente attorno al Signore, nel segno di quella incomprensione con i discepoli che si fa via via più marcata. 

Domenica scorsa abbiamo letto il primo annuncio esplicito della passione di Gesù ai suoi discepoli: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti, dagli scribi, venire ucciso e il terzo giorno risuscitare”.

Col risultato che Pietro – proprio lui che lo aveva appena riconosciuto come il Cristo, il consacrato di Dio, il Salvatore del mondo – gli volta le spalle… 

Nel brano di questa domenica, il muro di incomprensione tra Cristo e i suoi discepoli diventa ancora più drammatico, se possibile.

Mentre sono per la strada, Gesù parla ancora della sua passione e della sua risurrezione e i discepoli lo ascoltano ammutoliti, in silenzio; un silenzio ostile in verità: “non capivano le sue parole e avevano paura di chiedergli spiegazioni”.

Perché se uno non capisce, dovrebbe essere portato a parlare, a fare domande, a chiedere, a cercare di andare sino in fondo, soprattutto di fronte ad un tema così spinoso: invece il mutismo dei discepoli viene in realtà da un rifiuto interiore, un rifiuto che avevano dentro.

Che pena. Quasi per esorcizzare il messaggio di Gesù, i discepoli confabulano tra di loro cambiando decisamente discorso e si mettono a discutere tra di loro su chi fosse più grande, su chi contasse di più, su chi poteva considerarsi tra di loro un capo.

La scena finale è da prendere in molta considerazione e da ascoltare con molta attenzione anche nei dettagli. Non siamo più per strada ma nella casa di Pietro: «Sedutosi – dice il Vangelo – Gesù chiamò i Dodici». 

Da un punto di vista del racconto, i dettagli appaiono un po’ forzati. La casa di Pietro non era certo una reggia, con dei saloni immensi: era una casa molto modesta e Gesù non aveva certo bisogno di chiamare i discepoli, che per forza di cose dovevano erano già tutti lì, attorno a lui… c’è dunque un significato spirituale in questi dettagli. 

È importante: “Gesù siede” perché lui è il Signore, è il maestro e “chiama i discepoli”, dove “chiamare” è proprio il verbo che ci rimanda agli inizi del cammino dei discepoli, sulle rive del mare di Galilea. 

Come dire che si deve sempre ricominciare da capo: ricordino i Dodici, gli apostoli, quelli che dovranno essere i capi autorevoli della comunità, che la loro prima indispensabile qualifica è quella di essere dei discepoli, dei chiamati, e quindi annunciatori di un vangelo che non appartiene a loro.

Le parole solenni di Gesù sono accompagnate poi anche da un gesto forte: Gesù mette in mezzo a loro un bambino e lo abbraccia. 

Anche qui attenzione, a non scivolare in una interpretazione superficiale. Per la mentalità di oggi, questa è una scena che suscita tenerezza, ma non dimentichiamo che nelle lingue antiche la parola “bambino” era la stessa per dire “servo”: è l’essere umano che non conta, che non ha diritti, che dipende dagli altri. 

Sullo sfondo di questo gesto, ci stanno le profezie di Isaia che annunciava misteriosamente che il Messia sarebbe stato un servo, che avrebbe preso sulle sue spalle il peccato di tutto il popolo. 

Abbracciare il bambino significa accogliere Cristo e riconoscere in lui il vero servo di Dio, il vero servo dell’umanità: significa accogliere il crocifisso… e accogliere il crocifisso significa accogliere Dio che lo ha mandato.

Il crocifisso dunque è e resta la massima rivelazione di Dio nella nostra vita.

Non inganniamo noi stessi e gli altri! Non vendiamo illusioni, soprattutto ai giovani! Il Vangelo non promette la felicità in questa vita. Promette certo la gioia, da non confondere con la felicità spensierata di questo mondo.

Credere e celebrare la risurrezione di Cristo, significa prendere sul serio la lotta contro il male che abita questo mondo e insidia ogni giorno la nostra vita. 

Donandoci l’Eucaristia, il Signore ci ha comandato di fare memoria della sua Passione. Avere la memoria della Passione di Cristo, significa vivere nella continua coscienza di quanto è orribile il peccato e soprattutto di quanto infinitamente Dio ci ha amato, arrivando fino al fondo più oscuro dell’umano.   

Qualche giorno fa ho accompagnato un caro amico degli Stati Uniti al Santuario della Madonna di San Luca ed era molto impressionato dal portico. È rimasto un po’ scioccato quando gli ho detto che gli archi dal Meloncello al Santuario sono 666, il numero satanico. 

L’ho tranquillizzato dicendogli che l’immagine è quella della Donna che schiaccia il capo al serpente, visto che il portico si inerpica sinuoso su per la collina.

Ma la caratteristica architettonica più significativa del portico è che se si compie tutto il percorso, senza mai uscire, è fatto apposta, con dei cambi di orientamento, per rendere impossibile fino all’ultimo la vista del Santuario. 

L’unico segnale che lascia intendere che si sta avvicinando la meta è dato dal fatto che il percorso all’ultimo si fa decisamente più ripido, fino a che si scorge in cima una croce, una croce nuda e cruda, senza nessuna bellezza e nessuna decorazione, senza neanche il crocifisso.

Ed è stato pensato così apposta, perché quel percorso è una immagine del cammino della vita: nella vita noi sappiamo di essere orientati verso una meta, una meta beata e colma di speranza, che però – finché siamo in questo mondo – non ci è dato di vedere; possiamo solo desiderarla, ed è anzi proprio il desiderio che ci da la forza di affrontare il disagio della salita. 

Per la verità qualcosa c’è in questo mondo che si vede: ed è proprio la croce, una croce senza sfarzi, una croce che non è un simbolo decorativo. Una croce inevitabile, ma che non è meta. La croce è passaggio, è via, ed è via sicura perché abitata da Cristo stesso.

E il numero satanico delle arcate ricorda che il percorso della vita, di cui il pellegrinaggio è simbolo, deve essere una lotta contro il serpente antico, un serpente che è stato sconfitto da Cristo, ma che tenta sempre l’ultimo colpo di coda, nella vita dei credenti. 

È la coscienza che ha animato San Luigi Gonzaga che onoriamo oggi nella nostra comunità. Luigi avrebbe avuto a disposizione gli agi e il potere di una delle famiglie più immanicate con le corti europee del suo tempo, ma scelse con tutte le forze di seguire Cristo, rinunciando al potere e allo sfarzo per farsi servo di Dio e dell’uomo.

Aveva fortissimo il senso della meta del suo cammino di vita ed fu questa certezza che gli diede il coraggio di non temere di affrontare la croce. Il suo superiore gesuita diede di Luigi ormai ammalato di peste questa testimonianza: «Parla con tale naturalezza di andare in paradiso come noi diremmo di andare a Frascati!». 

Facciamo nostre alcune parole della preghiera che san Giovanni Paolo II rivolse a San Luigi nel 1991: 

«Non permettere che i giovani cadano vittime dell’odio e della violenza; non lasciare che essi cedano alle lusinghe di miraggi piacere facili e ingannatori.

Aiutali a liberarsi da ogni sentimento torbido, difendili dall’egoismo che acceca,  salvali dal potere del Maligno. Rendili testimoni della purezza del cuore.

Tu, eroico apostolo della carità, ottienici il dono della divina misericordia, che smuova i cuori induriti dall’egoismo e tenga desto in ciascuno il desiderio della santità.

Fa’ che anche questa generazione abbia il coraggio di andare contro corrente,  quando si tratta di spendere la vita, per costruire il Regno di Cristo». Amen.
 

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