ascolta l’amore

Il Tempio di Gerusalemme, sotto le cui arcate si svolge il dialogo tra Gesù e lo scriba che abbiamo appena ascoltato, era tutto un brulichio di gente che andava e veniva.

In mezzo a un gran traffico di gente che – in ossequio a quanto prescritto dalla legge mosaica – andava e veniva portando cibi o animali da immolare, c’erano delle zone tranquille, dove gli Israeliti amavano sostavare ad ascoltare gli insegnamenti dei maestri.

Il tema di questi insegnamenti di fatto era sempre lo stesso: “Come si può servire bene il Signore? Come si può offrire al cielo sacrificio davvero gradito, perché dal cielo possa scendere abbondante la benedizione e la misericordia?”. 

La domanda che lo scriba rivolge a Gesù ha proprio questo senso. “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”: in mezzo alla miriade di comandamenti, norme e precetti che regolano il rapporto tra l’uomo e Dio, qual è il cuore, il fondamento assoluto, il principio che contiene tutti gli altri?

La risposta di Gesù è tutto tranne che originale. Il Signore infatti non fa altro che citare il passo più famoso di tutte le Scritture: gli Ebrei lo recitano più volte al giorno e ci sono anche molti Cristiani ne ricordano anche alcune parole addirittura in ebraico: 

שְׁמַ֖ע יִשְׂרָאֵ֑ל יְהֹוָ֥ה אֱלֹהֵ֖ינוּ יְהֹוָ֥ה  אֶחָֽד:

Šəma’ Yiśrā’êl; JHWH ’ĕ-lō-hê-nū, JHWH ’e-ḥāḏ

Ascolta, Israele! Il Signore è nostro Dio, il Signore è l’unico.

Queste parole costituiscono la prima e più importante professione di fede che veniva e viene insegnata ai figli di Israele e che recitano con rispetto due volte al giorno al mattino e alla sera. 

Gli Israeliti particolarmente devoti la scrivono su piccolissimi biglietti che vengono custoditi in un astuccio legato alla fronte o murati negli stipiti di casa, dove vengono baciati ogni volta che si entra e si esce.

Quindi diciamo che la risposta di Gesù è un “grande classico” per quanto riguarda la forma: una novità c’è, però… ed è una novità determinante, ma non è ancora il momento di parlarne…

שְׁמַ֖ע (Šəma’) Il primo compito del vero credente non consiste nel fare qualcosa “di attivo” per il Signore, ma anzitutto nell’ascoltare. 

A dire il vero, le scienze umane se ne sono accorte da un pezzo e anche noi cristiani dovremmo cominciare a considerare  l’ascolto è un impegno tutt’altro che una attitudine passivo. Dicono ad esempio gli studiosi della comunicazione, che l’ascolto uno dei lavori più impegnativi nella comunicazione. 

Questo è un punto critico per la nostra epoca. Per millenni ascoltare significava tendere l’orecchio, concentrarsi per decifrare i suoni e portarli nel cuore. Pensate alle piazze, ma anche alle chiese, alle basiliche, alle grandi aule accademiche senza alcun impianto di amplificazione. Pensate anche a quel gruppo di persone sotto una loggia del tempio a cercare di ascoltare Gesù.

Oggi siamo piuttosto abituati a suoni che ci arrivano nitidamente dentro alle orecchie, abbiamo le cuffiette e il telecomando. Se non sentiamo bene non ci preoccupiamo di tendere l’orecchio, ma aumentiamo il volume. 

Ci siamo impigriti nell’ascolto. Ecco che qualcuno ha inventato i foglietti delle letture, perché piuttosto che tendere l’orecchio, preferiamo leggere ciascuno per conto nostro…

Ascoltare significa pensarsi in relazione, e aprirsi all’altro; uscire dal proprio atteggiamento individualista, dalla propria mentalità ristretta, ed entrare nell’ottica che ciò che mi salva mi può solo venir dato da un altro. Ascoltare è dare il primato a qualcun altro che non sono io. 

Inoltre in questo caso non si tratta di un ascolto privato, individuale, soggettivo… 

שְׁמַ֖ע יִשְׂרָאֵ֑ל (Šəma’ Yiśrā’êl) “Ascolta, Israele!”: per potere creare una vera sintonia con Dio occorre rinunciare a essere individui isolati, ma è necessario essere “Israele”, essere un popolo, una comunità. Ecco perché la Chiesa. 

“Ascolta, Israele!”. Se veramente ti metti in ascolto non puoi non essere “Israele”, il popolo di Dio, la sua Chiesa.

“Il Signore è Dio, unico è il Signore”.  Non solo si deve riconoscere che colui che ci parla è Dio, ma anche che è l’unico Dio. 

Nell’universo non c’è spazio che per un solo Dio, infinitamente grande, perfetto, inaccessibile, irraggiungibile, ineguagliabile. 

Ma quanti falsi dèi purtroppo ambiscono a prendere il posto di Dio nel cuore del credente: gli dèi dell’ambizione, del possesso, delle false sicurezze, dell’orgoglio. 

Notate che esiste una connessione molto forte tra l’unità di Dio e il comandamento fondamentale dell’amore, come se dicesse: “Dio è uno, e proprio per questo lo amerai”. 

Alla luce della pienezza della rivelazione, che si è compiuta in Cristo, possiamo comprendere meglio il senso di questa connessione. 

Dio è Uno perché è incontro, abbraccio, comunione perfettissima di persone distinte (il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo): non tre dèi, ma un solo Dio. L’unità di Dio deriva da tre e il segreto di questa unità è proprio l’amore, l’amore puro. 

Potremmo dire che la traduzione cristiana dell’antico יְהֹוָ֥ה  אֶחָֽד (JHWH ’e-ḥāḏ, Dio è uno), è (questa volta nel greco del NT) «ὁ θεὸς ἀγάπη ἐστίν», “Dio è amore” (1Gv 4,8): questo è il cuore della rivelazione cristiana. 

Il comandamento dell’amore non è anzitutto una regola da osservare, un valore etico da mettere in pratica, è una esigenza interna alla verità. 

Dio ha mostrato il suo volto, il suo volto è essere Uno perché Trino, Uno nell’amore: l’amore è la possibilità che è data all’uomo per essere parte di questa unità, parte di questa infinita perfezione.

L’amore è ciò che ci da dignità, ci fa essere persone degne di Dio, ci fa essere “qualcuno”, non solo “qualcosa” di fronte a lui. 

E così si comprende il motivo per cui Gesù aggiunge con la stessa importanza il comandamento dell’amore del prossimo. 

L’amore rende Uno: se non amiamo il prossimo, chiunque egli sia, amico o nemico, significa che non cerchiamo questa unità che è la perfezione di Dio.

Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili e stanno in rapporto reciproco. 

Gesù non ha inventato né l’uno né l’altro, ma ha rivelato che essi sono, in fondo, un unico comandamento, e lo ha fatto non solo con la parola, ma soprattutto con la sua testimonianza: la persona stessa di Gesù e tutto il suo mistero incarnano l’unità dell’amore di Dio e del prossimo, come i due bracci della Croce, uno verticale e l’altro orizzontale. 

Lo scriba resta fulminato. È preso da un grande entusiasmo. Quello scriba però in verità aveva trovato la strada, ma non era però arrivato alla meta: “Non sei lontano dal regno di Dio”. Che significa: ci sei vicino, ma non ancora arrivato. È quella novità di cui parlavamo all’inizio.

Cosa mancava a quello scriba così sincero e fedele?
La risposta data da Gesù allo scriba era un grande classico: “Ascolta Israele!”. Parole antiche e conosciute. 

Ma c’è un fatto nuovo, un fatto decisivo che cambia tutto, e che lo scriba in quel momento non ha potuto cogliere. 

La novità è che queste parole non stanno più solo scritte su un rotolo, non stanno più piantate in fronte o scolpite sugli stipiti delle porte, come usavano gli Israeliti. 

Queste parole stanno sulle labbra di Gesù. 

Il fatto nuovo, di cui lo scriba non si è accorto, è Gesù stesso: il vangelo prima di essere una dottrina è la persona di Gesù, la persona nella quale il comandamento diventa carne e sangue, vita…

Dio si è fatto uomo. Il segreto impenetrabile di Dio è diventato accessibile all’uomo, perché Dio ha assunto il volto umano di Gesù di Nazaret. 

Dio ha mandato il suo Figlio sulla terra, lo ha fatto “figlio dell’uomo”, perché l’uomo potesse salire al cielo, fatto “figlio di Dio”, realmente una cosa sola con lui. 

Questa è la vocazione, questo è l’orizzonte, il destino che ci attende. 

Adamo, il primo uomo che ci contiene tutti, tentò di essere Dio nella via dell’orgoglio e del peccato. 

Il nuovo Adamo, Cristo ci dona di essere Dio attraverso la via dell’amore e del dono di sé. 

Questo lo scriba non lo aveva capito, perché era arrivato vicino al Signore Gesù Cristo, ma non aveva ancora aperto il cuore alla fede. 

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