Ventottesima domenica del tempo ordinario B
Ha un esito triste, la vicenda rievocata dal Vangelo di questa domenica: la storia di un incontro fallito; lo slancio verso la pienezza della vita, soffocato dall’avidità per i beni materiali.
Resta anonimo, il protagonista del racconto, che da Matteo sappiamo essere un giovane. Condannato a restare sconosciuto, perché il nome indica la relazione con Dio, come il povero Lazzaro, della parabola del ricco epulone, l’unico personaggio di una parabola ad avere un nome. Ma quella di oggi non è una parabola.
Già la prima lettura, tratta dal libro della Sapienza per certi aspetti provoca in noi il desiderio di ristabilire un ordine delle priorità nella nostra vita.
Questo “Libro della Sapienza” è il più recente dell’Antico Testamento, anzi secondo molti esperti l’autore sconosciuto potrebbe essere venuto anche in contatto se con Gesù stesso, forse con le prime cerchie di discepoli nate dalla sua predicazione.
L’autore narra di avere desiderato con tutto se stesso lo spirito di sapienza, cioé il dono di sapere leggere la consistenza delle cose della vita, alla luce del disegno di Dio.
«Non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro del mondo al suo confronto è come un po’ di sabbia».
Riflettevo sul significato del verbo “comperare” e mi sono accorto per caso che in latino si dice “comparare”, perché in effetti l’atto di comperare consiste sostanzialmente nell’attribuire un valore corrispondente a qualcosa che si desidera.
Decisamente, comperare è comparare…
«L’ho amata più della salute e della bellezza, – abbiamo ascoltato ancora – ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta».
Ecco, mi sembra che oggi la parola del Signore ci spinga a riflettere con serietà su ciò che conta nella vita, sul bene davvero irrinunciabile, sul segreto della vita.
È esattamente la domanda posta a Gesù dal giovane ricco: “Cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Capiamo subito che la domanda non riguarda il futuro, o almeno non riguarda il futuro più di quanto non riguardi il presente.
Quando noi pensiamo a ciò che è “eterno”, per una deformazione culturale pensiamo al futuro, a ciò che verrà e durerà all’infinito. Invece, nel linguaggio della fede, “eterno” è piuttosto sinonimo di “definitivo” e se una cosa è definitiva non è al futuro, è già adesso e da sempre.
In fondo, tutto l’esercizio della vita cristiana consiste proprio in questo: che cosa è definitivo; cioè, che cosa resta per sempre? cosa, invece, passa ed è destinato a cadere nel nulla? a cosa aggrapperò già adesso la mia vita per goderlo per sempre?
La domanda sulla vita eterna non è per niente una domanda sull’aldilà: è cercare di mettere in relazione questo istante che sto vivendo, ogni singolo istante della vita, con ciò che è da sempre e dura per sempre.
La prima risposta di Gesù ci spinge ad allinearci a ciò che è assolutamente indispensabile: «Osservare i comandamenti». Nessuno può aspirare ai grandi ideali della fraternità universale, della lotta per la giustizia, della ecologia integrale, se si dispensa dal rispettare la legge di Dio.
Ma la legge non basta: ci riflettevamo anche domenica scorsa, quando i farisei tentavano di cavillare con Gesù proprio riguardo ai precetti di Mosè: la legge indica la soglia minima, non l’ideale.
La legge per un vero credente – per chi si sente chiamato all’amore più grande – è piuttosto un campanello d’allarme.
Se ti senti dire: “Non devi uccidere! Non usare il corpo tuo e altrui per il tuo egoismo! Non rubare! Non ti dimenticare di Dio, della tua famiglia!”…, beh, vuol proprio dire che non è che stai volando molto alto: sei piuttosto molto a rischio di precipitare.
Gesù, allora, con profondo realismo, mette quel giovane – e ciascuno di noi – di fronte alla necessità anzitutto di tarare il minimo, di verificare se siamo allineati a ciò che ancora non è la vita eterna, ma ne è comunque condizione indispensabile.
In matematica si direbbe: “Necessario, ma non sufficiente”.
È un esercizio di umiltà, sempre necessario; è un bagno di realismo, che ci fa toccare con mano le nostre miserie e ci dona la coscienza di ciò che siamo.
Ma molto di una preoccupazione moralistica, c’è in Gesù uno sguardo colmo di amore e di speranza che penetra nel cuore di quel giovane e di ciascuno di noi. «Fissò lo sguardo su di lui e lo amò», riferisce l’evangelista; letteralmente sarebbe «guardandolo dentro, lo amò».
Quanto ci fa bene avere coscienza di questo sguardo di Gesù per ognuno di noi, lo sguardo dell’intimità e dell’affetto sincero; lo sguardo della verità e dell’amore; lo sguardo che conosce il poco bene fatto e il moltissimo che è possibile fare.
Lo sguardo profondo del Figlio di Dio scruta ciascuno di noi: vede le nostre capacità e la nostra indigenza, vede la nostra debolezza e la nostra disponibilità, vede il nostro desiderio di verità e la sincerità della nostra ricerca.
Ci ha visto come siamo; e come siamo ci ha amati, per farci diventare – con l’energia trasformante del suo amore – come lui ci vuole.
Questo sguardo ci permette di superare tutte le prove: la scoperta dei nostri peccati, la sofferenza, lo scoraggiamento.
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«Vendi quello che hai e dallo ai poveri (…); e vieni! Seguimi!»
Le ricchezze terrene occupano e preoccupano la mente e il cuore. Gesù non dice che sono cattive, ma che allontanano da Dio se non vengono, per così dire, “investite” per il Regno dei cieli, spese cioè per venire in aiuto di chi è nella povertà.
“Vendi”, cioè sacrifica tutto a vantaggio dei “poveri”.
Questa non è una parola rivolta solo ai monaci o ai consacrati, ma ad ogni credente, a cominciare – si direbbe – dai giovani.
Ci sono modi diversi di realizzare questa parola di Gesù, secondo le diverse vocazioni di ciascuno, ma resta la questione fondamentale, quella a cui alludevamo all’inizio: a cosa “compariamo” l’incontro con Gesù Cristo e la vita eterna?
È la vera domanda, che ferisce il cuore dei discepoli che restano sconcertati… anche a causa del drammatico e triste diniego del giovane.
Ed è una esperienza sempre più comune oggi, che molti “comparino” il Regno di Dio con il paese dei balocchi.
Quelli che abbondano di certezze economiche e di soddisfazioni terrene, di solito fanno più fatica a aprire il cuore a Gesù.
Scriveva il Card. Biffi ancora negli anni ’90: «La difficoltà che oggi trova l’evangelizzazione, ha qui una delle ragioni più convincenti: mediamente, gli uomini non hanno mai avuto a disposizione tanti agi e tante assicurazioni come nella nostra epoca. Anche se nessuno è escluso dal Regno in forza delle sue condizioni sociali, perché – come testimoniano Santi come Francesco, Luigi, Carlo Borromeo, Dio è capace di far passare perfino i cammelli per le crune degli aghi».
