consorti di Dio

La Santa Liturgia ci fa oggi rivivere una delle pagine più care del Vangelo. Amiamo meditare questa pagina nel Rosario come un “Mistero luminoso”. Eppure, è allo stesso tempo un racconto quasi sfuggente e inafferrabile nei suoi contorni.

Si parla di un matrimonio. Di fatto, sarebbe l’unico matrimonio nella storia di cui sappiamo tutto, tranne chi furono gli sposi.

Si parla di un miracolo che in realtà non è un miracolo. Non passerebbe i criteri fissati da papa Lambertini a suo tempo e ancora validi per la canonizzazione di un santo.

Si parla della manifestazione della gloria di Gesù. In realtà, gli unici che sembrano capire qualche cosa di quanto è accaduto sono i camerieri.

E c’è poi quella risposta così strana, poco decifrabile, data da Gesù alla Madre. Viene chiamata con l’appellativo “Donna”, apparentemente così fuori luogo. E poi quella inquietante allusione del Signore alla sua “ora”. 

Questo tema dell’“ora” rimanda ad un altro banchetto. È descritto alla fine del Vangelo. Si tratta del banchetto della cena pasquale, quando Gesù laverà i piedi ai discepoli. Scriverà Giovanni: “Quando venne la sua ora di passare da questo mondo al Padre, Gesù amò i suoi fino alla fine” (Gv 13,1).

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L’esposizione dei primi capitoli del Vangelo di Giovanni è organizzata attorno a una settimana primordiale. Esattamente come la Genesi, il primo libro della Bibbia. Si parte da “in principio” e poi diventa la cronaca in vari giorni dei primi incontri di Gesù. Il brano delle nozze Cana, al culmine di questa settimana primordiale è introdotto da questa specificazione: “Il terzo giorno…”. Ma nella settimana è il sesto giorno, quello che in Genesi corrisponde al giorno della creazione dell’uomo e della donna. 

Tutte considerazioni ci spingono a guardare alle nozze di Cana non solo come ad un comunissimo evento di famiglia. Qui c’è piuttosto un richiamo al disegno originario di Dio.

Esiste una parola che ritorna frequentemente nel vocabolario biblico e liturgico. Viene usata per esprimere il nostro rapporto con Dio. Purtroppo, questa parola scompare quasi sempre a causa delle scelte di traduzione in italiano: “consorti”. 

Ecco, è questo il grande mistero delle nozze che oggi ci viene rivelato: Dio vuole unire a sé l’umanità. Vuole associarla alla sua stessa sorte. Vuole accoglierla nella sua beatitudine e nella sua pace. Vuole che diventiamo con lui “consorti”, una cosa sola.

È il sesto giorno. Ma è anche il terzo giorno. Nelle antiche Scritture, è associato alle grandi rivelazioni divine. Nella nostra fede, è associato alla Pasqua di morte e risurrezione. È la Pasqua dello Sposo, che dà la sua vita per la sposa.

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Il simbolismo del vino è noto nel suo significato. Richiama al “necessario non necessario”. Non è indispensabile per sopravvivere. Eppure, serve a quella gioia che è la pienezza della vita. 

Il vino toglie la tristezza e la stanchezza del quotidiano. Ci fa stare insieme in una festa; allarga i sensi e l’anima, scioglie la lingua, apre il cuore. Il vino toglie le barriere che limitano le nostre relazioni. 

A Cana il Signore esagera decisamente.

Gesù offrì agli ospiti delle Nozze di Cana più di seicento litri di vino gustoso. Erano contenuti in sei giare (ancora il numero 6, come il sesto giorno). I servi, eseguendo l’ordine del Signore, le avevano riempite di acqua. 

L’abbondanza, la profusione sono l’impronta di Dio nella sua creazione.  

Dio non calcola, Dio non si accontenta del necessario, perché Dio è amore.

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«Gesù – riferisce alla fine l’evangelista – manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui» (2,11). 

Il vero scopo dell’episodio di Cana non è il vino. Il miracolo più profondo è la fede dei discepoli. Oltre l’avvenimento esteriore, essi cominciano a riconoscere una cosa più grande: la presenza sacrosanta di Dio in mezzo a noi.  Di questo si tratta ancora oggi.

A Cana poi possiamo capire anche la missione permanente di Maria nella vita dei credenti. 

Maria non chiede al Signore un miracolo. Maria semplicemente presenta al Signore la difficoltà in cui si trovano gli amici. 

Maria mette tutto nelle mani di Gesù e si affida a lui e al suo agire. Neanche l’apparente rifiuto la scoraggia, lasciando intatta la sua fiducia nel Figlio. 

Ricordiamo le parole di Maria ai servi: «Fate quello che vi dirà». Forse, dopo il suo “Eccomi”, queste sono le sue parole più belle. In fondo, sono una applicazione per noi del suo “Eccomi”, del suo sì: «Fate quello che vi dirà». 

Fate ciò che vi dirà: credete in Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivo.

Credete con una fede che è amore. Credete con una fede che non è pura teoria, ma vita.

Credete con una fede che accetta la volontà di Dio, anche se non la conosciamo e sembra andare contro la vostra volontà. 

Credete e vedrete: dove gli altri vedono solo un problema, una carenza, la croce, un’esistenza fallita e una fine vergognosa, vedrete la misura colma dell’amore sovrabbondante di Dio, la sua gloria che ci salva. 

«Fate tutto quello che vi dirà!»

Quando vedrete un fratello cadere.
Quando avranno peccato contro di voi.

Quando giungerà l’ora della prova e della sofferenza.
Quando vi assalirà la paura dinanzi alla croce.

Quando vi perseguiteranno a causa del suo nome.
Quando il male sembrerà sovrastare tutto.

Quando la notte scenderà sulla vostra fede.
Quando il peccato graverà i vostri cuori.

«Fate tutto quello che vi dirà!»

Quando verrà a mancare il vino alla vostra gioia.
Quando perderete una pecorella tra i monti.
Quando ritroverete il figlio perduto.
Quando incontrerete sulle vostre strade i poveri.

Quando salirete all’altare per rendere grazie
e vi renderete conto di essere divisi.
Quando vorrete pregare il Padre dei cieli.

«Fate tutto quello che vi dirà!»

Ai piedi della croce, – al culmine dell’“ora” – Gesù si rivolgerà ancora una volta alla madre chiamandola “Donna”. Il Signore la rese madre del discepolo amato. E divenne madre di tutti i discepoli e, quindi, madre nostra. 

Nostra Madre non ha bisogno di molte parole. Ha detto tutto in questa parola essenziale e colma di sollecitudine materna: «Fate quello che vi dirà».

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