tre parole per Natale

Natale del Signore

C’è un aspetto piuttosto inquietante del Natale di cui nessuno parla, se non, curiosamente, qualche comico. E cioè che questo periodo delle feste accende dentro il cuore di molte persone dei sentimenti profondamente contrastanti.

Mentre le case e le strade si vestono a festa, mentre i nostri cellulari e i nostri computer vengono inondati di immagini liete, di frasi ispirate, magari anche di toccanti citazioni bibliche, nel cuore di molte persone aumenta la percezione dell’isolamento e un senso di solitudine.

Soprattutto chi è stato ferito dalla vita, chi ha vissuto un lutto, una separazione, una perdita, chi ha ricevuto qualche brutta sentenza sanitaria, chi si è scontrato contro qualche problema e qualche avversità, sente in questi giorni addirittura crescere la sensazione di fallimento e il peso della vita. 

È un problema che affligge purtroppo anche molti bambini, che in questi giorni rischiano di essere dilaniati dai sensi di colpa, dovendo decidere con quale genitore trascorre le feste, mentre tra i genitori stessi aumenta la conflittualità.

Gli psicologi e gli psichiatri sanno bene che nel periodo delle feste natalizie aumentano a dismisura depressioni, crisi, malumori e ansie: proprio quando la convenzione ti obbliga a essere felice e spensierato, il malumore, le ferite, le angosce esplodono. 

È a Natale che i dolori più profondi chiedono luce. Perché abbiamo fatto del Natale una caricatura, trasformandolo in una macchina infernale. 

Abbiamo trasformato il Natale in una mostruosa rincorsa alla felicità artificiale, come i sorrisi inquietanti di chi si è fatto una chirurgia plastica, perché abbiamo staccato la felicità del Natale dal suo vero e unico significato.

L’ultimo recente attacco all’abc fondamentale del Natale è quello di chi voleva imporci un vocabolario neutrale. Vogliono che ci auguriamo buone feste e non nominiamo più il Natale.

Questo mi sembra sia un punto prezioso dal quale ripartire: dobbiamo rifare insieme il vocabolario, l’abc, la grammatica essenziale del Natale.

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E la prima parola del vocabolario di Natale è sicuramente “luce”. 

Tutto, quella notte, si svolse al buio. «Diede alla luce», è detto di Maria. Ma è solo un modo di dire: non c’era luce nella stalla, dove i due pellegrini avevano trovato l’ultimo rifugio. 

Maria e Giuseppe erano andati sperimentando il buio raggelante del rifiuto: nessuna casa si era aperta per loro, nessun albergo aveva fatto posto alla loro povertà. Giuseppe e Maria avevano dovuto camminare soli nella notte. 

Proprio per questo essi raffigurano nelle loro persone tutto il grande dramma della solitudine umana.

Ma Dio li aiuta e li consola in maniera eccezionale e altissima: con «la manifestazione del nostro grande Dio e salvatore», per usare le parole di Paolo. Gesù Cristo che nascendo squarcia le tenebre e vince ogni tristezza, comunica a loro, e a tutti noi, la gioia immensa e inesprimibile di chi si sente raggiunto e avvolto da un fortissimo amore.  

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Una seconda parola natalizia da riscoprire, ma nel suo vero significato, è “fretta”.

Anch’io nei giorni scorsi ho adempiuto al precetto della ricerca dei doni natalizi per i miei fratelli e amici: ho percorso avanti e indietro i portici di Bologna, sentendomi a volte come le formiche quando impazziscono perché qualcuno ha interrotto la loro strada sicura.

Un poco di quella frenesia dei preparativi in realtà, penso sia anche igienica spiritualmente e positiva, perché anche le pagine evangeliche di questi giorni sono piene di fretta.

C’è la fretta di Maria che va in visita da Elisabetta; c’è la fretta dei pastori che si misero in cammino dicendosi l’uno all’altro: «Andiamo fino a Betlemme; vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere!». 

Hanno meno fretta i magi, che prima di partire devono studiare, confrontarsi, discutere, chiedere permessi, sbagliare strada, ma comunque arrivano.

Il tema della fretta, nella Scrittura è un tema squisitamente pasquale, che nel passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento acquista un sapore completamente nuovo.

Nell’Antico Testamento la fretta pasquale era la fretta gli azzimi, la fretta della fuga, di chi deve scappare di notte per non essere catturato dal tiranno, per passare dalla schiavitù alla liberazione. 

Non è ancora la salvezza, ma è molto vicina alla salvezza, perché almeno chiama male il male e bene il bene: è per lo meno la fede di chi sa da cosa deve scappare e che cosa invece deve con tutte le forze desiderare.

Nel Nuovo Testamento, dalla notte di Natale fino alla mattina della risurrezione, cioè nella pienezza della fede e della rivelazione, troviamo invece la fretta di chi di chi ha creduto a un annuncio celeste; è la fretta di chi vuole condividere una notizia enorme, una presenza, una certezza esorbitante.

È la fretta della verità e dell’amore.

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Un’altra parola del vocabolario natalizio sulla quale mi vorrei soffermare è “angelo”: fa decisamente parte dell’abc natalizio. Anche chi non sa più niente del significato del Natale non rinuncia a qualche angioletto decorativo.

Ma i Vangeli di Natale sono pieni di queste presenze misteriose: sono gli spiriti senza corpo – così simili per natura al Creatore, ma comunque così vicini a noi in quanto creature – che portano gli annunci cruciali: alla Vergine Madre, a San Giuseppe, ai pastori.

Ma solo gli umili possono udire il canto degli angeli. 

Potrebbe udire la voce dell’angelo chi, ancor prima di averla ascoltata, sa già con certezza che gli angeli non esistono?

Chi è abituato a formulare giudizi sprezzanti su tutto, chi crede di sapere sempre più degli altri, chi mette tutto in discussione, come potrebbe dare ascolto alla voce di un angelo?

In fondo la nostra fede parte proprio da qui: dal riconoscere che quel che si vede e si tocca non è tutto; che c’è un mondo, invisibile ma reale, che ci circonda e ci accompagna.

Lo ricorda proprio il primo articolo della nostra fede: che Dio è creatore di tutte le cose, visibili e invisibili. 

Qualcuno ha detto molto argutamente che gli angeli possono volare perché non si prendono troppo sul serio.

Mentre è proprio la presunzione che rende così difficile il nostro cammino verso il Signore degli angeli.

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È Natale: il Verbo eterno di Dio che è entrato nella nostra storia.

Contiamo gli anni dalla sua nascita; distinguiamo le fasi della storia in “avanti Cristo” e “dopo Cristo”.

Ma se guardiamo con sincerità al nostro cuore, non possiamo non riconoscere che la linea di confine tra “prima” di Cristo e “dopo” Cristo non corre solamente attraverso gli anni della storia, ma passa anzitutto attraverso il nostro cuore.

C’è tutto un mondo proprio dentro di noi che vive “avanti Cristo”, nel buio dell’incredulità, in cerca di luce; c’è un mondo dentro di noi che è schiacciato dalla frenesia e non conosce la fretta gioiosa della verità e dell’amore; c’è tutto un mondo, dentro di noi, che non crede se non a quello che vede e che si prende troppo sul serio per poter accogliere il canto degli angeli.

Il Natale è la risposta di Dio.

Il Bambino Gesù deposto in una mangiatoia, che contempliamo con fede commossa e tenera ammirazione è Dio che è venuto a incontrare, a incoraggiare, a salvare l’uomo, là dove l’uomo concretamente si trova, nelle sue ansie e nelle sue debolezze: “avanti Cristo”. 

Qualunque sia la nostra disperazione, mentre ci sentiamo delusi e soli, un amore infinito ci ha raggiunto. 

Per quanto sia grande il nostro vuoto, esso è stato colmato perché il Signore è per sempre con noi. 

Ogni tristezza, ogni sfiducia è vinta, perché oggi è Natale: e perché il Natale non è solo una data del calendario, ma è la decisione irrevocabile di Dio, di essere dalla parte dell’uomo.

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