non sapete quello che chiedete

Quante volte ci è capitato di trovarci a pregare per chiedere al Signore insistentemente qualcosa che rispondeva al nostro bisogno e al nostro desiderio… 

Quali sono le cose che chiediamo al Signore? La risposta a questa domanda dovrebbe riportarci alle nostre aspettative più profonde, le nostre speranze, i nostri desideri più grandi, che spesso però rischiano di essere molto più ristretti e meschini rispetto a quello che Dio stesso ci promette… Lo vediamo benissimo nel Vangelo di questa domenica. 

Gesù ha appena dato per la terza volta l’annuncio della sua imminente passione, morte e risurrezione: si tratta del segno grande dell’avvento del Regno di Dio in mezzo a noi. Offrendo la sua vita sulla croce, Gesù fa davvero nuove tutte le cose: nasce quel mondo in cui guadagna chi perde, vince chi serve, è premiato chi dona.

E proprio mentre Gesù spalanca davanti ai discepoli l’orizzonte immenso di questo Regno che viene, Giacomo e Giovanni manifestano per contrasto la piccolezza e la meschinità delle loro aspettative: «Vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo».

Assomiglia – ammettiamolo – a molte delle nostre preghiere, perché non basta il solo fatto di pregare per essere parte del Regno di Dio; non basta neppure una certa avere familiarità con Gesù, se non si aderisce con il cuore al suo vangelo.

«Voi non sapete quello che chiedete». 

Quante volte anche alle nostre preghiere e alle nostre richieste il Signore dovrebbe rispondere così! 

Spesso ci lamentiamo di non essere stati ascoltati nelle nostre preghiere e, invece, dovremmo rallegrarci perché Dio, quando sembra rifiutarci una grazia, in realtà ci viene incontro in un modo che lui sa essere più conforme al nostro vero bene. 

Così, qualunque cosa gli chiediamo nella preghiera, dobbiamo sempre sforzarci di essere disposti ad accettare più di tutto la sua volontà, anche quando questa volontà sembri non corrispondere alle nostre aspettative del momento, perché Dio sa meglio di noi ciò che ci conviene davvero. 

Non lo dimentichiamo che, quando Gesù ha messo sulle nostre labbra la sua preghiera, ci ha insegnato a dire: “Sia fatta la tua volontà”, cioè ci chiede di avere una intima fiducia che proprio quel regno, di cui invochiamo l’avvento, è il bene più grande che si possa desiderare, è agganciare la nostra vita alla felicità di Dio.

«Voi non sapete quello che chiedete». 

Come dire: voi non sapete che la mia potenza verrà dalla croce, non dalla fortuna, dal potere e dal dominio; voi non sapete che la mia gloria avrà il suo fondatamento sull’umiliazione della sofferenza; voi non sapete che il mio Regno si inaugurerà con il riscatto del mondo ottenuto per mezzo del mio sacrificio.

«Vogliamo sedere uno a destra e uno a sinistra nella tua gloria». 

“Voi non immaginate – sembra rispondere Gesù – che, chiedendo di stare più vicino a me, non chiedete una posizione comoda, perché chiedete in sostanza di patire prima e di più; non vi sfiora neppure il pensiero che essere i migliori e i più grandi nel Regno di Dio, significa essere i più generosi, i più disponibili, i più umili nel servizio degli altri, i più pronti a pagare di persona, i più decisi a dare la propria vita in riscatto per molti”. 

Sono Giacomo e Giovanni, i due Boanerghes come li aveva soprannominati Gesù, (i figli del tuono) i primi a farsi avanti sfacciatamente. Ma subito dopo tutti gli altri mostrano irritazione per essere stati scavalcati.

È da notare il tenore della risposta data da Gesù, come ci è stata riferita dall’evangelista Marco: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati (ma letteralmente sarebbe: coloro che sembrano essere) i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così…». 

Avete notato? Non si tratta di una esortazione. Non dice: “Tra voi non sia così…”, o “Tra voi non deve essere così”. Non è anzitutto una questione etica, è una questione di sostanza, perché questo Regno non è la costruzione di una utopia o di una ideologia umana, ma è un dono di Dio, è opera sua.

Il Regno di Dio non ha modelli sulla terra, è una realtà nuova e imparagonabile. 

L’unico modello che ci è accessibile è Cristo stesso: «il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Nel Regno di Dio la domanda non è: “come posso guadagnare di più?” o “quale interesse posso ricavare?”. Ma “come posso amare di più?”, “Come posso fare il maggior bene a chi mi sta vicino?”. 

A pensarci bene, Gesù non mortifica l’aspirazione naturale di ciascuno di noi a voler “primeggiare”, a “essere grandi”. Ne cambia però il contenuto. La vera grandezza, il vero primato sta nell’ “amore che serve”. E’ così che si condivide il “battesimo” e il “calice” di Gesù, cioè la sua passione.

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Tra le pieghe di questa pagina evangelica, troviamo anche, nascosta come una perla preziosa, una profezia di Gesù sul destino dei due fratelli, Giacomo e Giovanni: “Il mio calice, voi lo berrete”.

Con l’immagine del calice da bere, Gesù alludeva proprio alla passione che avrebbe dovuto patire di lì a poco tempo. Anche alla vigilia della sua condanna, mentre pregava nell’Orto del Getsemani, Gesù userà quella parola per parlare della passione: «Padre, allontana da me questo calice, ma sia fatta la tua volontà, non la mia!».

Giacomo e Giovanni avevano riposto alla domanda di Gesù («Potete bene il calice che io sto per bere?») in modo del tutto incosciente, ma il Signore appunto profetizza che anche in quelle piccole teste dure dei suoi amici figli del tuono, si compirà il prodigio di Dio, di trasformare le ambizioni umane nel dono di un amore soprannaturale.

Anche Giacomo e Giovanni arriveranno a fare della loro vita un dono d’amore, in modi differenti, ma emblematici.

C’è il martirio rosso di Giacomo, che sarà il primo dei dodici apostoli ad essere martirizzato, decapitato per ordine di Erode il Grande, con la conseguente dispersione dei discepoli da Gerusalemme.

Ma c’è anche il martirio bianco di Giovanni, l’unico dei dodici che morirà di morte naturale, anche se dovette sopportare molte tribolazioni per il nome di Cristo. È il martirio bianco della fedeltà quotidiana, della testimonianza di ogni giorno.

Di Giovanni sappiamo che visse una vita lunghissima, ultracentenaria: dopo aver avuto il privilegio di affiancare la Madre del Signore negli ultimi anni della sua vita terrena, Giovanni consumerà la sua vecchiaia esortando i credenti all’amore. 

Dicono che alla fine della sua vita, come fanno gli anziani, ripetesse sempre la stessa cosa: “Figli miei, amatevi gli uni gli altri”.

Ma la frase più bella che troviamo nelle lettere di Giovanni è un po’ il suo testamento spirituale: “Abbiamo creduto all’amore!”.

All’amore secondo il mondo, non importa credere, lo abbiamo sempre davanti agli occhi, perchè è pura seduzione, desiderio di possesso.

All’amore di Dio bisogna credere, perchè va oltre le capacità umane: è dono puro, è fedeltà, è perdono. È impossibile agli uomini, ma “a Dio tutto è possibile”.

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