Terza domenica di Quaresima C
«Convertitevi e credete al Vangelo».
Ce lo siamo sentito dire, uno alla volta, ricevendo le ceneri all’inizio della Quaresima, e ancora oggi ascoltiamo nel Vangelo una esortazione molto simile.
Anzi, questa volta ha un sapore più deciso, che potrebbe perfino sembrare una minaccia: “Se non vi convertite, perirete…”.
Erano accaduti due fatti emblematici ed estremamente inquietanti.
Il primo era stato la repressione brutale da parte dei soldati di Ponzio Pilato, che arrivano fino al punto di colpire a morte un gruppo di pellegrini galilei, mentre sta celebrando un sacrificio nell’area sacra del Tempio.
A margine, notiamo che “galilei” è anche il nome con il quale spesso vengono identificati anche Gesù e i suoi discepoli, il che aggiunge un sapore sinistro di presagio a questo fattaccio.
Questo primo episodio è comunque imputabile alla precisa responsabilità di un uomo o di un regime. Ma c’è un secondo episodio – che viene citato in aggiunta da Gesù, quasi a rincarare la dose – è quello della carneficina causata da un crollo improvviso: quella che noi oggi chiameremmo una “tragica fatalità”.
Di fronte al male che sembra dominare il mondo, siamo tutti colmi di ansia e colpiti nel vivo delle nostre convinzioni più profonde.
La nostra fiducia nella Provvidenza di Dio è messa duramente alla prova dallo scandalo del male.
Dov’è Dio quando la violenza della guerra, del terrorismo, ma anche quando le forze avverse della natura che sfuggono al controllo umano, come le calamità o le epidemie, fanno strage di intere popolazioni?
Perché anche i giusti e gli innocenti soffrono, mentre i malvagi sembrano sempre sfangarla?
È dalla notte dei tempi che il cuore dell’uomo soffre questa tremenda inquietudine. Neppure la filosofia o la logica più ferrea e disincantata è capace di darne una ragione.
Quattro secoli prima di Cristo, il filosofo Epicuro tracciò un ragionamento ineccepibile:
«Se Dio vuole togliere il male e non può, è debole.
Se può e non vuole togliere il male, è cattivo.
Se non vuole e non può togliere il male, è cattivo e debole.
Se vuole e può togliere il male, come si addice alla natura di Dio,
perché esiste il male e Dio non lo elimina?».
(Epicuro, Citato da Lattanzio, in De ira Dei)
Anche per noi Cristiani la presenza e l’opera del male è profondamente inquietante, ma – come credenti – riconosciamo che è ancor più assurda l’opzione di negare Dio, perché significherebbe rinunciare alla speranza di veder superato il male, ammettendo la sconfitta definitiva del bene.
Ai tempi di Gesù (e non solo), la gente interpretava le tragedie che accadono in modo un po’ superstizioso: se gli è successo questo – pensavano – vuol dire che ha commesso dei peccati. E questo modo di ragionale permetteva a quelli che si ritenevano giusti, di sentirsi immuni e al riparo da questi incidenti.
Gesù però denuncia questo modo di intendere come illusorio: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Gesù invita a riflettere su quei fatti, come richiamo forte alla conversione, perché è proprio la superbia di ritenersi giusti che ci chiude al Signore e provoca la morte dell’anima.
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Va chiarito che per Gesù, la conversione non è anzitutto un fatto moralistico, cioè un semplice cambiamento dei nostri comportamenti: lo è anche, ma soprattutto la conversione è piuttosto un modo nuovo di guardare la realtà.
Di fronte al male che in mille modi si manifesta, la vera saggezza è lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza, prendere coscienza dei nostri limiti e assumere un atteggiamento di responsabilità: fare penitenza e migliorare la nostra vita.
Cristo invita a rispondere al male prima di tutto con un serio esame di coscienza e con l’impegno di ciascuno e di tutta la comunità a purificare la propria vita.
Altrimenti – dice – periremo, “periremo tutti nello stesso modo”. In effetti, le persone e le comunità che vivono senza mai mettersi in discussione hanno come unico destino finale la rovina.
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Ma attenzione! La vita cristiane e anche la conversione non ci preserva dai problemi e non ci mette al riparo dalle sventure: la fede non è certo un parafulmine contro i guai della vita; piuttosto ci permette di affrontare problemi in modo diverso.
Anzitutto la conversione aiuta anzitutto a mettere un argine al male, almeno quello che ricade sotto la responsabilità umana, disinnescando certe sue minacce, come la cieca violenza e il rancore.
In realtà anche di fronte a quegli accadimenti che non dipendono dalla nostra volontà, la conversione ci offre la possibilità di vincere il male con un bene ancora più grande, nella carità e nell’aiuto fraterno.
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Lo capiamo meglio attraverso la parabola del fico che non produce frutti, posta a conclusione del brano. Qui Gesù parla appunto della necessità e dell’urgenza del ritorno a Dio, ma sempre nella prospettiva rasserenante della sua misericordiosa pazienza.
Sono tre anni che quell’albero viene curato e concimato. Qualcuno legge nel riferimento ai tre anni il tempo del ministero pubblico di Gesù e della sua predicazione, che da l’impressione di non produrre molto frutto in seno al popolo di Israele.
Viene quindi l’ultimo tempo, quello decisivo, il tempo della passione, della morte e risurrezione di Cristo, il tempo della grande misericordia. È l’ultima ora, quella della croce, che deciderà tutto.
La croce di Cristo, che appare come la più grande di tutte le disgrazie, la più atroce di tutte le ingiustizie, la fine violenta dell’unico assolutamente innocente, è il segno decisivo, l’ultima spiaggia, l’ultima chiamata.
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Sul Monte Sinai, Dio si era rivelato come “Io sono colui che sono”. Cioè come colui che c’è, che è presente e interviene.
Sul Monte Calvario, Dio si rivela come colui che sembra non esserci di fronte alla tragedia del suo Figlio, ma che poi mostra di saper tirare fuori dal male un bene infinitamente più grande.
Dio è vicinissimo anche quando sembra assente.
Dal delitto più grande, che è la crocifissione del suo Figlio, Dio trae il bene più grande, cioè quel frutto dolcissimo che è la sua risurrezione e la redenzione del mondo.
Con la Passione di Cristo, si rivela così il senso anche di ciò che sembra non avere un senso, perfino le disgrazie più incomprensibili. L’apostolo Paolo ne fu talmente convinto che ci tramandò una frase lapidaria che dovrebbe davvero scolpirsi nella nostra memoria: «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).
Tutto. Anche le disgrazie.
La risposta di Dio alla inquietante domanda di Epicuro è dunque la Croce del suo Figlio.
«Dio – scrive Manzoni in un passo indimenticabile dei Promessi Sposi – non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne per loro una più certa e più grande». (Addio monti)
