Quinta domenica di quaresima C
Il brano evangelico che ci offre questa ultima domenica prima della Settimana santa è una delle pagine più controverse di tutta la Scrittura. Pensate che molti Padri della Chiesa non l’hanno commentata. Questo accadde semplicemente perché non la trovavano nei codici ufficiali.
I primi padri che la commentarono – accettandola senza riserve come testo sacro – furono Girolamo, Ambrogio e Agostino. Per avere un’idea sono pochissimi invece i padri orientali che l’hanno commentata.
Il costo dei materiali di scrittura nell’antichità era altissimo. Eppure pensate che esistono codici del Vangelo di Giovanni che in questo punto hanno semplicemente uno spazio bianco.
L’episodio era infatti ritenuto così audace, che per generazioni si dubitò della sua autenticità.
Ma veniamo al fatto. La donna – anche l’uomo, in verità – colti in flagranza di adulterio, doveva essere condannata a morte secondo la legge mosaica. Ma è per costringere Gesù a partecipare al giudizio che la trascinano nel tempio davanti a lui.
Solo apparentemente si tratta di un processo contro la donna peccatrice. Il vero accusato in realtà è proprio Gesù. Viene messa in discussione la sua lealtà verso la legge divina, la fama della sua mansuetudine, come anche la sua sottomissione all’autorità straniera. Solo i romani, in quel momento, avevano diritto di vita e di morte.
La prima cosa che emerge nel racconto è la distanza che gli accusatori vogliono interporre tra loro stessi e quella donna, come se lei con il suo peccato non c’entrasse niente con la loro vita. La sbattono nel mezzo, esponendola al giudizio di tutti. Poi dichiarano pubblicamente la sua colpa e la chiamano «una donna come questa».
Si tengono lontani da lei, perché si credono lontani dal peccato; come se il peccato fosse affare solo suo e come se quella donna fosse solo il suo peccato.
Ci fa molto pensare questo, in un mondo nel quale siamo tutti molto abituati a condannare il peccato, purchè si tratti sempre e soltanto del peccato degli altri.
Silenziosamente Gesù si china – nel breve racconto questo dettaglio viene ripetuto per due volte – e comincia a scrivere a terra con il dito.
Con buona pace di tutti i curiosi, il Vangelo non dice cosa Gesù scrivesse.
Oltretutto ci troviamo qui all’interno del tempio dove il pavimento è tutto lastricato in pietra, non siamo in mezzo alla polvere della strada.
Al di là di tutte le ipotesi possibili, non conta tanto quello che Gesù scrive. È solo il gesto, l’atto di scrivere sulla pietra.
Il dito di Gesù è il dito di Dio. È lo stesso dito che un tempo sul Monte Sinai scrisse la legge su tavole di pietra. Quella donna, insieme a chi l’accusa, si trova ora davanti al suo Dio.
Per prima cosa Gesù annulla le distanze tra la donna e i suoi accusatori.
Senza sollevare lo sguardo né sulla donna, né sui farisei, Gesù toglie la poveretta dal centro della scena, dove era rimasta da sola insieme al suo peccato e mette al centro dell’attenzione insieme a lei anche tutti loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei».
Qui il vangelo usa una parola che non esisteva nei vocabolari: ἀναμάρτητος e che noi siamo costretti a tradurre con due parole: “senza peccato”. È talmente evidente che tutti gli uomini sono peccatori che non esiste nel vocabolario una parola per dirlo.
Così Gesù dunque spinge quegli uomini a riconoscere che lo stesso peccato che abita in lei, abita anche in loro. Adulterio è tradire l’amore. E in fondo che cosa non è ogni nostro peccato se non proprio un tradimento dell’amore di quel Dio che ci ha chiesto di amarlo con tutto ciò che siamo?
Devono perciò sentire quella donna non più come un’estranea, una diversa, da poter accusare senza mettersi in gioco; ma a riconoscersi in lei, a rispecchiare se stessi in lei.
Gesù ci spinge a riconoscere che ogni uomo è ugualmente peccatore davanti a Dio e che solo Dio – solo Dio! – può essere giudice del cuore dell’uomo.
“Colpiti da queste parole come da una freccia grossa quanto una trave – commenta sant’Agostino – uno dopo l’altro se ne andarono”.
Quando tutti sono partiti il Signore resta solo con la donna.
Agostino è uno che sa, per esperienza diretta, che cosa significa essere invischiati nel peccato impuro e commosso commenta la scena con queste parole lapidarie: «Relicti sunt duo: misera et misericordia». «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia».
Dovremmo trovare il tempo in questi giorni che rapidamente ci portano verso la Settimana santa, per contemplare e custodire nel cuore questa immagine.
Quella donna rappresenta tutte le nostre miserie portate ai piedi di colui che si carica sulle spalle il peccato di noi tutti.
Sollevandola da terra, Gesù la chiama “Donna”, non con il disprezzo degli accusatori, ma con quella nobiltà con la quale Gesù si rivolse solo sua Madre, alle nozze di Cana e sul Calvario.
“Donna” è il titolo di Eva: l’incontro con Cristo è l’inizio di una vita nuova, di una nuova creazione.
Da questo momento, gli accusatori non potranno più accusare nessuno, senza ricordarsi di essere ugualmente complici del male che vedono nell’altro.
E cambia tutto anche per quella donna, per la quale sembrava non esserci più futuro.
Lo abbiamo ascoltato anche in San Paolo: «Dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù».
Da questo momento, ogni cristiano impara la legge fondamentale che risulterà incomprensibile agli uomini senza fede: “Detestare sempre il peccato, ma amare sempre il peccatore”.
Dicevo all’inizio che molti codici antichi non riportavano questo episodio. Era ritenuto imbarazzante perché non c’è traccia in esso di un atto di pentimento da parte della donna, come se la misericordia di Dio potesse arrivare anche là dove non è accolta e desiderata; oppure come se Gesù in fondo non ritenesse l’adulterio un vero peccato.
Anzitutto deve essere chiaro che il perdono che Dio offre non è un colpo di spugna, un far finta di niente, un “volemose bene, chiudiamo un occhio…”.
È ancora sant’Agostino: «Come? Il Signore favorisce il peccato? Assolutamente no. Ascolta ciò che segue: “Va’ e d’ora innanzi non peccare più”. Il Signore, quindi, condanna il peccato, ma non l’uomo. Se fosse a favore del peccato, direbbe: “Neppure io ti condanno; va’, vivi come ti pare, sulla mia assoluzione potrai sempre contare; qualunque sia il tuo peccato, io ti libererò da ogni pena della Geenna e dalle torture dell’inferno”. Ma Gesù non disse così».
Gesù non cadrà mai nella trappola di chiamare bene ciò che è e resta male.
Su questo non ci sono dubbi.
Ma più di tutto il vangelo ci rivela che il pentimento non è prima di tutto un atteggiamento dell’uomo, ma è anch’esso un dono di Dio: «Dio – scrive San Paolo – dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi».
Gesù non ha aspettato che quella donna fosse una santa per sollevarla da terra e donarle la sua misericordia. L’amore di Dio è veramente disinteressato.
Toccherà adesso a lei, come tocca a ciascuno di noi, credere che non c’è santo senza un passato e non c’è peccatore senza un futuro.
