è la fine del mondo

Siamo vicini alla conclusione dell’anno liturgico e oggi ci congediamo dal Vangelo di Marco che ci ha accompagnato nella maggior parte delle domeniche e lo lasciamo con un frammento di questa ultima pagina che precede immediatamente il racconto della Passione e che contiene il discorso di Gesù sulla fine di tutte le cose. 

Parole  impressionanti, quelle del Signore: sembra quasi di rivedere riavvolgersi al contrario la prima pagina del libro della Genesi.

In Genesi, una dopo l’altra le creature venivano occupando il posto loro assegnato sullo scenario del cosmo. 

Ora invece, nelle parole di Cristo, si annuncia profeticamente, la loro uscita di scena: “il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo“. 

Ma c’è una frase lapidaria che emerge come la chiave che ci consente di capire il resto: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mc 13,31).

Gesù dichiara dunque che tutto è destinato a “passare”. Non c’è ambiguità in questa parola: tutto il creato è segnato dalla finitudine, compresi gli elementi cosmici che le antiche mitologie invece divinizzavano. 

Non c’è nessuna confusione tra il creato e il Creatore, ma una differenza netta: ciò che è del mondo passa, ciò che è di Dio resta per sempre.  

Sorge spontanea la domanda del “giorno e dell’ora”, sul quale nei secoli si sono versati inutilmente fiumi di inchiostro e di parole per comprendere il senso di quanto Gesù dice: «nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Come è possibile che il Figlio non conosca ciò che conosce il Padre, se l’amore e la conoscenza reciproca del Padre e del Figlio sono perfetti? 

In realtà Gesù sta solo affermando, in modo certo paradossale, che questo punto semplicemente non è oggetto di rivelazione. 

Il tentativo di conoscere il giorno e l’ora della fine del mondo – e potremmo dire anche della nostra fine personale – è sempre stato oggetto di smaniosa curiosità da parte degli uomini. 

Gesù ci aiuta a comprendere che conoscere il giorno e l’ora della fine, in realtà non sarebbe affatto un bene per noi. 

Gesù vuole invece persuaderci che tutta la vita è preziosa, che ogni istante è decisivo, che ogni momento è quello che conta. 

Se conoscessimo il giorno e l’ora della fine, perderemmo di vista di vista la vita stessa, nella sua durata e nel suo valore. Tutti gli istanti della nostra vita sono preziosi.

Dovremmo toglierci il pensiero dell’ultimo giorno e vivere ogni giorno come se fosse il primo giorno, con lo stupore e la meraviglia della vita che è dono di Dio e come se fosse l’ultimo, orientato all’incontro con l’amore di Dio.

Allora dovremmo correggere un poco quanto appena affermato: il tema del vangelo di oggi non riguarda tanto la fine di tutte le cose. Il discorso è l’invito a saper distinguere tra ciò che passa e ciò che resta: “passeranno i cieli – dice Gesù – resterà la mia parola”.

Noi troppo spesso pensiamo all’eternità come a un tempo senza fine; pensiamo al Regno di Dio, all’aldilà, al paradiso, come a qualcosa che verrà nel futuro e durerà per sempre. 

In Dio, invece, non c’é tempo, non c’é passato o futuro: in Dio tutto è presente. 

Se una cosa è eterna, non è da pensare al futuro, ma è adesso, un oggi che dura sempre, perenne, insuperata novità.

I discepoli di Cristo nella storia concreta in cui vivono sono cercatori di eterno, non nel senso che aspettano un futuro che non esiste ancora, ma che cercano già nel presente ciò che è destinato a restare per sempre, ciò che è definitivo, ciò che è nuovo in senso assoluto, perché risplende per sempre e non sarà mai superato.

Passerà il mondo, passeranno i suoi inganni, i suoi falsi successi, le sue seduzioni, le sue effimere attrazioni: resterà per sempre ciò che è riflesso di Dio, la sua bellezza, la sua verità, il suo amore.

Il mio impegno non deve essere tanto quello di cercare che cosa è buono e vero per me adesso (siamo un po’ schiavi dell’attualità, anche nella vita ecclesiale), ma che cosa è buono e vero sempre, davanti a Dio. 

È questa la conversione, di cui Gesù ci parlava nella prima pagina del Vangelo; è quel “rinnegare se stessi” che è in realtà il segreto per trovare il nostro centro, la nostra consistenza, e non scivolare nel nulla a cui è destinato questo mondo.

Se leggiamo con attenzione il brano di oggi, ci accorgiamo che Gesù solo apparentemente parla della fine del mondo, (proprio in realtà perché è un falso problema); di fatto Gesù sta parlando della Pasqua imminente, sta parlando della sua morte, del sacrificio della sua vita sulla croce a cui tutta la narrazione evangelica tende fin dall’inizio e che ormai è imminente.

Si spiegano così le allusioni alla primavera, a quando germoglia il fico; l’allusione a questa generazione che “non passerà senza che questo avvenga”. La vera fine del mondo, in realtà è la sua stessa morte in croce.

Il giudizio universale è proprio la sua morte in croce e la sua risurrezione: ogni generazione cristiana, non solo quella dei contemporanei storici di Gesù di Nazaret, troverà sempre nel crocifisso la luce per comprendere che cosa passa e che cosa resta; che cosa è del mondo e che cosa è di Dio.

Che cosa resta per sempre di Cristo appeso alla croce? Che cosa entra nell’eternità? Resta Cristo risorto e immortale, cioè resta la bellezza di una vita donata per amore; resta la fedeltà, resta la verità del vangelo, resta la carità, resta il perdono.

Gesù parla della sua morte in termini di “fine del mondo”, perché realmente “tutto è compiuto…”; con la Pasqua di Cristo, tutto ciò che era decisivo e necessario per la salvezza nostra e del mondo, è già stato realizzato.

Anche il giudizio finale che noi immaginiamo come un evento futuro, in realtà si è già compiuto sull’umanità, perché la croce di Cristo ha già condannato definitivamente ogni male e giustificato ogni bene.

Cristo è già risorto; già adesso regna e vive glorioso. Noi ora attendiamo solo che questa sua vittoria diventi evidente, manifesta davanti a tutte le creature.

Il futuro dunque non ci deve spaventare, perché è tutt’altro che pieno di incognite. 

Cercare il Regno dei cieli significa per il Cristiano non necessariamente rivolgere la sua speranza “al futuro”, ma riconoscere quei semi di eternità che già adesso sono presenti e che restano per sempre perché sono di Dio.

Distinguere il bene dal male, significa in fondo, distinguere tra ciò che passa e che rimane: passa ogni egoismo e ogni vanità; restano per sempre l’amore e la verità.

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