il signore dei giorni

La domenica in Albis conclude questa settimana di Pasqua che la Chiesa ha vissuto come un’unico giorno, la grande domenica, pallido anticipo della domenica senza tramonto che costituisce l’orizzonte della nostra speranza.

Una Pasqua segnata dall’ultimo servizio pastorale reso da Papa Francesco alla Chiesa: la benedizione Urbi et Orbi, che è sicuramente costata al Papa tanto affaticamento è stato il suo ultimo atto sacerdotale, ma anche – non dimentichiamolo – un atto di misericordia, gesto che il Papa non avrebbe potuto delegare ad altri, gesto che è accompagnato dall’indulgenza anche a favore di chi vive lontano ed è impossibilitato unirsi all’assemblea liturgica.

Siamo nei nove giorni che la Chiesa dedica alla preghiera in suffragio del defunto vescovo di Roma, che ora si trova davanti a Dio, acompagnato dal suo desiderio di servire il popolo cristiano e l’umanità intera con l’annuncio del Vangelo di Cristo.

Terminato questo periodo, dopo aver salutato il Papa defunto, inizieremo a pregare per il prossimo successore di Pietro, magari creando nel nostro cuore la disponibilità sincera ad accogliere il ministero di colui che sarà chiamato a custodire e promuovere la comunione e l’unità di tutta la Chiesa.

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“Il primo giorno della settimana, (…) venne Gesù e stette in mezzo a loro” e “otto giorni dopo, (…) venne Gesù e stette in mezzo a loro”: sono le scansioni cronologiche che registrano le manifestazioni del Signore risorto ai suoi discepoli.

Proprio a partire da questo brano evangelico, questo giorno, la domenica, non sarà più un giorno come gli altri; è diventato – come lo chiama Giovanni nel brano di Apocalisse, “il giorno del Signore”.

Lo diciamo subito che i vangeli non registrano solo queste apparizioni domenicali del Signore: domenica prossima ascolteremo dell’incontro avvenuto con Pietro e un gruppo di discepoli durante la pesca sul mare di Galilea, cioè nel luogo feriale della fatica e del lavoro; a testimoniare che il Signore è sempre con noi, non solo nello spazio e nel tempo sacro dell’Eucaristia. 

Ma intanto il primo dono che il Signore risorto offre alla Chiesa sua sposa, dopo il lungo, drammatico viaggio nella valli della morte e dell’inferno è la santità di questo giorno, la santità della domenica.

A partire da quell’ottavo giorno dopo la risurrezione – che oggi riviviamo – la Chiesa di Dio non ha mai trascurato la domenica, perché non è il giorno che noi dedichiamo al Signore, ma è il giorno che il Signore ha fatto per noi.

Questa è fin dalle origini la coscienza della Chiesa: nel primo giorno della settimana, che è la domenica (non il lunedì), noi riviviamo l’inizio della creazione (quando Dio disse: “sia la luce”) e la risurrezione di Cristo. 

Celebriamo dunque – con la creazione – la gioia di esserci, di esistere, di essere stati chiamati alla vita. E con la risurrezione di Cristo, celebriamo la speranza di una vita ancora più piena, una vita riscattata dal male e dalla morte.

Perché se è vero che finché c’è vita c’è speranza, è ancora più vero che se Cristo è risorto dalla morte, la speranza cristiana è una speranza senza limiti, un’orizzonte inimmaginabile di gioia e di pace senza fine.

La domenica risponde a ciò che siamo e a ciò di cui abbiamo bisogno per vivere: viviamo una esistenza concreta, temporale, corporea, sensibile, comunitaria. 

L’incontro con il Signore deve essere un contatto spirituale, interiore, soggettivo, ma non può essere solo questo. L’incontro con lui non può non avvenire la dove è riunita nel suo nome la comunità dei discepoli.

E il Signore ce lo dona in un giorno preciso, la domenica. Un giorno che non dipende dal nostro umore, dai nostri impegni, dai nostri stati d’animo. Un giorno che ritorna fedelmente senza bisogno di permessi e autorizzazioni. Un giorno che è santo a prescindere dalle calamità, dalle guerre, dalle culture e anche da ciò che, di volta in volta, viene avvertito come prioritario.

La domenica è il Giorno del Signore, perché Gesù possa diventare Signore dei nostri giorni: la domenica dà ritmo giusto a tutta la settimana e alla vita nel suo insieme, perché offre un centro, un ordine interiore.

Insegnavano gli antichi rabbini a proposito del sabato ebraico, che Dio è Dio non solo perché crea, ma soprattutto, Dio è Dio perché si “riposa”, cioè perché gode di ciò che ha creato. L’essere Signore consiste nella capacità di essere felice, beato.

A maggior ragione, l’uomo è uomo non solo perché lavora, ma soprattutto perché sa gioire del lavoro compiuto, perché sa fermarsi, riposare e ringraziare, perché sa fare festa.

La domenica è la nostra festa primordiale e penso fermamente che come comunità cristiana – in un momento in cui la nostra fede è messa alla prova da numerose difficoltà storiche, economiche, sanitarie, culturali, morali – su questo punto dobbiamo serrare i ranghi e non permettere che ci sia derubata la santità di questo giorno: dobbiamo fare il possibile perchè la domenica non diventi il supporto di altre iniziative, il pretesto per parlare di qualsiasi altra cosa se non del Signore.

Oggi i ritmi della vita si sono accelerati. La tecnologia permette al lavoro e altre responsabilità di intromettersi anche nel tempo familiare. Perfino i bambini hanno una agenda fittissima che li costringe anche di domenica a fare i turni sportivi fin dalle prime ore del mattino.

Paradossalmente molte famiglie hanno un calendario più pieno, più febbrile di domenica che durante i giorni della settimana.

Purtroppo, quando la domenica perde il significato originario e si riduce a puro «fine settimana», può capitare che l’uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il «cielo». 

Il tempo libero, specialmente nella fretta del mondo moderno, è una cosa bella e necessaria; ne tutti siamo ben consapevoli. 

Ma se il tempo libero non ha un centro interiore, da cui proviene un orientamento per l’insieme, finisce per essere tempo vuoto che non ci rinforza e non ricrea. 

In una società così altamente individualistica, dove generazione dopo generazione trascorriamo sempre più tempo da soli, mangiando da soli, vivendo soli, spendendo ore da soli di fronte al cellulare o ai computer, in questo clima sociale, noi dobbiamo comunicare che essere discepoli significa essere parte della famiglia di Gesù, parte della comunità, a cominciare dal riunirci nel giorno ottavo.

E un po’ come nelle nostre famiglie, sembra che anche nelle nostre comunità cristiane ci lasciamo prendere da una certa frenesia, dal collezionare iniziative su iniziative, attività su attività. 

Ma troppo spesso diamo per scontato il cuore di tutto. Abbiamo bisogno di semplificare anche la nostra vita pastorale e di ripartire dal cuore di tutto.

Ci lamentiamo che la gente non sa più pregare, e forse dovremmo semplicemente difendere e promuovere

la dignità e la bellezza delle nostre celebrazioni, degli spazi liturgici, la cura della predicazione, la musica, la proclamazione, la gestualità, i ministeri… 

La fede di ogni cristiano vive del grande dono del giorno del Signore e della celebrazione dell’eucaristia e della trascuratezza di questo dono la fede può anche morirne. 

Questa domenica prende il nome della Divina Misericordia, perchè questa misericordia è il cuore e il senso di ogni domenica. 

È tornando ogni domenica al cenacolo che noi veniamo guariti dalle nostre incredulità; è tornando al cenacolo che il nostro cuore viene raggiunto dal soffio del Risorto che ci dona la pace.

La liturgia mozarabica, cioé quel rito che si conservò per secoli nelle terre spagnole sotto la dominazione islamica, conserva una preghiera che facciamo nostra.

«O Dio, in ogni momento e senza interruzione dovremmo adorarti e lodarti, ma per la nostra miseria non ne siamo capaci.  Concedici, almeno nel giorno del Signore, di celebrarti con tutto l’amore: fa’ che diminuisca la preoccupazione per le cose del mondo mondo, fa’ che scompaia la causa del peccato e si rafforzi la forza della fede».

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