se è risorto…

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“Cristo è risorto”. Capire cosa significa questa semplicissima frase non è così facile, ma è determinante, perché è proprio ciò che definisce il nostro essere cristiani.

Qualcuno ha risposto che “Cristo è risorto significa che vive nel nostro cuore”. Che suona bene, ma è sbagliato. 

“Vive nel mio cuore”, lo posso dire della mia nonna, qualche patriota lo dice di Garibaldi… ma “vivo nel mio cuore” significa semplicemente “morto”, è inutile girarci attorno. “Vivo nel mio cuore” significa che sono io che lo tengo in vita, con i miei ricordi, con i miei riti e le mie azioni.

Ma “Cristo è risorto” non significa neanche che è “tornato” in vita. Questo si potrebbe dire di Lazzaro che è “tornato” alla vita mortale, ma poi è di nuovo morto e sepolto.

Cristo non è “tornato”, ma è entrato nella vita, una vita piena, reale, fisica. Gesù Cristo è vivo. 

Gesù Cristo è vivo di suo… Non siamo noi noi a tenerlo in vita con le nostre liturgie e le nostre tradizioni.

Gesù è entrato con tutto se stesso, con l’anima, il corpo, l’umanità e la divinità nella vita piena.

Gesù Cristo ha un corpo, sul quale sono rimaste impresse le piaghe della passione atroce che ha subito per noi. Il suo cuore batte nel petto, parla, ascolta e cammina, ma in un modo nuovo, che noi finché viviamo una vita mortale non possiamo conoscere.

Per me essere in un corpo, significa essere qui e adesso. Per Cristo risorto, essere nel corpo è invece la possibilità di essere ovunque e sempre.

Certo è difficile, anzi è impossibile da capire. Solo la fede può vederlo. Una fede che ha come unico appoggio umano la testimonianza dei primi discepoli. 

Un gruppo di donne ansiose e spaventate, un gruppo di uomini increduli e ormai disperati, sono progressivamente arrivati alla certezza che Gesù è risuscitato, attraverso una serie di esperienze inconfutabili. 

Prima il sepolcro aperto e vuoto, segno che la morte non aveva potuto ingoiare per sempre il Corpo di Gesù. Poi l’annuncio di un angelo, un messaggero del cielo che per primo da verbalizza, esprime a parole quanto è accaduto: «Non è qui. È risorto!». Poi l’incontro con lo stesso Maestro, il vivente, il Signore.

Quegli stessi occhi che l’avevano visto agonizzare sul pati­bolo infame della croce, ora lo vedono vivo e vitale nello splendore misterioso di una nuova esi­stenza. 

Quelle stesse mani che avevano deposto nella tomba il suo cadavere inerte, adesso lo toccano e lo stringono vivo e concreto, tanto che possono mettere il dito nelle sue mani piagate e la mano nella ferita del suo costato .

Gesù non “era”, ma “è”. Con Signore i verbi vanno sempre tutti coniugati al presente e mai al passato. 

Per questa fede io so che Gesù è qui, è con me. Non lo vedo, non lo sento come vedo e sento la presenza dei mortali, ma la fede mi dice con certezza che lui c’è è qui, mi vede, mi guarisce, mi accompagna, mi perdona.

Se Cristo è risorto, tutto cambia.

Senza la prospettiva della risurrezione e dell’eternità, l’unico orizzonte possibile era questa vita mortale. 

E dunque a questa vita mortale dovevamo aggrapparci, esattamente come dice il proverbio: «come se non esistesse un domani». 

Ma un domani c’è e la strada per raggiungerlo ce l’ha mostrata proprio Gesù Cristo soprattutto con la Passione con quale ci ha donato il suo amore. La strada della vita risorta è l’amore, il dono di sé. 

La vita se la trattieni, la perdi. Se la doni, la ritrovi moltiplicata all’infinito.

Certo la sofferenza resta sofferenza. Intendiamoci! La fede nella risurrezione non fai dei cristiani degli ebeti che sorridono sempre e ogni costo. 

Sappiamo bene quanto a volte la vita può essere crudele e quanto certe giornate siano difficili. Ma è la speranza che cambia completamente la prospettiva. 

La croce è strada non meta; a partire dalla passione di Cristo possiamo ricomprendere la sofferenza nella sua autentica natura di prova, di purificazione, di redenzione, di premessa alla gioia che non delude.

Se Cristo è risorto, allora significa che non siamo mai soli.

Tutti sentiamo la necessità pungente di qualcuno che ci ascolti, che ci conforti, che ci aiuti. 

E dacché Cristo è risorto è nessuno di noi, perfino nei momenti più difficili e bui, può dimenticare di avere un amico crocifisso che ci è vicino, non solo come un esempio da imitare, ma come colui che ci sta accanto e porta la croce con noi e per noi.

Non c’è vita sbagliata, non c’è abitudine cattiva, non c’è rimorso, che non possa trovare in Cristo riparazione e ripartenza.

Il Figlio di Dio è morto per noi, per liberarci da ogni possibile male; ed è risorto perché ogni esistenza, per quanto sbagliata e segnata dagli errori, riconquisti la sua più nobile dignità e gioia.

La morte non è più la catastrofe che distrugge e annulla tutto. La morte non è più il salto nel baratro orrendo del nulla; la morte non è più la sconfitta dell’uomo, definitiva e senza rivincita. 

«Nelle tue mani affido il mio spirito», disse Gesù spirando. Ecco, la morte può diventare un affidamento, un atto di fiducia in Dio, il passaggio all’abbraccio del Padre, in cui ogni nostro desiderio trova la sua pace, in cui si ricostituisce la meravigliosa comunione con coloro che abbiamo amato e che ci hanno amato.

Abbiamo una grande fortuna a essere credenti e a celebrare la Pasqua, perché non siamo noi a tenere in vita Cristo e la sua Chiesa: è invece il risorto che ci sostiene, ci rialza, ci solleva.

Una grande fortuna che rivela oggi anche il senso della nostra vita e della impegnativa missione che ci è stata affidata.

«Sarete miei testimoni, dice il Signore, fino ai confini della terra». 

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