Sesta domenica del tempo ordinario B
Capita spesso, quando leggiamo i vangeli, di rilevare delle differenze tra la narrazione di un evangelista rispetto a quella di un altro: sono differenze che danno molta luce, perché consentono di comprendere i mille significati dell’unica buona notizia che è Gesù Cristo, il Figlio di Dio nostro salvatore.
E nel caso del brano delle Beatitudini, che la liturgia di questa domenica ci ha offerto, riconosciamo delle differenze narrative molto evidenti, sulle quali concentriamo la nostra attenzione.
Tutti riconosciamo le Beatitudini, come l’inizio e il cuore del celebre “Discorso della Montagna”, riferito ampiamente dall’evangelista Matteo.
Nella versione di san Luca, che abbiamo ascoltato oggi, lo scenario è quasi opposto: «Gesù – così abbiamo appena ascoltato – disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante».
Non dimentichiamo mai che gli evangelisti intendono raccontarci la storia di fatti che sono veramente accaduti, in un tempo e in un luogo ben preciso.
Ma è anche vero, allo stesso tempo, che la comprensione di fede è molto più rilevante rispetto al puro dato della cronaca; luoghi come la montagna o il deserto hanno per i credenti un significato spirituale ancora più forte, rispetto alla mera determinazione geografica.
L’allusione di entrambi gli evangelisti è alle antiche vicende della storia di Israele, nel momento sublime in cui Dio, per mezzo di Mosè, rivelò la sua Legge al Popolo sul monte Sinai.
È abbastanza evidente che Matteo intende presentare Gesù come il nuovo Mosè, anzi come il vero Mosè in cui si compie la rivelazione di Dio. Mosè sul Monte Sinai ricevette la legge, Cristo sul monte delle Beatitudini rivela il vero volto di Dio.
Ma l’antica storia dell’Esodo sottolinea l’importanza anche della pianura sottostante il Sinai, là dove il popolo era accampato in attesa del suo profeta.
Così, l’evangelista Luca, che colloca le Beatitudini alla discesa del monte, ci offre il discorso di Gesù come una parola che è fatta per entrare nella vita, nella concretezza dell’esistenza, una vita che non mai lontana dalla presenza di Dio.
Lo abbiamo visto anche domenica con Simone il pescatore: sulle rive del lago, Gesù entra nella vita quotidiana di Simone, nel suo lavoro, nei suoi progetti, perfino nelle sue delusioni e nelle sue frustrazioni.
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«Gesù, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:…».
Quanta ricchezza in questo dettaglio! Se per un momento ce lo figurassimo, potremmo rimanere perfino sconcertati! Gesù non guarda i discepoli dall’alto in basso, ma dal basso verso l’alto.
Anche sulle rive del Giordano, nel momento del Battesimo, avevamo avuto la rappresentazione plastica della totale solidarietà che il Figlio di Dio ha manifestato con l’umanità, quando era sceso nelle acque della valle del Giordano, nel punto più basso della terra; quando si era messo in fila con i peccatori, facendo sua non la nostra colpa, ma tutto il male che ne deriva.
Notate che l’atto di “sollevare gli occhi” nella Scrittura è sempre associato alla preghiera; è il credente che alza gli occhi verso Dio.
Che cosa incredibile! Ora vediamo Dio stesso che scende così in basso da dover sollevare gli occhi verso il suo popolo!
Gesù non guarda dall’alto in basso, come chi sta sulla cima della Montagna: il Dio del Sinai oggi rivela la sua gloria venendo in mezzo a noi e prendendo tra di noi il punto più basso della povertà e del servizio.
Il Dio abitatore dei cieli è sceso sulla terra a prendere l’ultimo posto, che è il posto di colui che soffre, di colui che è tradito, condannato e crocifisso.
È sceso fino in fondo per poter essere realmente il salvatore di tutti, dal primo all’ultimo. Se Dio è per l’ultimo allora è davvero per tutti e l’Evangelista lo sottolinea rimarcando che quella folla di discepoli proveniva non solo dalle nobili e spirituali regioni della Giudea e di Gerusalemme, ma anche delle spiritualmente oscure ed ambigue regioni di Tiro e Sidone.
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C’è poi un’altra differenza nel racconto tra i due evangelisti che offre alla nostra riflessione un significativo arricchimento.
In Matteo, Gesù dice: «Beati i poveri in spirito»; in Luca dice: «Beati voi poveri…; guai a voi ricchi».
Affermazioni di principio, assolute, in Matteo («Beati i poveri»); in Luca invece affermazioni concrete e dirette («Beati voi poveri»).
Notate però che questo non è ancora lo sguardo del giudice universale, quello che alla fine dei tempi verrà a giudicare i vivi e i morti. Sì, in quel giorno il Signore guarderà decisamente dall’alto verso il basso, e separerà i buoni dai cattivi, le pecore dai capri…
Qui però Gesù non guarda prima da una parte e poi dall’altra: fissa invece negli occhi i suoi discepoli e vede come questo confine tra beatitudine e maledizione passa dritto dentro il loro cuore.
I beati e gli inguaiati siamo noi! Noi siamo allo stesso tempo quei poveri ai quali appartiene il regno e quei ricchi che vanno in cerca di ben altra consolazione.
La Chiesa è santa, ma è composta di peccatori, chiamati alla conversione.
Attenzione: non perdo occasione per ricordare che è un grave errore dire che la Chiesa è peccatrice, significherebbe attribuire il male a Cristo stesso.
Il peccato non è della Chiesa, non è mai della Chiesa: il peccato è nostro!
Siamo noi che allo stesso tempo siamo dentro e siamo fuori dalla Chiesa: siamo Regno di Dio e allo stesso tempo mondo incredulo; siamo credenti e allo stesso tempo infedeli; siamo santi e peccatori.
Gesù ci guarda dentro e vede dentro di noi santità e peccato, fede e incredulità, grano e zizzania, fiducia in lui e attaccamento ai beni terreni, gioia e disperazione.
Noi siamo quei poveri che non hanno altra sicurezza e altro appoggio, se non nella compassione di Dio. Ma siamo noi anche quei ricchi che pensano di essere il centro del mondo, che pensano di poter essere loro a decidere che cosa è bene e che cosa male, che credono di bastare a se stessi e non vedono il bisogno dell’altro.
Noi siamo chiamati alla santità e ogni giorno ci nutriamo della santità di Dio, ma finché camminiamo in questo mondo, non siamo affatto il popolo dei perfetti.
Noi siamo piuttosto il popolo dei perdonati, di coloro ai quali il Signore usa misericordia.
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Ci sono due situazioni qui descritte al futuro, che le comunità dei “Teofilo” di tutti i tempi, dovranno pensare al presente.
«Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo».
Il Signore annuncia con chiarezza: il destino della Chiesa è il destino del crocifisso e l’annuncio del Regno sarà anzitutto una lotta contro noi stessi e dentro noi stessi (come abbiamo visto), ma ci scontreremo anche contro l’incredulità di un mondo che è ostile.
E che impressione quando dice: «Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi». In questo modo «agivano i falsi profeti», dice il Signore.
I falsi profeti sono coloro che sono sempre attenti a seguire le idee di moda, a lasciarsi trasportare con la corrente più forte. I falsi profeti non sfidano mai per amore della verità le opinioni della maggioranza. I falsi profeti sono sempre pronti ad adeguarsi alla volontà dei più numerosi e dei più prepotenti, in modo da non avere mai nessun incomodo e in modo da ricevere possibilmente applausi e consensi.
È a loro, e forse un poco anche a noi, che Gesù dice ancora: «Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi!».
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Mosè sul monte aveva prescritto che cosa l’uomo doveva fare per Dio, osservando la Legge. Cristo è sceso dal monte per rivelarci che cosa invece Dio ha fatto per noi.
È da Dio che viene la grazia, è Dio la ricchezza che ci rende liberi. Gesù è sceso nel punto più basso per poter contemplare con un unico sguardo sia Dio suo Padre, che la nostra fragile umanità.
