questione di salvezza

«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza». Con queste parola dell’apostolo Paolo, la Chiesa fin da mercoledì scorso ci ha fatto percepire la serietà e quasi la drammaticità del tempo quaresimale, nella sua connessione con la grande e decisiva questione che ci tutti riguarda, senza eccezione: la questione della salvezza.

Sono tanti i problemi che ci ogni giorno ci investono; tutti avvertiamo in maniera drammatica il problema della sicurezza e della pace; ci sentiamo stretti nella morsa di una crisi umanitaria, economica, sanitaria, ecologica. Sì, ma è necessario dire con forza che nessun problema umano è paragonabile a quello della salvezza eterna. Purtroppo però anche tra i noi che ci diciamo credenti, la questione della salvezza eterna viene poco considerato in modo diretto e appassionato. Questo la dice lunga di quanto sia troppo superficiale la nostra vita di credenti.

Salvezza significa che c’è una catastrofe che incombe: come possiamo preservare la nostra unica e fragile esistenza? Cosa possiamo fare perché la nostra vita – così breve – si possa svolgere dentro il disegno e la volontà di Dio? Cosa possiamo fare per non perderci in orizzonti futili e in illusioni puramente umane? La questione è tutta qui.

La Chiesa ha una buona notizia: ed è che l’uomo si salva, se si lascia prendere, coinvolgere, trasformare dalla Pasqua di Cristo, cioè dal mistero della sua morte e risurrezione.

La salvezza, l’unica salvezza definitiva, è vivere la Pasqua di Cristo; è passare con Cristo dalla morte alla vita.

E molto concretamente ricordiamo che il mistero della Pasqua – dal quale dipende la nostra salvezza – ha sempre due facce inseparabili: rinuncia e gioia, combattimento e vittoria, immolazione ed esaltazione, ansia nel seguire il Redentore sulla via dolorosa e serena consapevolezza di essere già avvolti dal suo amore e già rinnovati da lui. 

Finché viviamo in questo mondo croce e vita sono sempre associate; non c’è vita senza la sua pena, ma anche non c’è croce senza un orizzonte di vita.

Davanti a noi stanno i 40 giorni e i 50 giorni, quaresima e Pentecoste: potremmo dire che la Quaresima è l’amplificazione del Venerdì Santo, con la sua pena e la sua lotta, come i cinquanta giorni dalla Risurrezione a Pentecoste sono l’amplificazione della domenica radiosa di Pasqua, con la serena pace del perdono e della vita.

Il Signore ci salva così, facendoci suoi compagni nella totalità del suo mistero, chiamandoci a condividerlo in ambedue i suoi momenti. 

Capiamo così che la Quaresima non è tanto una preparazione alla Pasqua: la Pasqua comincia già con la Quaresima, perché nella Croce c’è già la vita. 

E questa non è solo una indicazione liturgica, ma una luce preziosa per la vita, soprattutto per i momenti difficili dell’esistenza. Ogni volta che ci imbattiamo nelle mille piccole grandi battaglie, le croci che segnano la nostra vita in questo mondo, dobbiamo credere con forza che già in quella stessa croce si può vedere il cielo.

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Nella seconda lettura di questa domenica, l’apostolo ci ha detto quali sono le condizioni necessarie per il conseguimento della salvezza: «Se con la tua bocca proclamerai: “Gesù è il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo».

La prima cosa è dunque è credere, cioè accogliere in modo caldo e appassionato la verità che Cristo è vivo.

La Pasqua non è una metafora, un modo di dire, un ciclo che si ripete, come i cicli delle stagioni. Cristo è vivo! Non siamo noi a tenerlo in vita con le nostre commemorazioni: la sua vita non dipende dalla nostra, ma è la nostra vita che dipende invece dalla sua.

Credere con il “cuore”, dice Paolo: cioè credere nel mio mondo interiore, nelle mie persuasioni più profonde, nei miei pensieri e nei miei progetti; lasciarmi sempre guidare dalla convinzione che Gesù c’è, che non è una favola, che non è una tradizione o una pia leggenda, che non è un ricordo parcheggiato in qualche libro antico: Gesù è un uomo che oggi è vivo, mi vede, mi ascolta; è capace di strapparmi dal peccato, dalla disperazione, dall’incubo di essere annientato… Se credo così, con il cuore, allora vuole dire che mi sono incamminato verso la mia autentica liberazione dal male.

Ma non basta.

Bisogna che io arrivi da questa certezza alla conclusione più ovvia: è necessario che io “proclami con la bocca”, per dirla ancora con san Paolo.

Se la fede resta racchiusa nell’intimità delle convinzioni private, ben protetta dalle mille relazioni concrete che compongono la mia vita e non cerca invece di diventare una testimonianza pubblica del primato di Cristo, non basta a salvarci.

Dobbiamo far sapere a tutti con le parole e con le scelte coerenti della vita che noi non vogliamo avere altri padroni, non vogliamo avere altri maestri, altri liberatori, all’infuori di lui che è la Verità fatta persona, è la tenerezza di Dio che ha assunto un volto d’uomo, che Cristo è il solo che può preservarci dai vari condizionamenti e dalle molte paure e dipendenze che tentano di imprigionarci. 

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La pagina evangelica di questa domenica –  il racconto così sorprendente, affascinante, ma anche inquietante del combattimento di Gesù con quel nemico oscuro che è satana – ci ricorda con molta forza, che la fede e la testimonianza del credente nel mondo non è una avventura pacifica e sorridente, ma è sempre una chiamata alla lotta.

Il diavolo è una creatura perduta, senza speranza di riscatto e gode nel trascinare ogni cosa e ogni uomo nella perdizione.

«Ti darò tutto questo potere e la gloria (dei regni di questo mondo), perché a me è stata data e io la do a chi voglio». 

Satana è convinto di essere lui il padrone del mondo; e a dire il vero in apparenza sembra che abbia ragione, tanto che molti si lasciano ingannare e si pongono al suo servizio. 

Usa il nome bellissimo e affascinante della libertà – sbandierandolo sempre a sproposito – per fare in modo che la nostra vera libertà venga distrutta. 

Usa gli strumenti del progresso tecnico per bloccare ogni progresso spirituale. 

Satana promette incredibili felicità terrene, ma poi regala sempre delusione e sconforto. 

Arriva perfino a fare della conoscenza della Sacra Scrittura un mezzo per bestemmiare la verità di Dio, delineando il falso volto di un dio che non è altro che la proiezione delle nostre frustrazioni.

Gesù però lo vince con la forza della verità. Perché Gesù non ha ricevuto il regno come premio per avere assecondato le illusioni del male, ma a solo a causa del suo sangue versato per noi, della sua tenace lotta contro il male e della sua vita interamente votata all’amore.

È davvero una grande opportunità che ci è donata, quella di vivere concretamente la Quaresima con i suoi grandi pilastri spirituali: la preghiera, la mortificazione e l’elemosina.

Una buona Quaresima renderà la nostra fede operosa e attiva e ci darà soprattutto la gioia di non restare paralizzati davanti a nessuna croce, a nessuna difficoltà, perché sapremo sempre che il Signore combatte con noi e che solo in lui è la nostra unica salvezza.

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