chi è dentro e chi è fuori

La liturgia domenicale ci ha regalato oggi una pagina evangelica molto ricca a composita, che sembra raccogliere parole pronunciate da Gesù in contesti diversi, ma che ci fanno percepire la priorità fondamentale che anima tutta l’opera e l’insegnamento del Signore ai suoi discepoli e cioé “la chiamata alla conversione e alla fede”. 

La prima parola riguarda proprio la comunità dei discepoli. Questa prima affermazione di Gesù è introdotta da una curiosa contestualizzazione. 

È l’Apostolo Giovanni che si fa avanti con Gesù: è il più giovane dei 12, conosciuto insieme a suo fratello Giacomo come uno dei “boanerghes”, i figli del tuono; così lo aveva soprannominati Gesù a causa del loro carettere impulsivo.

Giovanni riferisce al Maestro di aver bloccato l’opera di un predicatore che agiva nel nome di Gesù, ma non apparteneva al loro gruppo (dice letteralmente “non segue noi”). 

In fondo qui si va al cuore dell’idea di “Chiesa” e anche a cercare di definire chi è dentro e chi è fuori.

Dobbiamo riconoscere che nei Vangeli la parola “Chiesa” è praticamente inesistente: la troviamo una sola volta in Matteo, quando Gesù dice in modo molto limpido “la mia Chiesa”, nel momento in cui accoglie la professione di fede di Pietro.

Badate, la parola in sè non è affatto, ma il concetto, l’idea di Chiesa, è in fondo il cuore di tutto il vangelo. 

È importante ribadirlo, perché a volte qualcuno pensa che la Santa Chiesa di Dio sia una specie di “prodotto di scarto dell’evangelizzazione”: dato che si annuncia il vangelo e le persone lo accolgono… e in qualche modo bisogna pur organizzarle e metterle insieme.

È esattamente il contrario: il senso e il motivo della missione e dell’evangelizzazione è proprio che ogni uomo sia raccolto nell’unità del Regno di Dio, di cui la Chiesa è il sacramento e lo strumento. 

È talmente vero, che Gesù ci ha insegnato a pregare ogni giorno: “Venga il tuo regno”, per avere nel cuore e nella vita l’unica vera grande passione di Dio stesso che l’umanità si raccolga nel disegno stesso di Dio.

È nella Chiesa che ogni giorno sperimentiamo la misericordia e la tenerezza di Dio; è nella Chiesa che impariamo ad amarlo e servirlo nei fratelli; è nella Chiesa che sono garantiti i mezzi che danno salvezza al mondo.

Tutta questa premessa, per arrivare alla domanda centrale del Vangelo di oggi: ma chi sta dentro e chi sta fuori della Chiesa? Quali sono i confini della Chiesa?

Le parole di Gesù ci aiutano a comprendere che la Chiesa non è da confondere con una compagnia di amici, non è una associazione, né una specie di partito o un movimento di opinione: la Chiesa non è – come era tentato di dire il boanerghes – “il gruppo dei nostri”.

La Chiesa è la comunità di coloro che sono “per Cristo”, ed è la Chiesa che oggi prolunga nel mondo i “miracoli” di Cristo, cioè la sua opera di liberazione e di riscatto dal peccato e dal male.

Se è vero che il Regno di Dio non appartiene a questo mondo e quindi anche nella Chiesa devono regnare logiche diverse da quelle del mondo; se è vero che “i figli della luce” non devono avere niente a che spartire con “i figli delle tenebre”… è ancora più netta l’esortazione del Signore a non cercare di essere noi a tirare dei confini, per determinare, con criteri nostri, chi è dentro e chi è fuori della Chiesa.

Finché dura questo mondo, anche la Chiesa è fatta di istituzioni (basta pensare anzitutto al battesimo e agli altri sacramenti), ma resta sempre vero che “lo Spirito soffia dove vuole” e che “Dio può tirar fuori dei figli di Abramo anche dalle pietre”.

Ed è anche tremendamente vero che, in realtà, i confini tra la Chiesa e il mondo, tra la fede e l’incredulità, tra la santità e il peccato, sono confini che ci passano dentro, che ci trapassano l’anima.

Per cui potrebbe darsi benissimo che mentre ci possiamo vantare di essere dentro alla Chiesa nella sua visibilità istituzionale, il nostro cuore invece ne sia totalmente estraneo.

Prima della comunione, diremo una preghiera estremamente saggia: “Signore, (…) non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa”. I peccati sono nostri, non appartengono alla Chiesa.

Per quanto possa sembrare difficile da comprendere, la Chiesa è sempre santa, infallibile, pura e senza macchia, perché è di Dio, perché è il Corpo di Cristo. 

Piuttosto siamo noi che non sempre siamo dentro la Chiesa, ma la tradiamo e la calpestiamo con il nostro peccato.

Non basta avere una mitra o una stola per dire di avere il passaporto del Regno dei cieli. Non basta appartenere a una parrocchia o a un movimento o a un gruppo di volontariato.

Solo Dio conosce il cuore dell’uomo, solo Dio sa veramente chi è dentro e chi è fuori.

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Subito dopo viene il detto del “bicchier d’acqua”: «non resterà senza ricompensa chi avrà offerto un bicchiere d’acqua». 

È molto di più che una esortazione alla semplice cortesia fraterna, perché le parole di Gesù sono molto dettagliate: la ricompensa è per 
– dare un bicchier d’acqua 
– nel mio nome,
– perché siete miei discepoli… 

Si capisce che per Gesù c’è una priorità assoluta, ed è appunto quella della evangelizzazione, un’opera talmente urgente, che tutti sono chiamati a parteciparvi. 

Il Vangelo deve essere annunciato. È questione di vita o di morte, di salvezza o di rovina. 

Magari uno non sa parlare, non sa che cosa o come dire la gioia dell’incontro con Cristo, ma in quelle piazze assolate e polverose della Palestina, anche solo un bicchier d’acqua fresca per il predicatore può fare la differenza.

Come dire, ognuno ha il diritto e il dovere di partecipare all’annuncio del Vangelo agli uomini, in modi più o meno diretti, ma tutti ugualmente preziosi, perché nella Chiesa non ci sono prime donne: l’unico protagonista è lo Spirito di Cristo.

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Poi le parole impressionanti sullo scandalo dato ai piccoli: «è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare». Certo queste parole difendono in primo luogo i bambini e condannano in maniera durissima coloro che attentano alla loro purezza e innocenza. Ma il discorso va oltre.

Quando Gesù parla dei piccoli, è fuor di dibbio che, più che ai bambini in quanto tali, si riferisce ai credenti: anzi il brano lo dice chiaramente: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli, che credono in me…”. 

Lo scandalo che Gesù condanna in modo così netto è ogni ostacolo, ogni inciampo che possiamo porre al già difficile cammino di fede degli altri.

Di fronte a queste parole dobbiamo seriamente verificare se il nostro comportamento non contraddica la grazia dell’incontro con Cristo, ma dovremmo anche chiederci, ad esempio, se la facilità con la quale spargiamo al vento le nostre opinioni e le spacciamo per il vangelo di Cristo, non possa costituire uno scandalo, un impedimento alla fede dei piccoli. 

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«Se la tua mano ti scandalizza, tagliala». Queste ultime frasi, così nette ed evidentemente paradossali, non vanno presa alla lettera; però vanno prese sul serio!

“Sei proprio sicuro – sembra dirci Gesù – che non ci siano parti di te, della tua vita, dei tuoi comportamenti, delle tue scelte che non siano decisamente fuori del Regno di Dio?”.

Troppe volte anche noi cristiani ci stiamo adeguando alla mentalità mondana quando pensiamo che in fondo è tutto lecito, basta non fare del male agli altri, basta essere consenzienti…

L’adesione al Vangelo, richiede certamente dei tagli: occorre compiere delle scelte, perché non si possono servire allo stesso tempi Dio e i propri interessi.

Il meccanismo di queste parole di Gesù è il paragone tra la sofferenza che possono causare adesso alcune scelte dolorose e l’ampiezza e la pienezza della vita, fino all’eternità. Gesù ci insegna a non restare prigioneri dell’attimo fuggente, ma a valutare i comportamenti, le relazioni, le scelte nella prospettiva lunga della vita tutta, fino al paradiso.

Poi sbaglieremo e ci rialzeremo, sbaglieremo e ci rialzeremo, sapendo che la Chiesa è lo strumento concreto della misericordia e che l’unico giudice è il Signore… ma deve essere per noi ben chiaro che non è il Vangelo che deve essere umanizzato: è semmai la vita dell’uomo che ha un disperato bisogno di essere divinizzata in Cristo, per godere la pienezza dell’amore.

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