Ventisettesima domenica del tempo ordinario
Il breve brano che abbiamo appena ascoltato nella seconda lettura dalla lettera agli Ebrei ci invita a contemplare Gesù nel suo mistero di umiliazione e di gloria: «fu fatto di poco inferiore agli angeli» e ora «lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto».
Ci soffermiamo su questa Parole estremamente sintetiche che condensano tutto il mistero della nostra fede e che meritano di essere contemplate e gustate con attenzione.
Colui che è “generato e non creato, della stessa sostanza del Padre” fu fatto “inferiore agli angeli”, (ma “di poco”, si specifica, per dire allo stesso tempo la grandezza e la piccolezza della condizione umana); e proprio dentro alla fragilità della nostra condizione mortale ottenne la corona della gloria e dell’onore, perché trasformò la morte, da disgrazia ineludibile, in un atto di amore. Con Gesù la sofferenza e la morte smettono di essere “disgrazia” e diventano la meraviglia di una vita donata, addirittura la misura dell’amore. (“Non c’è amore più grande di chi offre la vita”…)
Non ha vergogna di noi, il Figlio di Dio – scrive ancora la lettera agli Ebrei – non ha vergogna di essere nostro fratello e quindi di condividere la nostra fragilità e il nostro limite.
Gesù, non ha vergogna dell’uomo, nonostante tutto il male che c’è nel mondo, nella nostra vita; nonostante le ingiustizie, le violenze, i tradimenti, che trovano la loro più alta manifestazione in quella vergognosa passione alla quale è stato condannato dal nostro peccato.
Non si vergogna perché anche se c’è una distanza infinita tra lui e noi (lui è quello che santifica, cioé la fonte di tutto il bene; noi siamo quelli che sono santificati, cioé quelli che il bene lo ricevono come un dono gratuito), proveniamo tutti da una stessa origine, cioé dal cuore del Padre Altissimo.
“Non si vergogna di chiamarci fratelli”, con queste tenerissime parole la lettera agli Ebrei descrive l’attitudine di Dio verso l’uomo. Essere “fratelli” significa avere in comune tutto: la dignità, l’affetto, il destino.
“Chiamarci fratelli”: in queste parole c’è tutto il disegno di Dio. Colui che la Bibbia descrive giustamente come “l’Unigenito”, l’unico Figlio del Padre, perché nessuno può essere a lui paragonato nella perfezione della sua natura divina, per poter fare di noi addirittura i suoi fratelli, si è umiliato e ci ha innalzato: si è umiliato facendosi uomo e ci ha innalzato rendendoci figli di Dio.
Al centro di questo inaudito, incredibile disegno divino c’è il mistero della croce, della sofferenza: ed è qui l’autore sacro arriva ad usare parole veramente paradossali.
Si può aggiungere qualcosa a colui che per definizione è la perfezione? Eppure abbiamo ascoltato: «Conveniva che Dio (…) rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo (cioé il suo Figlio) che guida alla salvezza».
La sofferenza (parola che indica qui la croce accolta per amore) è “la perfezione della perfezione”.
Si rischia quasi di dire una bestemmia, se queste parole non venissero dalla Scrittura: sembrerebbe che Dio Padre non potesse vedere la perfezione del suo Figlio adorabile (di Lui, “Dio da Dio, luce da luce”), se non in quella profonda comunione con la nostra piccola, meschina, insignificante umanità, comunione che si compie appunto quando Gesù giunge alla più umana e comune delle esperienze: la sofferenza e la morte.
È come se sul Calvario, mentre dai piedi della croce, il centurione esclamava: «Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio», nei cieli il Padre Altissimo dicesse agli angeli: «Davvero questo unico Figlio di Dio è fratello degli uomini»: la perfezione della perfezione.
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Questo è lo sfondo sul quale vogliamo accogliere in particolare la pagina evangelica.
Oggi sono i farisei che cercano di trascinare Gesù in un classico delle dispute teologiche del loro tempo, che toccava e tocca sul vivo la vita di molte persone: la questione dell’indissolubilità del matrimonio e del divorzio.
In realtà, è proprio la domanda di per sé che è già guasta, perché dice di un modo distorto di utilizzare la legge: vogliono usare la legge per tentare di giustificare il proprio egoismo, per trovare il modo di sentirsi a posto nella meschinità del cuore.
Bisogna che ricordiamo che la legge, qualsiasi legge è un punto di partenza, non di arrivo: l’osservanza della legge non sarà mai in grado di esprimere in se stessa la grandezza della vita in Dio: nessuno può dire di amare Dio con tutto il cuore, con tutte le forze e con tutta l’anima perché paga la decima, o non mangia prosciutto il venerdì o perché non ha toccato qualcosa di impuro…
Per un vero credente, la legge non indica la pienezza ma la soglia minima, un campanello d’allarme. Quando la legge dice: “Non uccidere”, non sta certo descrivendo il grande ideale dell’amore. Quando la legge ti ricorda di andare a messa la domenica o di confessarti e fare la comunione almeno a Pasqua, vuol dire che stai proprio andando in riserva e non certo che stai volando verso le vette dell’amore infinito.
La legge non basta dunque, ha bisogno di essere riempita, compiuta; è proprio quello che Gesù dice della sua missione: «Sono venuto per compiere la legge».
Nel caso specifico, la legge sul ripudio della moglie era stata data a maschi incapaci di amare, perché la loro durezza non fosse troppo di danno alle donne.
Dove noi leggiamo “la durezza del cuore”, nel testo originale greco, Gesù usa una parola sola, che mi sembra addirittura quasi più comprensibile che in italiano: σκληροκαρδίαν…
La legge sul ripudio, dunque, era destinata ad arginare il potere dell’uomo sulla donna, perché non fosse arbitrario in modo assoluto.
Ripudiare la moglie senza un quadro legale, significava buttarla via come un oggetto usato, senza protezioni, senza alcuna tutela.
Con la legge mosaica dunque, chi arrivava alla decisione di ripudiare la propria moglie, doveva farlo pubblicamente, assumendosene la responsabilità e in ogni caso doveva avere dei motivi validi per farlo.
Dunque la legge qui non parla della grandezza dell’amore, ma della durezza del cuore.
Gesù, invece quando ormai la decisione di andare a Gerusalemme è presa e va avanti a tutti i costi, sente bruciare nel cuore quell’amore che lo renderà vero fratello dell’uomo, e oggi ci aiuta a non fermarci al livello minimo della legge, ma a tornare al principio, all’origine di ciò che siamo, al disegno di Dio sull’uomo sulla donna.
Perché per capire cos’è l’amore non basta riferirsi a ciò che una legge permette o meno di fare; ancora una volta: non è una questione di potere o non potere; piuttosto bisogna riandare a ciò che è scritto nel nostro cuore, nel nostro DNA da sempre; alla nostra vocazione originaria.
E cioé che amare significa unirsi, diventare una cosa sola (“i due diventeranno una carne sola”, così abbiamo ascoltato nel libro della Genesi, nel libro dell’origine): e quando davvero, liberamente, si è diventati una cosa sola, come ci si può dividere?
Il nostro tempo conosce una innegabile, spaventosa crisi del matrimonio, anche tra i credenti. Ma in realtà questa crisi non riguarda in primo luogo il matrimonio: piuttosto è un crisi la fede, il rapporto con Dio perché in fondo non crediamo più sul serio all’amore!
Si tratterà, allora, di pensare non tanto a quando sia possibile ripudiare la propria moglie (o il proprio marito, aggiunge sommessamente Gesù mentre è in casa con i discepoli), ma come sia possibile lasciarsi trasformare il cuore, perché non sia più un cuore indurito, incapace di amare.
Il nostro secolo ha tanto bisogno di Vangelo, ha bisogno della buona notizia che l’amore è possibile. L’indissolubilità del matrimonio non è per i cristiani una legge imposta dall’esterno, ma un “vangelo”, una buona notizia: la buona notizia all’uomo in Cristo è reso possibile amare come Dio stesso ama: amare nel perdono, amare senza ripensamenti, amare fino a perdere se stessi.
Ecco come la luce del Golgota, la “perfezione della perfezione”, illumina anche questa pagina evangelica, ma soprattutto illumina la nostra primordiale vocazione all’amore.
Questo è il Dio che non si vergogna di chiamarci fratelli, perché la perfezione della perfezione è amare fino a diventare uno.
