Quinta domenica del tempo ordinario B
Dalle sinagoghe di Nazaret e Cafarnao, la predicazione di Gesù si sposta sulle rive del mare di Galilea, o lago di Gennesaret, come dice l’evangelista Luca.
Per non rimanere schiacciato dalla folla che ricerca la sua parola, Gesù chiede a Simone di poter usare la sua barca come un pulpito, dal quale predicare alla folla assiepata lungo la riva.
La barca di Pietro: la più tipica raffigurazione della Chiesa, guidata dal primo degli Apostoli, una barca sempre squassata, sempre pericolante, ma sempre a galla, sempre intenta a gettare le reti della salvezza.
Il pescatore, con i suoi compagni, era appena rientrato dal lago e stava chiudendo una giornata di lavoro infruttuosa e frustrante.
Pietro non è al lago a pescare per passare il tempo, ma per lavorare: un lavoro che si rivela duro, anche pericoloso, e poi perfino inutile, per non dire frustrante… proprio come quella mattina, nella quale Gesù si avvicina alla spiaggia mentre i pescatori riassettavano le reti, dopo aver faticato inutilmente tutta la notte, senza aver preso nulla.
È una delle sensibilità tipiche dell’Evangelista Luca quella di invitarci a riflettere sui tempi lunghi della vita della credente e della vita della Chiesa. Il cammino di fede non è un passeggiata.
Pietro e i suoi compagni incontrano Gesù nella desolazione delle mani vuote e dell’insuccesso.
Con queste sottolineature il Vangelo vuole ricordarci che l’incontro con Gesù è qualcosa di vero, reale, che entra anche nelle situazioni apparentemente più lontane dal sacro, dallo spirituale, dal mistico.
Da questo punto di vista, è significativo l’accostamento con la prima lettura, che ci riporta ad una intensa esperienza mistica, vissuta dal profeta Isaia, nella santità del tempio di Gerusalemme, avvolto da nuvole di incenso (cfr. 6,1-8).
Pietro non conosce il Signore sulla Montagna sacra, o nell’arcana solennità del tempio, o studiando i testi sacri nella Sinagoga. Certo anche lì, avviene questo incontro, ma la verità di questi incontri risplende con tutta la sua fecondità proprio in quella mattina piena di frustrazione, con Pietro oppresso dalla stanchezza, nel momento perfino della delusione, delle mani vuote.
«Prendi il largo». Imprevedibilmente Gesù incoraggia Pietro a ricominciare. Onestamente non ne valeva la pena. L’orario non era più quello giusto per pescare. Simone lo sapeva bene: quella barca, quel lago, quelle reti non erano un passatempo, ma la sua vita.
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Nella figura di Pietro in questo episodio troviamo qualcosa delle due annunciazioni che hanno aperto il Vangelo di Luca: quella a Zaccaria e quella alla Vergine. In Pietro c’è qualcosa di entrambi: assomiglia all’incredulità di Zaccaria quando dice: “Abbiamo pescato inutilmente tutta la notte” e assomiglia a Maria quando dice: “Sulla tua parola, getterò le reti”.
E a Pietro Gesù ripete la parola che l’Arcangelo Gabriele aveva detto ad entrambi: “Non temere”. È l’annunciazione di un nuovo genere di fecondità. Dopo Zaccaria e Maria Santissima, anche Pietro diventa strumento di un nuovo genere di nascita alla vita. «Sarai pescatore di uomini», tradotto più letteralmente, “catturerai per la vita gli uomini”.
Nasce ancora il corpo di Cristo: sì, come a Nazaret nel grembo di Maria. E ora nelle reti della evangelizzazione nasce una nuova umanità, la Chiesa, il corpo totale di Cristo.
C’è un dettaglio estremamente suggestivo, che si può cogliere solamente leggendo il testo in lingua originale. L’evangelista riferisce che chiamarono quelli dell’altra barca perché venissero anch’essi – letteralmente – a “con-cepire” συλλαβέσθαι con loro… e, poco dopo ancora dice che erano pieni di timore “per la cattura di pesci che avevano “con–cepito”. Lo stesso verbo che si trova nelle prime Annunciazioni.
La pesca della Chiesa, che è l’evangelizzazione, è dono di fecondità, è il concepimento e la gestazione di una nuova umanità.
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«Allontanati da me! La reazione di Pietro davanti al miracolo della pesca: Allontanati da me, perché sono un peccatore». Nel momento in cui riconosce il Signore, Pietro impara anche a riconoscere veramente se stesso.
In realtà Pietro non sta chiedendo a Gesù di stargli alla larga. Oltretutto si trovano entrambi su una piccola barca. Con quelle parole Pietro vuole piuttosto esprimere il suo più profondo stupore per la inaudita vicinanza di Dio alla sua povera vita.
Dobbiamo riflettere su questo: troppe volte noi diciamo, in modo sorridente e banale, che Dio è vicino, con l’ovvietà di una frase fatta, magari qualche volta facendoci anche compatire da chi ci ascolta. Che Dio è vicino, è una affermazione vera, ma questa convinzione più che il punto di partenza di un cammino di fede non può che essere il punto di arrivo.
Scopriamo il vero valore della incredibile vicinanza di Dio, solo se non perdiamo la coscienza della infinita distanza che ci separa da lui.
Nel brano della seconda lettura di oggi è l’apostolo Paolo che riconosce la debordante grandezza del mistero di Cristo, proprio a partire dalla sua propria indegnità: “apparve anche a me come ad uno scarto… io non sono degno perché ho perseguitato la Chiesa di Dio…”. (cfr. 1Cor 15,1-11)
Puoi riconoscere il Dio che si è fatto incredibilmente vicino solo se chiami per nome ciò che, dentro di te, ti tiene veramente lontano da lui: «Sono un peccatore».
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Con poche parole il brano si conclude: “E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”.
Alla fine, curiosamente, lasciamo i discepoli proprio come li avevamo incontrati: con le mani vuote.
Prima però erano le mani vuote del fallimento, della fatica, della delusione. Ora invece sono le mani vuote di chi ha scoperto la gioia di dare tutto per generare al Signore una nuova umanità.
