Famiglia: il vocabolario dell’umano

È la domenica che segue immediatamente il Natale del Signore. È la Pasqua settimanale, memoria perenne della passione, morte e risurrezione di Cristo e questa domenica, in particolare, che viene proprio a ridosso di Natale ci aiuta a guardare con occhi veramente di fede alla grotta di Betlemme. 

In quella Notte di luce gli angeli non hanno annunciato a pastori semplicemente “Oggi è nato Gesù”, ma hanno detto con molta verità: “È nato per voi”. 

Per il solo fatto di esserci, di esistere in mezzo a noi, per il solo fatto di essere nato, Gesù è già “per”, è salvatore.

Perché con quello che è, prima ancora che con quello che fa e che dice, Gesù è la presenza di Dio nella nostra vita, Gesù è il ponte che unisce il nostro tempo che passa e che invecchia, all’eternità di Dio, alla perenne giovinezza del Creatore.

Ma oggi domenica possiamo guardare al Natale proprio come al preludio della Pasqua: Gesù è davvero “per noi”, perché ha donato se stesso, fino in fondo, senza riserve. 

Non è venuto in un mondo di amici amorevoli, ma è venuto in mezzo a una umanità ostile e peccatrice: è venuto per fare di noi poveri peccatori, veramente dei figli di Dio. 

“Vedete – ci ha detto l’apostolo Giovanni – quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”: lo siamo per il suo sangue, lo siamo perché donando se stesso, ci ha donato la sua divinità.

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È molto significativo che la Chiesa dedichi questa domenica che segue il Natale alla memoria della Santa Famiglia. 

Possiamo così immedesimarci nei pastori di Betlemme che, appena ricevuto l’annuncio dall’angelo, accorsero in fretta alla grotta e trovarono “Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia”.

Fermiamoci anche noi a contemplare questa scena, e riflettiamo sul suo significato. 

I primi testimoni della nascita del Cristo, i pastori, si trovarono di fronte non solo il Bambino Gesù, ma una piccola famiglia: mamma, papà e figlio appena nato. 

Nel Vangelo non troviamo discorsi sulla famiglia, ma un avvenimento che vale più di ogni parola: Dio ha voluto nascere e crescere in una famiglia umana. 

In questo modo Dio ha consacrato la famiglia come prima e ordinaria via del suo incontro con l’umanità. 

Nella vita trascorsa a Nazaret, Gesù ha onorato la Vergine Maria e il giusto Giuseppe, rimanendo sottomesso alla loro autorità per tutto il tempo della sua infanzia e adolescenza.

Da Maria e Giuseppe Gesù è stato introdotto nella comunità religiosa, frequentando la sinagoga di Nazaret. 

Con loro ha imparato a fare il pellegrinaggio a Gerusalemme, come narra il brano evangelico che abbiamo appena ascoltato. 

Quando ebbe dodici anni, rimase nel Tempio, e i suoi genitori impiegarono ben tre giorni per ritrovarlo. 

Con quel gesto fece loro comprendere che egli si doveva “occupare delle cose del Padre suo”, cioè della missione affidatagli da Dio (cfr Lc 2,41-52).

Questo episodio evangelico – un avvenimento, prima di essere una dottrina – rivela la più autentica e profonda vocazione della famiglia: che è quella di accompagnare ogni suo componente nel cammino di scoperta di Dio e del disegno che Egli ha predisposto nei suoi riguardi.

Maria e Giuseppe hanno educato Gesù prima di tutto essendo semplicemente se stessi, amandosi, sostenendosi l’un l’altro e prendendosi cura – ciascuno per la sua parte – del Figlio: nei suoi Genitori, Gesù ha conosciuto umanamente tutta la bellezza della fede, dell’amore per Dio e per la sua Legge, come pure le esigenze della giustizia, che trova pieno compimento nell’amore (cfr Rm 13,10).

In questo episodio il ragazzo Gesù ci appare pieno di zelo per Dio e per il Tempio. 

Possiamo chiederci: Gesù da chi aveva appreso l’amore per le “cose” del Padre suo? 

Certamente come Figlio ha avuto un’intima conoscenza del Padre suo, di Dio, una profonda relazione personale permanente con Lui, ma, nella sua cultura umana concreta, ha certamente imparato le preghiere, l’amore verso il Tempio e le Istituzioni di Israele dai propri genitori.

A questo punto permettetemi una considerazione più prettamente teologica. 

Qualche tempo fa, accennavo in un’omelia al fatto che il Figlio di Dio, che è la Divina Sapienza, facendosi uomo ha avuto bisogno di imparare umanamente anche tutto ciò che in quanto Dio conosceva per natura.

Una persona attenta, è venuta però a farmi una osservazione. E cioè che se Gesù è Dio, necessariamente possiede la scienza infusa, conosce tutte le cose, conosce il Padre, senza avere bisogno di imparare nulla da nessuno.

È vero, ma allo stesso tempo non è vero. 

Il terzo Concilio di Costantinopoli condannò un’eresia, nella quale era scivolato perfino un papa, Onorio I: era l’eresia del monotelismo, la quale afferma che nella persona di Gesù Cristo esiste una sola volontà, che è la volontà della seconda persona della Trinità.

Questa concezione venne condannata come eretica, perché avrebbe ridotto la natura umana di Cristo, a una natura fatta di sola biologia, senza alcuna volontà, ad un burattino: sarebbe stata dunque una umanità imperfetta, avrebbe avuto le sembianze di un uomo, senza esserlo realmente. 

A volte noi immaginiamo un Gesù bambino che non esiste: come quello in certi presepi in cui ha già la mano benedicente come se fosse un arcivescovo.

Questa concezione, per la quale anche Onorio I tra l’altro fece dichiarazioni piuttosto ambigue, alla fine avrebbe tolto qualsiasi valore alla Passione di Cristo – che diventando così solo la passione di un finto uomo – non avrebbe avuto per noi uomini nessuna forza di redenzione.

Ritornando a noi: il Verbo eterno dunque, in quanto Figlio di Dio aveva la conoscenza diretta del Padre, ma entrando nella nostra vera e reale umanità, ha voluto anche aver bisogno di imparare, ha voluto aver bisogno di essere educato, introdotto nella realtà, per maturare anche umanamente quel “sì” limpidissimo che come Figlio ha da sempre pronunciato davanti al Padre. 

Possiamo affermare dunque che la decisione di Gesù di rimanere nel Tempio era soprattutto frutto della sua intima relazione col Padre, ma anche realmente frutto dell’educazione ricevuta da Maria e da Giuseppe.

A proposito, notate come la Vergine Maria nel brano di oggi definisca senza ombra di dubbio Giuseppe “padre di Gesù”. Ferma restando l’origine divina del Figlio e la perpetua verginità di Maria, Giuseppe fu accanto a Gesù come un vero padre e come vero sposo della Vergine.

E questa azione educativa dei genitori nei confronti del figlio si esprime anzitutto semplicemente nella vita: Maria e Giuseppe non intendevano anzitutto dare a Gesù un esempio; intendevano semplicemente vivere e furono straordinari educatori essendo semplicemente ciò che erano e dovevano essere.

È nella famiglia che impariamo insieme l’abc dell’umano e del divino: è in famiglia che impariamo non in teoria ma semplicemente vivendo che cosa significa padre, figlio, fratello, fiducia, unità, responsabilità, dono: in fondo è vivendo in famiglia che impariamo che Dio è Trinità. 

E lo impariamo anche nei nostri sbagli e nel continuo desiderio di rialzarci secondo il disegno di Dio.

Il più grande “Sì” che il Figlio di Dio ha sperimentato nella sua vita veramente umana è stato certamente il Sì della Vergine Maria.

A lei affidiamo tutte le famiglie, pregando perché si aprano con fiducia e generosità al dono della vita e ognuno in essa abbia la gioia di essere semplicemente quello che è.

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