Epifania del Signore
La parola “Epifania”, significa – come sapete bene – “manifestazione” e fin dall’inizio delle feste natalizie abbiamo potuto vedere come Dio non si accontenta del “fatto” di mandare il suo Figlio, fatto uomo, come nostro Salvatore, ma vuole che il “fatto” diventi “notizia”.
A questo mondo non tutti i fatti sono notizie. È normale.
È meno normale che ci siano notizie – e pure troppe – che non sono fatti.
Ma in questo il Signore sicuramente non ci tradisce: anzi se c’è un aspetto veramente affascinante del Cristianesimo è che il Vangelo non è prima di tutto una dottrina, un insegnamento, un insieme di valori etici da introiettare.
Il Cristianesimo è anzitutto un avvenimento, un fatto, un accadimento.
Ce ne siamo accorti, ad esempio celebrando la festa della Santa Famiglia, dove abbiamo visto che la luce che il Vangelo emana su questa cellula fondamentale della società umana non viene da un discorso o da un insegnamento riguardo ad essa, ma dal fatto che Gesù entrò nel mondo in una famiglia, ne volle avere bisogno, come elemento essenziale della sua vera e concreta umanità.
C’è un fatto, dunque, un fatto che oggi diventa notizia.
Dio ha mandato il suo Figlio come salvatore: questo il fatto. Poi ha anche voluto che lo sapessimo, che lo potessimo conoscere: il fatto diventa notizia.
Fin dall’inizio di questa vicenda, si rivela questa attitudine di Dio.
Per quanto la Nascita del Redentore del mondo sia un avvenimento assolutamente marginale tra le cronache umane di quel tempo, Dio si preoccupa fin da subito di mandare i suoi messaggeri celesti agli umili pastori di Betlemme, che inaugureranno il cammino di tutta l’umanità verso il Signore.
Di per sé non sarebbe stato strettamente necessario. L’angelo stesso aveva detto: «Oggi è nato per voi». Con il solo fatto di essere venuto al mondo, di essere nato, Gesù era già “per”, era già il Salvatore: non c’era strettamente bisogno neppure che noi lo sapessimo, ne fossimo informati.
Ci sono molte persone a questo mondo che non hanno avuto e non hanno la possibilità di conoscere il Dio fatto uomo, di amarne il nome, di riporre in lui la loro fiducia e la loro speranza. Ma Gesù è il salvatore di tutti, anche di chi non lo conosce e non sa nulla di lui.
Oggi però la misericordia di Dio si rivela nel fatto che l’Altissimo non si accontenta dello strettamente necessario. La salvezza infatti non consiste solo nel riscattare dalla morte e dall’inferno, ma è più di tutto la gioia di un incontro che trasforma tutta l’esistenza, anche questa vita mortale e così complicata.
La salvezza non è solo essere amati, ma è anche la possibilità di sapere di essere amati, e di esserlo sempre nella buona e nella cattiva sorte; la salvezza è sapere di avere una casa alla quale si appartiene; la salvezza è sapere che c’è un disegno sulla nostra vita e sull’umanità, una storia di cui non conosciamo le tappe, ma di cui siamo proprio certi dell’esito finale, che è un esito di misericordia e di pace.
Natale ed Epifania: il fatto e la sua manifestazione, come Pasqua con Pentecoste, come l’umile, piccolo Gesù di Betlemme e la grande, immensa famiglia della Chiesa dai popoli.
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La vicenda dei Magi che oggi riviviamo è emblematica del cammino di ogni credente.
Sono dei cercatori, esplorano tutte le vie loro possibili, le vie della conoscenza, che ad un certo punto diventa fiducia in una luce superiore che non è di questo mondo.
I magi percorrono un itinerario lungo e complicato; sbagliano anche strada ma li salva la gioia che provano ogni volta che ritrovano la stella, cioè il segnale divino che indica loro il cammino da percorrere.
Perché bisogna saper distinguere: non tutte le luci portano alla meta e non tutte le gioie danno pace al cuore.
Avevano cercato la salvezza andando prima in una Reggia. Poi però, con infinito stupore, si prostrano davanti a un Bambino di povera gente.
Il nuovo Re, davanti al quale si erano prostrati in adorazione, era decisamente diverso da quello che immaginavano.
Anche noi come i Magi dobbiamo imparare che Dio è diverso da come noi, di solito, lo immaginiamo.
A Betlemme finisce il cammino dei Magi, ma qui soprattutto comincia il loro pellegrinaggio interiore.
Dovevano cambiare la loro idea sul potere, su Dio e sull’uomo e, facendo questo, dovevano anche cambiare se stessi.
Ora vedevano: il potere di Dio è diverso da quello dei potenti del mondo.
Dio è diverso – è questo che ora riconoscono. E ciò significa che ora essi stessi devono diventare diversi, non perché hanno sentito una predica, ma perché hanno avuto un incontro.
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I Magi provenienti dall’Oriente sono soltanto i primi di una lunga processione dei santi, uomini e donne che in ogni epoca hanno cercato la stella di Dio; hanno cercato quel Dio che è vicino a ognuno di noi e che ci indica la strada.
Nelle vite dei santi si svela la ricchezza del Vangelo.
I santi sono stati persone che non hanno cercato ostinatamente la propria felicità, ma semplicemente hanno voluto donarsi, perché sono state raggiunte dalla luce di Cristo.
Contemplando queste figure impariamo che cosa significa “adorare”, e che cosa vuol dire vivere secondo la misura del bambino di Betlemme, secondo la misura di Gesù Cristo e di Dio stesso.
Così il fatto continua a diventare notizia: il Natale continua a diventare Epifania. Oggi tocca a noi il dolce, gioioso compito di essere Epifania del Signore. Non lo esige una dottrina, ma lo provoca in noi la gioia dell’incontro che oggi si rinnova.
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“Entrati nella casa, videro il bambino e Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono” (Mt 2, 11).
Questa non è una storia lontana, avvenuta tanto tempo fa. Questa è presenza. Cristo è qui presente come allora in Betlemme.
Anche noi siamo venuti a Betlemme, alla “Casa del Pane”: qui nella Santa Eucaristia, Gesù è davanti a noi e in mezzo a noi. Egli per noi si è fatto chicco di grano che cade in terra e muore e porta frutto fino alla fine del mondo.
