Terza domenica del tempo ordinario C
Riprendiamo da questa domenica la lettura del vangelo di Luca. Come abbiamo appena ascoltato, saltati i vangeli dell’infanzia e gli eventi del Giordano e della quaresima nel deserto, siamo ripartiti dalla narrazione della prima predicazione di Gesù nella sinagoga di Nazaret.
Prima però, la liturgia ci ha fatto ascoltare un testo preziosissimo di Luca: sono le prime quattro righe del suo Vangelo, il prologo. È qui che l’evangelista spiega il perché e il per come ha scritto la sua opera che – come sapete – comprende il terzo Vangelo e anche gli Atti degli Apostoli.
Accade raramente nei Vangeli che l’autore si rivolga in prima persona ai lettori (o sarebbe meglio dire agli ascoltatori) e la coincidenza con la “Giornata della Parola”, ci offre la possibilità di riflettere sul rapporto autentico dei cristiani con i Vangeli e più in generale con la Bibbia.
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Spesso noi identifichiamo – in modo un po’ superficiale – la “Parola di Dio” con la “Bibbia” e dimentichiamo che in realtà, per noi cristiani, la Parola di Dio non è un libro, ma una persona.
Il Verbo – la Parola eterna di Dio – si è rivelato all’uomo anzitutto attraverso la bellezza e l’armonia della creazione e poi attraverso la storia dell’antico popolo di Israele.
Ma lo stesso Verbo si è rivelato, e si rivela ancora, anche attraverso quei semi di verità, di bellezza e di giustizia che sono presenti nella coscienza degli uomini. Non esiste vicenda umana, anche la più torbida e complicata, nella quale non ci siano come dei semi di verità e di amore, che sono sempre riflessi del Verbo di Dio nella nostra vita.
La pienezza di questa rivelazione, però, accade quando il Verbo di Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi – Dio fatto uomo – uomo in mezzo agli uomini, crocifisso e risorto per la nostra salvezza.
Il Cristianesimo, dunque, non è prima di tutto un messaggio contenuto in un libro; non è una dottrina, un patrimonio di nobili valori morali: nella sua essenza il Cristianesimo è anzitutto l’incontro con una persona. I cristiani non sono i divulgatori di un libro, ma i testimoni di un incontro.
San Luca da il nome di Teofilo al suo lettore. Questo è in realtà il modo con il quale l’evangelista vuole rivolgersi direttamente a ciascuno di noi.
Il nome Teofilo significa sia “amato da Dio”, che “amico di Dio”, per dire di un rapporto a due direzioni: da Dio all’uomo e dall’uomo a Dio.
Teofilo è chiunque che si scopre amato da Dio e vuole vivere di questo amore.
Notate cosa dice Luca a proposito di questo Teofilo: «ho scritto in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto».
Da questa affermazione ricaviamo che la fede di Teofilo non inizia con la lettura del Libro.
Se ci pensiamo, è proprio quello che accade a tutti noi.
Ognuno di noi può raccontare che le strade che lo hanno portato alla fede: la vita in famiglia, gli ambienti che abbiamo frequentato, la parrocchie, i gruppi, le amicizie, la testimonianza che qualcuno ci ha donato.
La Bibbia è una parte importante – imprescindibile – del cammino di fede, ma è solo una parte del nostro incontro con la Parola di Dio che è Gesù Cristo.
Gesù di Nazaret non è un personaggio letterario, il protagonista di un racconto.
Gesù è il vivente che bussa alle porte del nostro cuore e stabilisce in noi la sua dimora. La Bibbia viene a dare solidità – così dice Luca – alla nostra relazione con Cristo.
Per questo potrebbe darsi che per qualche momento il credente sia senza la Bibbia, ma non sarà mai senza la Parola di Dio, perché Cristo abita nel cuore di chi lo accoglie.
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Ancora da questo prologo, comprendiamo che l’evangelista Luca non fu testimone oculare, diretto, della vicenda di Gesù di Nazaret e che non lo conobbe personalmente.
Luca appartiene alla generazione immediatamente successiva. Scrive: «Ho deciso di fare ricerche accurate, su ogni circostanza». L’oggetto di queste indagini è il resoconto di coloro che furono «testimoni oculari fin da principio». Ci sono molti indizi che fanno pensare che uno di questi testimoni oculari fu sicuramente la Vergine Maria.
Ma il fatto di aver visto di persona ancora non basta: anche i “testimoni oculari” andavano scelti in base a un criterio.
Oggi molti pensano, che per ricostruire chi è veramente Gesù, è necessario ricercare fonti oggettive, non tanto le testimonianze di chi ha creduto in lui, perché potrebbe esprimere una testimonianza di parte.
È la tesi più diffusa in molti di quei libri su Gesù che hanno una certa fortuna nella grande cultura, tanto che spesso li si trova in vendita perfino nei supermercati e negli autogrill.
Luca, invece ha selezionato accuratamente solo quelli che rispondevano a due criteri: 1. «coloro che furono testimoni oculari fin da principio» 2. «e che divennero ministri della Parola».
Per fare un esempio, Caifa ha conosciuto bene Gesù. Lo ha visto, gli ha parlato. Ponzio Pilato ha fatto una indagine accurata su di lui. Lo ha interrogato approfonditamente.
Per Luca, però, non basta aver visto coi propri occhi: sono testimoni solo quelli che hanno visto e poi hanno creduto, mettendo la loro vita a servizio del Verbo.
Perché la fede è una vera forma di conoscenza! Su questo punto dobbiamo cercare molto di chiarirci le idee.
Noi spesso releghiamo la fede nello spazio dei sentimenti, dei buoni propositi, della buona volontà. Spesso anche pensiamo che la fede è qualcosa di talmente personale che è del tutto soggettiva; in fondo, ognuno crede a quello che vuole.
No. La fede è ricevere in dono un supplemento di conoscenza, che non contraddice i sensi e la ragione, ma legge i fatti più in profondità e con oggettività.
Chi incontrava Gesù, solo con i sensi fisici, riconosceva un uomo, semplicemente un uomo. Una personalità straordinaria, certo, ma comunque soltanto un uomo.
Ma la vera questione è che Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo. Lo è in se stesso e non perché i credenti lo considerano tale.
I sensi fisici e la sola ragione, però, non sono in grado di risalire a questa sua vera identità.
La fede è l’unica forma adeguata di conoscenza del Signore.
Cercare Gesù senza la fede, sarebbe come usare un microscopio per osservare il panorama o studiare i batteri usando un cannocchiale.
Perché, dunque, Luca interpella solo testimoni credenti? Perché solo la testimonianza di un credente è una testimonianza oggettiva su Gesù.
Solo chi ha la fede, vede le cose come stanno.
Solo chi si lascia illuminare il cuore e la mente può andare oltre ciò che si vede e si tocca e riconoscere il Signore, il Salvatore, il Creatore del mondo che si è fatto a noi vicino.
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C’è una catena ininterrotta di testimoni che trasmettono la fede in Gesù ai “Teofilo” di ogni generazione: è una catena che arriva fino a noi e questa catena si chiama “Chiesa”: la Bibbia appartiene alla Chiesa.
Solo la Chiesa può dire che cosa è Bibbia e che cosa non lo è. Solo la Chiesa con la sua fede è in grado di leggere e interpretare questi scritti, che sono scritti umani, per riconoscervi dentro di essi presente la Parola di Dio.
Come chi incontrava Gesù senza la fede vedeva solamente un uomo.
Così, chi si avvicina alla Bibbia senza la fede, può trovarla una lettura interessante, culturalmente rilevante, ma sostanzialmente inutile, come la conoscenza umana che Ponzio Pilato ebbe di Gesù.
La Bibbia è opera di credenti per i credenti. Chi la legge nella fede della Chiesa, vi trova la Parola di Dio; chi la legge con curiosità umana, trova parole umane, antiche e suggestive, ma solo parole umane.
«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Prendendo in mano la Bibbia, un brano dell’Antico Testamento, dal profeta Isaia, Gesù annuncia di essere il compimento della Scrittura.
Ogni pagina della Bibbia ci parla di lui, della vita con lui, della incredibile fortuna di appartenergli.
Questa domenica della Parola, ci offre la possibilità di riconoscere uno dei grandi pilastri della nostra relazione con Cristo.
Noi lo adoriamo e lo riceviamo nell’Eucaristia che è il suo vero Corpo immolato per noi, quel Corpo che ci tocca, ci guarisce, ci rialza dalle cadute.
Noi lo amiamo nel prossimo e lo serviamo, testimoniando a tutti la gioia e la pace del nostro incontro con lui.
Noi lo ascoltiamo nelle Sante Scritture che ci sono trasmesse nella fede della Chiesa, una parola da leggere, meditare e custodire nel cuore, una parola che ci offre il vocabolario della preghiera gradita a Dio.
Noi non siamo il popolo del libro. Siamo il Popolo dell’Incontro: i sacramenti, la Scrittura, la vita di carità sono i luoghi nei quali si realizza questo straordinario incontro che costituisce la somma di tutte le nostre fortune.
