da dove si comincia

Emerge nella Liturgia dell’Avvento Giovanni Battista. È un personaggio centrale per la nostra fede. Nella memoria della Chiesa, Giovanni non è solo colui che prepara l’incontro con il Salvatore. Il Battista rappresenta il punto stesso di inizio del Vangelo, della buona notizia. Giovanni non parla del domani: Giovanni è l’annuncio di un oggi.

Il Battista afferma sempre con molta chiarezza di non essere lui il Messia: ha portato una purificazione con l’immersione nell’acqua, che è solo un gesto esteriore del desiderio di un cambiamento di vita.

Viene però il Messia, il più forte – per dirlo con le parole di Giovanni – che immergerà nello Spirito Santo e nel fuoco.

“Battesimo”, in greco significa appunto “immersione”. 

Tutta la predicazione di Giovanni è una forte chiamata alla conversione che culmina in questo gesto della immersione nell’acqua: la semplice acqua del fiume Giordano.

Sapete che questo gesto del battesimo, dell’immersione nell’acqua non esisteva nella Legge Mosaica, che pure codificava in modo molto dettagliato tutte le regole del rapporto con Dio 

E Giovanni era un levita, figlio del sacerdote Zaccaria, dunque sacerdote egli stesso. Conosceva bene il tempio di Gerusalemme, le regole del culto, la forza obbligante della parola di Dio.

Ma mosso interiormente dallo Spirito Santo – che lo aveva investito fin dal primo incontro con Gesù, quando ancora si trovavano entrambi nei rispettivi grembi materni – Giovanni aveva compreso che questa obbedienza alla volontà di Dio deve andare al di là dei comportamenti rituali e richiede il rinnovamento del cuore e della vita.

Tutta la vita, le intenzioni, i progetti, le relazioni, le speranze, le decisione, i valori… tutto, e non solo gli atti del culto e della preghiera, tutto va messo in relazione con la volontà di Dio.

Per questo Giovanni predicava lontano da Gerusalemme. Operava lontano dal tempio governato, come aveva riferito San Luca in precedenza, da persone come Caifa e Anna. 

E proponeva un gesto inedito, questa immersione, un gesto possibile solo una volta nella vita. Giovanni offriva questo battesimo a quanti, confessando il loro peccato, manifestavano un desiderio sincero di rinnovamento.

Insegnava a non accontentarsi di una adesione formale alla Legge, perché non sono i riti, i sacrifici, le pecore, il sangue di un agnello che danno la vita, ma la fedeltà alla volontà di Dio. 

E c’è una funzione permanente per Giovanni, una missione che il Battista continua a svolgere ancora, anche per noi cristiani. È quella di mantenere sempre aperta l’attesa. 

Giovanni non ci permette di adagiarci, di ridurre il dono e la gloria di Dio al livello di una semplice speranza umana, sia pure di solidarietà e di giustizia sociale.

Quante volte il cristianesimo è stato ridotto ad un semplice messaggio sociale, a una proposta etica, ad un insieme di valori!

Giovanni ci immerge nell’acqua fangosa del Giordano: cioè nella verità di quello che siamo, nella verità del nostro essere creature, nel limite del peccato e della morte, in attesa che venga “il più forte” a immergerci – Lui sì – nello Spirito Santo, cioè nella vita stessa di Dio.

* * *

Il brano si è aperto con una domanda, ripetuta più volte al Battista da parte di molte persone desiderose di salvezza: “Che cosa dobbiamo fare?”.

Notate come le risposte del Battista sono molto concrete: dal momento che Dio ci giudicherà secondo le nostre opere, è lì, nei comportamenti, che bisogna mostrare di seguire la sua volontà.

In mezzo alla folla notiamo anche la presenza di gruppi di pubblicani e di soldati. Anche loro sono accomunati dallo stesso desiderio di rinnovamento di vita.

I pubblicani, lo sappiamo bene, sono come la personificazione del peccatore incallito. Disprezzati da ogni punto di vista: in quanto corrotti esattori delle tasse, in quanto servitori di un regime oppressore; due volte impuri perché maneggiavano la valuta di Roma e avevano relazioni con i pagani.

E cosa risponde loro Giovanni? 

«Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Avremmo potuto aspettarci ben altra risposta. 

Giovanni però introduce un’idea che trova conferma nei vangeli: e cioè che il cristiano non vive in un mondo ideale, nel mondo dei perfetti e dei puri. Anche in un mondo segnato dall’iniquità e dall’oppressione, siamo chiamati a fare concretamente tutto quello che possiamo per esercitare la misericordia e la giustizia.

Le vere rivoluzioni non iniziano con la sovversione delle strutture, ma con il cambiamento del cuore e della vita. 

Gesù stesso si presenterà nel Vangelo come “l’amico dei pubblicani e dei peccatori”.

Sulla stessa linea, anche le parole di Giovanni ai soldati. Il soldato rappresenta il controsenso più palese che produce l’uomo nella sua paura dell’altro: il soldato armato fino ai denti esiste per difenderci dalla minaccia rappresentata dalle arme altrui. Un paradosso.

«Non maltrattate; non estorcete», sono le parole di Giovanni. Notate il realismo concreto di questo invito.

È l’inizio di un lungo, lunghissimo percorso che parte dal rinnovamento del cuore e che ci porterà a ritrovare  poi molte volte nei Vangelo e negli Atti degli Apostoli, soldati e centurioni, armati di una fede che non teme confronti nel Popolo di Dio.

Non c’è nulla di umano che sia estraneo alla possibilità di una vera conversione.

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Come ci è stato più volte ricordato, la liturgia della terza domenica di Avvento è un invito alla gioia dello Spirito: Rallegratevi, perché il Signore è vicino!

Anche il profeta Sofonia, nella prima lettura si rivolge al popolo dei credenti: “Gioisci, rallegrati con tutto il cuore, perché il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente”.

É la promessa che si realizza pienamente nel Natale e che si rinnova oggi nella nostra vita.

L’annuncio profetico di questa gioia non è destinato solo a noi credenti, ma è per l’umanità intera, e in modo particolare per i più poveri, in questo caso per i più poveri di gioia! 

Pensiamo a quanti vivono il dramma della guerra, ai migranti che muoiono nel freddo dei confini europei. Quale gioia possono vivere? Come sarà il loro Natale? 

Ma pensiamo anche agli ammalati, alle persone sole che talvolta si sentono anche abbandonate: come condividere con loro la gioia, senza mancare di rispetto per la loro sofferenza? 

Ma vogliamo pensare anche a quelli che hanno smarrito il senso della vera gioia e la cercano invano là dove è impossibile trovarla, soprattutto tra i giovani. 

Nella corda esasperata verso il successo, nei falsi divertimenti, nel consumismo, nei paradisi artificiali della droga e di ogni forma di alienazione…

Non possiamo non mettere a confronto la liturgia di oggi e il suo “Rallegratevi!” con queste drammatiche realtà. 

Come ai tempi del profeta Sofonìa, è proprio a chi è nella prova, a chi vive il peso della condanna e della sventura che si rivolge in modo privilegiato la Parola del Signore.

L’invito alla gioia non è una pillola ansiolitica, non è uno sterile palliativo. Al contrario questo invito é profezia di salvezza: stai sicuro! Viene il Signore, prepara il tuo cuore!

Per iniziare questa trasformazione del mondo, Dio ha invitato alla gioia una giovane di Nazaret: “Ave, rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”. 

In quelle parole, che noi cristiani amiamo ripetere all’infinito nella preghiera, sta il segreto dell’autentico Natale.

Quelle parole che un giorno furono per Maria, oggi sono per la Chiesa e per ciascuno di noi: “Rallegrati, il Signore è vicino!”.

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