l’ultimo miracolo

Nei racconti della Bibbia, la prima tentazione di peccato per l’uomo riguarda il vedere. Ricordate le insinuazioni del satana a Eva: «Dio sa che il giorno in cui voi mangiaste [del frutto proibito] si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 3,5).

E cosa accade subito dopo? dice ancora la Bibbia, che dopo aver mangiato «si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi» (Gen 3,7).

Adamo ed Eva si erano convinti di poter finalmente vedere la realtà, ma di fatto finiscono per vedere solamente se stessi, la nudità, cioé il proprio limite e la propria fragilità.

Certo gli occhi si erano effettivamente aperti, ma per vedere le cose in modo distorto, per vedere tutto a partire da se stessi, dal proprio ombelico e non dalla relazione con il Signore.

Adamo ed Eva non vedono più la realtà nella sua interezza. La relazione con il Signore è ferita, e, quando Lui viene, l’uomo si nasconde: l’uomo non sopporta più di vedere Dio, fino a diventare incapace di riconoscerlo, di sostenere la sua presenza.

Il testo biblico descrive con queste scarne affermazioni la triste e paradossale situazione dell’umanità precipitata nella condizione di peccato: c’è da una parte la personale illusione di avere gli occhi finalmente aperti e dall’altra la penosa realtà di chi ha piuttosto ristretto il campo e l’orizzonte del suo sguardo.

È un esempio che ho fatto altre volte. Quando Pilato vede Gesù… sì, lo vede, ma vede soltanto un uomo. Ha gli occhi aperti, certamente, ma vede solo a partire da se stesso e dai propri pregiudizi. L Maddalena al sepolcro vede lo stesso Gesù, ma guardandolo a partire dalla relazione con lui, cioè a partire dalla fede, allora riconosce chi è veramente Gesù: è il Signore, il Figlio di Dio.

Verrebbe da concludere che davvero spesso non c’è peggior cieco di chi è convinto di vederci bene.

Dalla Parola di Dio ci viene una provocazione fortissima: non basta avere gli occhi aperti, ma bisogna interrogarsi profondamente anche su quale sia il punto di osservazione che assumiamo sulla realtà, su noi stessi, sui bisogni profondi, sulle attese nostre e dell’umanità. Un conto è vedere Bologna da una cantina; un conto è vederla dalla cupola di San Luca.

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Venendo alla pagina evangelica di questa domenica, ci è utile agganciarci al brano della settimana scorsa, con quella richiesta sfacciata dei due fratelli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo».

«Cosa volete che io faccia per voi?». Aveva risposto Gesù.

Oggi ritroviamo questa stessa domanda che il Signore rivolge invece al cieco Bartimeo. «Che vuoi che io faccia per te?».

Tenete presente che questo è l’ultimo miracolo che Gesù compie prima del suo ingresso messianico a Gerusalemme, prima della sua passione.

Che differenza abissale tra i due episodi, che si succedono l’uno di seguito all’altro!

Da una parte troviamo Giacomo e Giovanni, i discepoli della prima ora, ai primi chiamati, fin dai tempi della pesca sulle rive del lago di Galilea; dall’altra troviamo il discepolo dell’ultimo minuto, o forse quello che si era perso per strada ma che comunque arriva quando ormai i giochi sono quasi fatti.

Da una parte abbiamo addirittura – permettetemi la provocazione – abbiamo una comunità intera di discepoli con tutte le carte in regola; dall’altra abbiamo un uomo solo, senza sostegni e senza appoggi, che sta ai margini della strada, cioè ai margini del cammino di fede. 

Bartimeo era forte esclusivamente della sua immensa fiducia in Gesù, una fiducia che aveva forse ripescato dalla sua memoria e che adesso lo spinge a gridare con tutte le sue forze, per attirare l’attenzione del Signore. E oltretutto è costretto a subire i rimproveri dei molti che invece volevano metterlo a tacere.

Sant’Agostino, nei suoi commenti al Vangelo, aggiunge una considerazione preziosa: partendo dal fatto che l’evangelista ricorda non solo il suo nome, ma perfino quello di suo padre, ne deduce che quel cieco era una persona conosciuta nella città e forse perfino nella comunità.

Inoltre poiché l’evangelista alla fine riferisce che tornò a vederci “di nuovo”, Agostino ne deduce che Bartimeo non fosse un cieco nato, ma uno che aveva perso la vista. Sapeva che cosa vuol dire vedere, sapeva che cosa significa credere, conosceva e aveva nostalgia della luce. .

Questa interpretazione di Bartimeo come il discepolo che ha perso la luce, offre a noi riflessioni suggestive. 

Come accade oggi, questo stesso Vangelo era capitato alla chiusura di un sinodo presieduto da Benedetto XVI sul tema della missione della Chiesa e della evangelizzazione. Il Papa aveva commentato: «Bartimeo potrebbe rappresentare quanti vivono in regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è affievolita, e si sono allontanati da Dio, non lo ritengono più rilevante per la vita: persone che perciò hanno perso una grande ricchezza, sono «decadute» da un’alta dignità – non quella economica o di potere terreno, ma quella cristiana -, hanno perso l’orientamento sicuro e solido della vita e sono diventati, spesso inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza. Sono le tante persone che hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, cioè di un nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1), che può aprire nuovamente i loro occhi e insegnare loro la strada. (…)». 

Bartimeo è l’uomo che ha perso la luce ma ne è consapevole e non ha perso la speranza, sa cogliere la possibilità di incontro con Gesù e si affida a Lui per essere guarito. È l’uomo che riconosce il proprio male, lo sa chiamare per nome, e grida al Signore, fiducioso di essere sanato. 

Diversamente dai due discepoli fratelli, Bartimeo, non solo chiede senza pretendere, ma chiede dentro una relazione che via via diventa sempre più intima e personale: comincia col chiamarlo aulicamente “Figlio di Davide” e finisce per dirgli affettuosamente “Rubbuni”, “maestro mio”, la stessa parola che troveremo sulle labbra della Maddalena la mattina di Pasqua.

La sua invocazione, semplice e sincera è entrata nella tradizione della preghiera cristiana.

Schiere di monaci e di eremiti, ma anche di semplici credenti, pellegrini e padri di famiglia, impareranno proprio da questo cieco ad unire le semplicissime parole della sua invocazione al proprio respiro e a ripetere continuamente questa preghiera, conosciuta nella tradizione cristiana come la preghiera del nome: “Signore Gesù, pietà di me peccatore”.

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Bartimeo vedeva meglio e più di quelli che avevano la vista e forse anche tutti noi siamo tra quelli che credono di vedere e invece sono ciechi.

Ripensando in termini spirituali al senso della vista, forse potremmo considerare che – se non del tutto ciechi – potremmo avere dei difetti o delle vere e proprie malattie: c’è la miopia che permette di vedere vicino, ma non di vedere lontano; c’è la presbiopia che permette di vedere lontano, ma non vicino; c’è il daltonismo, che fa confondere i colori.

Forse siamo spiritualmente miopi, quando siamo attenti solo al nostro piccolo mondo e ai nostri personali interessi e diventiamo incapaci di vedere i grandi orizzonti del disegno di Dio e le strade sulle quali il Signore vuol condurre il suo popolo.

Oppure siamo spiritualmente presbiti, quando ci lasciamo incantare da ideali astratti e lontani, ma poi ci sfugge la realtà che ci sta vicino, quella sulla quale possiamo davvero efficacemente operare, come quando diciamo di amare il mondo e poi nessuno lava i piatti.

Oppure possiamo essere spiritualmente daltonici, quando non riconosciamo più le differenze e vogliamo ideologicamente trattare tutti alla stessa maniera, quando invece sappiamo che non c’è niente di più ingiusto che trattare alla stessa maniera persone che sono tra loro diverse.

Bartimeo oggi è il nostro buon maestro perché al netto di qualsiasi altra considerazione prega, prega con tutte le sue forze, prega contro ogni speranza Gesù. 

Se guardiamo le cose partendo solo da noi stessi ci perdiamo: se invece guardiamo ad ogni cosa, al bene, al male, al mondo, alla vita, al presente, al futuro, alla Chiesa, al Regno di Dio, attraverso Cristo e il suo Spirito; se faremo come Bartimeo che – dice il Vangelo – “prese a seguirlo lungo la strada”, allora troviamo veramente la luce.

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