due spicci

Come nel brano di domenica scorsa – quando Gesù era stato interrogato dallo scriba su quale fosse il comandamento più grande – il racconto riferito oggi dall’evangelista Marco è ancora ambientato nel tempio di Gerusalemme.

Nella narrazione dell’evangelista, siamo già entrati in quelli che chiameremmo i giorni cruciali della settimana santa, dopo l’ingresso trionfale a Gerusalemme e, dunque, alla vigilia immediata della Passione: resterà solo il discorso sulla manifestazione gloriosa alla fine dei tempi, di cui leggeremo un frammento domenica prossima, prima della festa di Cristo Re che segna la conclusione dell’anno liturgico.

Questa povera vedova che butta i suoi spiccioli nelle bussole del tempio è, per certi aspetti l’immagine conclusiva del Vangelo, l’ultima icona che Gesù ci lascia del suo insegnamento e che la rende particolarmente importante.

Il brano gioca molto sul tema del guardare: ”Guardatevi dagli scribi!”. Gesù invita i discepoli a non fissare l’attenzione su quelli che fanno di tutto per essere guardati – gli scribi che amano esibire vesti sontuose ed essere riveriti in modo pomposo – e a notare invece una vedova, una vecchietta insignificante, che fa di tutto invece per passare inosservata.

C’è un giudizio, sembra dirci il Signore: c’è un giudizio sulle intenzioni profonde del cuore, c’è un giudizio – il giudizio di Dio – che non si basa su ciò che appare in superificie, ma che penetra l’intimità e la profonda verità di ciò che siamo.

È l’ora della verità, dunque. È tempo di giocare a carte scoperte.

E la sentenza per questi scribi dalla devozione, tanto ostentata quanto apparente, è durissimo.

Si ritengono persone di fiducia per il popolo – oggi diremmo dei veri “influencers” – e vivono del prestigio di cui possono godere all’interno della comunità religiosa e nella vita sociale. 

L’accusa è circostanziata da una determinazione veramente odiosa: “Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”. 

Con ogni probabilità si riferisce al fatto che queste persone così istruite – che erano riconosciuti dai più deboli anche come patroni o avvocati – facevano bella mostra delle loro devozione ostentata per carpire la fiducia della povera gente e finivano con l’approfittarsi della loro ingenuità per divorare i loro pochi beni.

Questi scribi sono solo proccupati di farsi vedere, ma essi non vedono nessuno. 

Dall’altra parte, in posizione di contrasto decisamente netto, la scena della vedova indigente, che getta il suo piccolo obolo nelle casse del tempio. Era un donnina alla quale nessuno ha fatto caso, fino a quel momento. Solo Gesù, solo Dio l’ha vista.

C’è un dettaglio finissimo. Sicuramente l’apostolo Pietro lo aveva notato e lo aveva raccontato a San Marco perché ce lo riferisse. L’evangelista annota che la somma posseduta dalla donna è un soldo (più propriamente, un quadrante). Era la misura tipica dei modi di dire, come quando oggi diciamo: “Non ho neanche una lira…”, una somma insignificante.

Ma attenzione: la donna aveva con sé un quadrante diviso in due spiccioletti ancora più piccoli, due “leptà”. Per capirci se avesse voluto comprare un pezzetto di pane, di quei leptà gliene sarebbero serviti almeno dieci.

Notate. La somma complessiva era irrisoria, ma concretamente era composta da due monetine: la povera vedova dunque avrebbe avuto, in ogni caso, la possibilità di trattenere qualcosa per sé. 

Pensate che, anche gli insegnamenti degli antichi maestri di Israele, raccomandavano alle persone generose di non dare in offerta più di un quinto dei propri beni, per non mettere a repentaglio la propria sussistenza. 

A margine possiamo notare, che non era in corso una colletta speciale. La donna non stava rispondendo a una campagna di sensibilizzazione verso qualche nobile causa; non era in corso una raccolta fondi, con una finalità umanitaria o per il sostegno di qualche emergenza.

Non le interessava neanche sapere che cosa si sarebbe fatto concretamente con la sua donazione. 

Il suo era un atto puramente religioso. Voleva semplicemente dare tutto a colui da cui tutto ha ricevuto.

Cosa ci costa, in fondo, una preghiera? Nulla. Le parole, in fondo, – anche le parole della preghiera – non ci costano nulla. Attraverso quella piccola offerta, quella donna trasforma la sua preghiera da un elenco di richieste, in un atto d’amore.

«Sh’ma Yisrael: Ascolta Israele, Dio è Uno. Tu amerai il Signore con tutto il cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza»: il comandamento di Dio era tutta la ricchezza e la fiducia di quella donna.

A questo punto, troviamo scritto per l’ultima volta nel Vangelo, che Gesù “chiamò” i suoi discepoli: il verbo tipico che segnala i passaggi decisivi tra il Maestro e i discepoli: «In verità, vi dico…». 

Dove noi leggiamo in traduzione “in verità”, il testo originale riporta quella parola ebraica che tutti i cristiani conoscono perfettamente: «Amen, vi dico…». “Amen”, la parola della certezza definitiva, la parola che resta per sempre. Arriva la sentenza definitiva e solenne.

«Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». 

Chi si ferma alle cose solo come appaiono esternamente, chi guarda secondo la prospettiva del mondo, non lo può sapere e giudica l’offerta della donna priva di un valore concreto, ma Gesù legge quel gesto nella sua reale portata, con il giudizio stesso di Dio: quella donna ha adempiuto il comandamento, perché ha amato con tutta se stessa.

Non vi sembri audace l’accostamento, ma questa frase nella Bibbia «Ha dato tutto!», la troviamo scritta solo di Gesù Cristo e di questa povera vedova.

Proprio nella seconda lettura di oggi, con quel tipico linguaggio della lettera agli Ebrei, così colmo di allusioni, descrive l’ingresso di Cristo nel Santuario del cielo.

I due spicci della vedova, rispetto alla vita donata dal Redentore sono imparagonabili nel valore, eppure l’amore che anima il dono è lo stesso e questo amore vale tutto il Regno di Dio. 

Oggi il calendario ci riporta la memoria un grande pontefice romano, san Leone Magno. Commentando questo brano disse: «Sulla bilancia della giustizia divina non si pesa la quantità dei doni; si valuta invece il consistenza del cuore. 

La vedova del Vangelo depositò nel tesoro del tempio due spiccioli ma superò i doni di tutti i ricchi. 

Nessun gesto di bontà è privo di senso davanti a Dio, nessuna misericordia resta senza frutto.

Senza dubbio, Dio ha dato agli uomini risorse e possibilità molto differenti, ma quello che si aspetta da ciascuno è che tutti abbiamo i medesimi sentimenti. 

Dunque, ciascuno valuti con intelligenza la consistenza delle proprie possibilità e chi ha ricevuto di più, dia di più». 

Entriamo ora, fratelli e sorelle, nel tempio spirituale del cielo, per partecipare alla grande offerta di Cristo per la salvezza del mondo.

Non cerchiamo di essere ammirati dal mondo e non caschiamo neppure nelle trappole di coloro che cercano di carpire la nostra considerazione, ma impariamo dalla povera vedova del Vangelo a non cercare altro sguardo e altra considerazione se non quella di Dio. 

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