paradiso

La domenica che segna il giro di boa del cammino quaresimale porta con sè un forte invito alla gioia, colmo di speranza: la Pasqua è vicina.

E la liturgia della Parola ci offre l’occasione di ascoltare nella prima lettura, un breve, ma decisivo passaggio tratto dal libro di Giosuè, che racconta la fine del lungo cammino dei 40 anni nel deserto.

Perché tutti abbiamo ben presente nella nostra memoria il ricordo del glorioso inizio di quel lungo viaggio nel deserto, quando Dio addirittura spalancò le acque del Mar Rosso per far uscire il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto.

Capita meno spesso, invece, di soffermare la nostra attenzione sulla fine di quel viaggio, durato per ben 40 anni, quando il popolo eletto entrò finalmente nella terra promessa. 

L’uscita dall’Egitto è considerata da Israele come il momento fondante della sua identità: il momento nel quale Israele riconosce definitivamente di essere il popolo di Dio, il popolo che Dio ama e di cui si prende cura.

Per questo, gli Ebrei celebrano ogni anno la festa della Pasqua, con l’agnello, con gli azzimi – il pane della fretta, il pane di chi è in cammino – e con le erbe amare, a ricordo perpetuo di quella secolare schiavitù e oppressione, dalla quale era stato preservato.

Un rito che non è solo una commemorazione, la celebrazione di un anniversario. Per gli Ebrei è molto di più. Si legge infatti nelle Scritture: «Il Signore non ha stabilito questa alleanza (solo) con i nostri padri, ma (anche) con noi che siamo qui oggi tutti in vita» (Dt 5,3).

Per gli Ebrei, celebrare la Pasqua significa ricordare che quella liberazione non riguarda solo gli antichi padri, ma rivive sempre in ogni generazione dei figli di Israele.

La Chiesa di Cristo ha ricevuto in eredità da Israele questo privilegio della Pasqua, cioè una memoria che non è solo ricordo passato, ma è un fatto che accade qui e oggi. Ma c’è un enorme salto di qualità.

La Chiesa di Cristo non celebra più la Pasqua come liberazione da una oppressione materiale, ma come liberazione dalla radice di ogni male e di ogni sventura umana che è il peccato e, con il peccato, la morte.

Per noi la Pasqua non è più solo memoria del passaggio attraverso il Mar Rosso, ma del passaggio che sempre si rinnova attraverso la morte di Cristo, verso la risurrezione e la salvezza eterna.

Molto più degli antichi figli di Israele, noi discepoli di Cristo, riuniti attorno al suo altare, possiamo dire: “Quando il Signore diede la vita per la nostra salvezza, portando fino in fondo la sua croce, perdonando chi lo uccideva e attraversando per noi la frontiera della morte, verso quella vera terra promessa che è la risurrezione e la vita, non lo ha fatto solo per quelli che allora furono testimoni di quegli eventi, ma lo ha fatto per me, per noi che qui e oggi ci nutriamo del suo vero Corpo e del suo Sangue”.

Per la potenza della Parola di Dio, contenuta nelle Scritture e nella fede della Chiesa, e per la forza dei Santi Sacramenti, la Pasqua non è solo memoria, ricordo, anniversario di eventi passati, ma è un fatto che accade, che si rinnova, che qui e ora si realizza per noi.

* * *

Ma dicevamo del brano della prima lettura, forse meno conosciuto, ma ugualmente prezioso e importante. 

Esso ci riporta non alla prima Pasqua di Israele, ma alla quarantunesima Pasqua, quella che il popolo celebrò quando finalmente aveva messo i suoi piedi nella terra promessa, al termine della quaresima di anni vissuta del deserto.

Sappiamo che nessuno di coloro che uscì dalla schiavitù dell’Egitto entrò nella terra promessa: neppure Aronne, il primo sacerdote che immolò per la prima volta l’agnello e neppure Mosè, l’uomo che aveva parlato faccia a faccia con Dio. 

Quei 40 anni di cammino furono la lunga gestazione di una nuova generazione, di un popolo totalmente rinnovato, che era destinato a portare nel cuore e celebrare per sempre la memoria delle meraviglie compiute da Dio, per trovare la sua felicità nell’osservare i suoi comandamenti e nel camminare per le sue vie.

Compiuti i primi passi nella Terra promessa, – abbiamo ascoltato – accampati a Galgala nelle steppe di Gerico, i figli di Israele celebrarono dunque la 41ma Pasqua della loro storia, la prima dopo il deserto, avendo ormai lasciata definitivamente alle spalle “l’infamia dell’Egitto”.

E c’è un dettaglio veramente significativo: «A partire dal giorno seguente – abbiamo ascoltato – la manna cessò». 

La manna, quel pane piovuto misteriosamente dal cielo con il quale Dio aveva sfamato per tutto il tempo il suo popolo durante il lungo cammino, non era più necessaria perché da quel momento era la terra stessa a provvedere loro il necessario.

Ripensato in prospettiva cristiana, questo episodio è carico di speranza per noi: perché noi riconosciamo nella manna un presagio dell’Eucaristia, il vero pane del cielo, che è il Corpo stesso di Cristo, dal quale – finché viviamo nel deserto di questo mondo – traiamo la forza di camminare giorno per giorno, rialzandoci dalle nostre cadute e completando quella rigenerazione che fa di noi veramente dei “figli di Dio”.

Ma verrà un giorno, sì, verrà la prima Pasqua fuori dal deserto, quando anche per noi cesserà la manna!

Nella vera Terra Promessa che è il paradiso, non ci sarà più l’Eucaristia, non ci saranno più i Sacramenti, non ci sarà più la Sacra Scrittura… ci sarà invece la realtà di un incontro pieno, diretto, occhi negli occhi, mani nelle mani con il Signore, per sempre.

Paradiso. Usiamo troppo poco questa parola; talvolta forse ce ne vergogniamo, perché ci sembra forse ingenua, troppo idilliaca, quasi fosse un rifugio mentale nel quale fuggire dal peso della vita.

Paradiso è invece l’orizzonte, la meta che sola può dare senso al cammino così duro della vita di ogni giorno. 

Se in questa vita, sperimentiamo una grande forza e tanta consolazione nei Santi Sacramenti, nell’accogliere il balsamo della misericordia di Dio sulle ferite del nostro peccato, nel ritrovare il coraggio di rialzarci continuamente e di lottare contro le nostre fragilità e le nostre cadute, quanta più gioia ci potrà essere nella vera terra promessa che è il Paradiso?

«Egli dimorerà tra di loro – promette l’ultima pagina della Bibbia – ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21).

«Non è pensabile per l’uomo – insegna il Catechismo dei vescovi italiani – un destino più alto della visione beatifica: partecipare alla comunione trinitaria; conoscere, amare, essere felici come Dio conosce, ama, è felice» (CdA 1227).

E continua: In paradiso, «troverà appagamento la nostra tendenza a incontrarci e comunicare, il movimento di tutta la storia verso l’unità. Saranno sublimati tutti i rapporti autenticamente umani, avviati durante il pellegrinaggio terreno, i legami intrecciati nell’amore, nella conoscenza e nel lavoro. Le esperienze attuali più riuscite di comunione tra amici, tra coniugi, tra genitori e figli prefigurano l’universale comunione dei santi in Dio, ma sono ben poca cosa al confronto di essa. Se è meravigliosa già adesso la compagnia delle persone buone e intelligenti, che cosa sarà la compagnia di tanti fratelli «portati alla perfezione»? (CdA 1229).

«Le cose vecchie sono passate; – abbiamo ascoltato nella seconda lettura dall’apostolo Paolo –  ed ecco, ne sono nate di nuove». 

Questa dunque è la speranza per chi accoglie l’invito a celebrare la Pasqua: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio».

Nel linguaggio cristiano abbiamo un’espressione piuttosto paradossale perché parliamo di “feste comandate” come se si potesse comandare a qualcuno di fare festa.

A questo ci porta anche il vangelo del Figliol prodigo con quelle parole struggenti del padre: «Bisognava fare festa e rallegrarsi!». … Bisognava…

Vi faccio notare che questo è il vero apice della parabola, che Gesù aveva raccontato perché i farisei non sopportavano che Gesù festeggiasse coi peccatori.

La festa non è regolata da un precetto, ma dalla necessità interiore di celebrare una gioia che supera ogni sofferenza e ogni paura.

In realtà anche questo mondo strano ha le sue feste comandate e pretende vestiti alla moda e sorrisi smaglianti, ma il mondo non offre un vero fondamento alla gioia che chiede.

La vita è una cosa seria, complicata e per fare veramente festa è assolutamente indispensabile avere un motivo per festeggiare: «Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». 

La Pasqua è vicina. Bisogna preparare il cuore alla festa della risurrezione e alimentare il grande desiderio e la speranza di festeggiare per sempre la vita in paradiso.

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