vangelo: fatti non prediche

Davanti alle “beatitudini” e ai “guai” del vangelo di domenica scorsa, ci siamo sentiti trapassare il cuore: dicendoci “Beati voi!” e “Guai a voi!”, allo stesso tempo, Gesù ha messo in luce che il confine tra il bene e il male passa dentro di noi.

Tutti portiamo nel cuore il seme della sua santità, ma anche la zizzania del peccato, dell’incredulità, del male.

È inutile girarci attorno: il cristianesimo è una lotta. In termini più positivi, forse più che di una lotta, potremmo parlare del travaglio di un parto, della faticosa generazione di una vita nuova.

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«A voi che ascoltate io dico…»: così si apre il vangelo di oggi. Gesù non vuole solo che ascoltiamo un discorso, una predica, ma soprattutto che lo fissiamo negli occhi perché quel discorso, quel messaggio, arrivi a noi non tanto attraverso le parole, ma piuttosto attraverso la sua intera persona, attraverso la sua vita donata fino alla fine.

Gesù non ci consegna un nuovo regolamento di vita. Quanto a regole e precetti, in fondo, quelle che aveva dato Mosè sarebbero bastate ampiamente, visto che già anche i padri dell’antico Israele erano persuasi che anche il miglior credente peccava sette volte al giorno.

Gesù però non consegna delle regole, un codice di comportamento. Il Figlio di Dio venuto in mezzo a noi è venuto a fare molto di più rispetto a Mosè: è venuto a consegnare se stesso.

Amare il nemico, – abbiamo ascoltato – fare il bene a chi in cambio ti odia, benedire chi ti maledice, pregare per chi ti calunnia: tutto questo – molto prima di essere un insieme di precetti morali – è Cristo stesso: è la sua vita, è la sua passione, è la sua morte.

Volendo potremmo tranquillamente leggere il Vangelo di oggi per fare la Via Crucis, perché tutto quello che oggi Gesù ci dice, è esattamente quello che lui stesso ha vissuto fino in fondo.

Prima di dire che cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, il Vangelo ci parla di cosa Dio ha fatto e fa per noi. Il Vangelo è la buona notizia di una vita donata fino in fondo: ci parla di colui che ha ricambiato l’odio con l’amore, il tradimento con il perdono, le percosse con la benedizione. 

Oggi prima di chiederci chi sia il nemico che dobbiamo amare, faremo bene a ricordare che Dio ha mandato il suo Figlio in un mondo che gli è ostile e quel mondo nemico siamo noi.

Ce lo ricorda l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: «Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi… Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi… Quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo…» (cfr Rm 5,6-10).

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Prima di ogni altra cosa, oggi capisco chi sono io per il Signore: infinitamente amato, anche se suo nemico, odiatore, maldicente, rinnegatore, violento, ladro. E proprio questa è in fondo la salvezza: conoscere e riconoscere l’amore di Dio per noi.

Abbracciando la croce della sua Passione, Gesù abbraccia l’umanità e porta su di sé il peso dei tradimenti umani.

Gesù porta la croce con l’intero peso di tutto l’odio che c’è nel mondo, di ogni sacrilegio, di ogni bestemmia… con l’intero peso di tutte le lotte fratricide, le guerre, di tutti gli aborti, dell’odio dei figli verso i genitori, dei genitori verso i figli, dei rancori e delle violenze in famiglia… con l’intero peso di tutte le torture e gli omicidi, le violenze e le discriminazioni… con l’intero peso di ogni ingiustizia, di ogni rancore e vendetta di tutti gli uomini dai tempi di Adamo, attraverso ciascuno di noi, fino all’ultimo uomo…

Con l’intero peso delle violazioni, degli abusi, delle impurità, delle menzogne e degli insulti del mondo intero, Gesù avanza verso il Calvario – l’unico senza peccato – prendendosi addosso, passo dopo passo, una per una, ogni meschinità umana. 

Dio ci ama, proprio nel momento in cui noi, umanità impastata di peccato siamo suoi nemici; ci fa del bene mentre lo rinneghiamo, con la nostra freddezza e la nostra indifferenza; ci benedice, mentre lo malediciamo; prega per noi, mentre lo uccidiamo. 

È solo a partire da questa luce che capisco che cosa devo essere io per gli altri: guarito dall’inimicizia con Dio, sono chiamato a guarire dall’inimicizia verso tutti.

Ciò che Dio ha fatto per me, diventa per noi un imperativo, non tanto perché ci sia un regolamento da rispettare, ma perché io possa diventare davvero quello che sono: un verme che è stato trattato come un Dio, polvere e cenere che è stato elevata alla dignità di figlio. 

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E forse il vangelo ci aiuta anche a rifare il vocabolario dell’amore, perché riguardo a questa parola ci sono molti malintesi. 

Se è vero che impariamo il massimo dell’amore dalla Passione di Cristo, allora comprendiamo che l’amore non è per niente un sentimento spontaneo di simpatia, come spesso si ritiene: la Passione non è stata una piacevole gita di piacere per Gesù. Non c’è nulla di simpatico o di spontaneo in quello che Gesù visse dal Getsemani al Calvario.

Comandandoci di amare, Gesù non ci sta chiedendo di prendere l’altro in simpatia. Piuttosto ci chiede, ci supplica di scegliere, di decidere di amare: non tanto di “voler bene”, ma di “volere il bene” e la vita dell’altro. 

L’amore per il nemico non fa evaporare i suoi errori, come se non fossero mai accaduti, altrimenti significherebbe diventare complici del male, il ché sarebbe assurdo.

Come Cristo ci ha aperto la via della vita, così noi siamo chiamati, come singoli e come comunità, non alla vendetta ma a offrire all’altro sempre una possibilità di riscatto.

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Come dicevano gli antichi con cinismo amaro sui rapporto tra gli uomini? Homo homini lupus, l’uomo per il suo simile è un lupo. 

Il Vangelo oggi dice in cambio: Homo homini Deus. L’uomo per il suo simile può e deve essere niente meno che un Dio. 

Sì, perché il miracolo più grande di Dio consiste nel trasformare quel nemico che siamo ciascuno di noi, in un figlio di Dio. E nella fede riceviamo anche noi  questo potere divino di fare del nemico un fratello. 

È difficile? Certamente. Non è una capacità naturale dell’uomo. Con le nostre sole forze umane non potremo mai arrivare a tanto. 

Solo Dio può fare un miracolo così grande e lo ha fatto con noi, lo ha fatto con me. 

Un dono da chiedere, con umiltà, con fede, radicandoci in Cristo, nel suo perdono, nella sua misericordia che ci trasforma da nemici in fratelli. 

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