Ottava domenica del tempo ordinario C
Vengono ancora dal “discorso della pianura” secondo Luca, le parole che abbiamo appena ascoltato nella pagina evangelica di questa domenica.
Ripercorrendo brevemente quanto abbiamo ascoltato nelle due domeniche precedenti, ricordiamo anzitutto di esserci sentiti come trafiggere il cuore da quelle parole così concrete e dirette che il Signore ci ha detto: «Beati voi!» e «Guai a voi!».
Le diceva non a due distinte categorie di persone, ma guardandoci negli occhi, facendoci riconoscere come la linea che distingue il bene dal male, la fede dall’incredulità, il grano buono della carità dalla zizzania dell’ipocrisia è una linea che ci passa dentro
Poi è arrivato domenica scorsa addirittura il comando di “amare i nostri nemici”.
Non c’è bisogno di evocare le tante guerre atroci in corso in paesi non così lontani da noi. Ma due cose dovremmo averle capite.
La prima è che quando Gesù ci parla – prima ancora di dire che cosa noi dobbiamo o non dobbiamo fare – il Signore ci rivela che cosa Dio fa per noi. Siamo noi il nemico che Dio ha amato e per il quale ha dato tutto se stesso fino alla fine. E questo rovescia completamente la prospettiva e il modo con cui guardiamo al nostro fratello.
La seconda è che quando Gesù usa la parola “amore” non fa appello a un caramelloso sentimento spontaneo; fa piuttosto appello alla nostra volontà di sostenere quella lotta contro il vero nemico che sta proprio dentro di noi.
* * *
In effetti, la parola del brano di oggi che più colpisce è quando Gesù dice è occorre essere “ben preparati”. «Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro».
Essere “ben preparati” evoca in noi forse l’idea dello studio, dell’allenamento, di un addestramento: comunque nulla a che vedere con sentimenti che spontaneamente possono affiorare nella nostra condotta di vita.
Ma questa buona preparazione non consiste nel conseguire titolo di studio, o corsi di addestramento teologico. Gesù non sta parlando con un gruppo di privilegiati che sono stati messi a parte di chissà quali segrete istruzioni per l’uso.
Essere “ben preparati” significa essere arrivare, con la luce e la forza della sua parola, a quella libertà interiore per la quale conosciamo e riconosciamo la nostra fragilità e i nostri limiti. Essere “ben preparati” significa avere chiara coscienza che noi non siamo la cerchia dei migliori o dei primi della classe: in quanto discepoli di Cristo, non siamo necessariamente migliori degli altri, i primi della classe.
Non abbiamo bisogno di nascondere le nostre contraddizioni, perché non siamo il popolo dei perfetti, ma il popolo dei perdonati, siamo continuamente oggetto di una compassione che non meritiamo e siamo continuamente accolti e perdonati nelle nostre contraddizioni.
Chi invece è aggrappato a se stesso e al proprio orgoglio, facilmente si nasconde dietro agli altri.
Ricordo una osservazione molto acuta del Cardinale Biffi. Si parlava del senso del peccato e si diceva che molte persone hanno perso la coscienza di ciò che è bene e di ciò che è male, hanno perso la coscienza del peccato.
Il Cardinale rispose che era vero il contrario: che la nostra società aveva invece un altissimo senso del peccato. “Ma abbiamo un altissimo senso del peccato… degli altri!”. Siamo molto informati e siamo perfettamente in grado di giudicare gli errori e le contraddizioni degli altri, sappiamo sempre attribuire a qualcun altro le responsabilità di quello che accade. Siamo dei grandi moralisti sulla vita altrui.
Non siamo forse – come dice oggi Gesù – “ciechi che guidano ciechi”, quando per giustificare la nostra pigrizia nel combattere il male, gli errori che ci sono nella nostra vita, noi insegniamo agli altri che, in fondo, va bene così? Quando cioè proponiamo noi stessi e le nostre pigrizie come parametro per comprendere il bene e il male, il giusto e l’ingiusto?
Se invece hai la coscienza di essere tu il famoso nemico che è stato tanto amato da Dio, di essere tu il traditore per il quale Cristo ha pregato prima di morire, di essere tu il peccatore per il quale il Signore ha pagato con l’offerta della sua vita, allora sarai libero da te stesso e insegnerai all’altro la misericordia di Dio e non la tua, la sua misura senza misura e non la meschinità dei tuoi interessi. È esattamente questa la trave che ci portiamo dentro!
Allora sì la correzione fraterna sarà un vero atto di misericordia spirituale e non uno sfoggio malcelato di orgoglio e di vanità.
Sant’Ambrogio scrisse una preghiera bellissima: «Ogni volta che si tratta del peccato di uno che è caduto, concedimi, o Signore, di provarne compassione e di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e piangere, così che mentre piango su un altro, io pianga piuttosto su me stesso».
Solo chi per primo sa di essere un perdonato, uno scampato, solo chi ha il coraggio della verità di se stesso, avrà anche la sensibilità e la delicatezza per poter togliere la pagliuzza nell’occhio del proprio fratello: saprà a quale dolore lo espone e lo farà con umiltà fraterna e con compassione.
* * *
L’ultima immagine del brano di oggi, quella dell’albero buono che produce frutti buoni, ci ricorda che nel regno di Dio non conta tanto quello che si dice o quello che si fa, quanto piuttosto quello che si è nelle proprie radici, nei propri orientamenti di fondo.
Questo insolitamente lungo carnevale cederà il posto mercoledì al tempo della quaresima e mi sembra che i Vangeli di queste domeniche, dal “discorso della pianura” secondo Luca, ci abbiano messo nella prospettiva giusta per guardare a noi stessi e soprattutto per guardare al Signore.
Tutti sentiamo l’inadeguatezza della nostra fede e la povertà della nostra carità di fronte alle sfide della vita quotidiana.
L’apostolo Paolo nella seconda lettura ci rassicura che “la nostra fatica non è vana nel Signore”. Non è la fatica di chi vuole gareggiare con gli altri, ma la fatica di riconoscerci sinceramente per quello che siamo davanti al Signore.
Mercoledì, con tutta la Chiesa, entreremo nel deserto del combattimento spirituale, nel deserto della prova e della tentazione.
Sentiamo opprimente il peso del tratto di storia che stiamo vivendo con tante guerre e violenze e con la frustrazione di vedere fallire qualsiasi sbocco.
Ma il male – ogni male – si comincia col combatterlo dentro di noi: ecco perché la Quaresima è il più grande contributo e la più grande possibilità che possiamo dare alla pace nel mondo.
