Terza domenica di Pasqua C
L’ambientazione della pagina evangelica di questa terza domenica di Pasqua è decisamente diversa dalle prime due, che ci avevano sempre mantenuto nella città santa di Gerusalemme, o nei pressi del Sepolcro o nel Cenacolo.
Oggi invece ci troviamo al mare di Tiberiade.
Siamo dunque in piena Galilea: ci troviamo a oltre 170 chilometri dalla nobile Gerusalemme. Da un punto di vista storico-cronologico è abbastanza complicato giustificare questi racconti tramandati da san Giovanni e ambientati in Galilea, quando gli altri evangelisti, soprattutto san Luca, ci tengono aggrappati a Gerusalemme, con le apparizioni, fino all’Ascensione e alla Pentecoste.
D’altra parte è pur sempre vero che tutti i vangeli registrano in maniera inequivocabile la notizia di un misterioso appuntamento fissato dal Risorto con gli apostoli in Galilea.
Come il più antico dei quattro vangeli, quello di san Marco, che riporta le parole del misterioso giovane apparso alle donne al sepolcro: «Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che vadano in Galilea: là lo vedranno, come aveva detto».
Da un certo punto di vista, questa incongruenza tra i racconti evangelici è molto significativa perché – se non esistono dubbi sul dato centrale del racconto e cioè sul fatto che colui che era stato sepolto adesso è vivo – apprendiamo che da questo momento la memoria della Chiesa, attraverso gli evangelisti, non si preoccupa tanto di tramandarci degli eventi in senso cronologico. La memoria della Chiesa vuole piuttosto offrirci delle chiavi per comprendere il nuovo rapporto che Cristo ha con i discepoli e quindi anche con noi.
È molto probabile dunque che i primi discepoli abbiamo compreso questo invito a tornare in Galilea non tanto come l’invito ad andare nelle regioni settentrionali della Terra Santa, quanto piuttosto a ritornare a quello che “Galilea” significava per loro: per i discepoli “Galilea” è il luogo del primo incontro con lui; il luogo dove per la prima volta lo hanno visto e conosciuto; dove hanno sentito la forza della sua voce che intimava loro di seguirlo.
Ma Galilea è anche il luogo del lavoro, un lavoro duro e faticoso, con i turni di notte, un lavoro che spesso è anche infruttuoso, deludente e può essere perfino pericoloso.
Galilea è quello spazio di mondo dove il popolo dei credenti vive ai confini con le terre dei pagani, lontani dalla nobiltà spirituale del tempio, con le sue liturgie e le sue solennità; dove la lingua parlata comunemente era imbastardita di dialetti dalla pronuncia più morbida o popolaresca, rispetto all’ebraico puro, con i suoi suoni così gutturali e ritmici.
Mi sembra che sia più di una semplice ipotesi: i discepoli compresero che, se Cristo è risorto, quell’invito ad andare in Galilea era (ed è ancora) l’invito a ritornare all’inizio della loro storia con lui, a quei primi incontri, a quelle prima parole, ai quei primi segni da lui compiuti.
In altre parole potremmo dire che per noi, che leggendo i Santi Vangeli stiamo arrivando alla fine del Libro, l’invito ad andare in Galilea è come l’invito a tornare a pagina 1, a ricominciare da capo, ma in una prospettiva assolutamente nuova.
Se Cristo è risorto ed è vivo – se Cristo riempie il passato, il presente e il futuro – quando leggo i Vangeli nella fede della Chiesa, non leggo il libro del «C’era una volta…» o il libro delle antichità archeologiche; ma incontro il vivente, il Signore, che adesso parla al nostro cuore.
Credo che, da questo punto di vista, sia molto interessante notare che l’evangelista Giovanni non aveva mai raccontato della vocazione di Pietro il pescatore. Noi conosciamo dagli altri evangelisti che Simone, Andrea e insieme a Giacomo e Giovanni, udirono il comando di Gesù, «Seguitemi», proprio mentre stavano pescando sulle rive del lago.
Nel racconto di Giovanni, invece, quel comando di Gesù «Seguimi» non fu la prima, ma l’ultima parola che Gesù disse a Pietro. Pietro comprese che quell’invito ad tornare in Galilea ricevuto dal risorto, aveva risuscitato e reso vivo e attuale quell’antico comando ricevuto su quella spiaggia, «Seguimi!», e che ora era molto di più di un semplice ricordo. Tornava ad essere attuale e lo sarebbe stato ogni giorno della sua vita. «Seguimi».
È anche molto probabile che questo episodio della pesca miracolosa – che così difficilmente si potrebbe combinare con i racconti dei fatti successivi alla risurrezione avvenuti nella lontana Gerusalemme – sia piuttosto l’eco di un incontro vissuto con Gesù prima di morire, mentre si trovavano ancora in Galilea: una incontro che adesso rivive realmente nell’esperienza quotidiana dei discepoli.
Non è un artificio letterario: è la coscienza che la storia è esplosa; Cristo e tutto ciò che lo riguarda non è al passato.
Cristo non è vivo nei nostri ricordi o nelle nostre rievocazioni. Cristo è vivo di suo! E dona alla memoria della Chiesa di essere un oggi perenne: oggi Cristo è risorto; oggi mi dice «seguimi»; oggi mi chiede di avere fiducia e di gettare la mia rete.
Come abbiamo ricordato domenica scorsa, Cristo viene a noi anzitutto nella santità dell’ottavo giorno della settimana, la domenica. È un appuntamento irrinunciabile, nel quale il Signore attraverso il segno della comunità riunita attorno all’Eucaristia, cura le ferite del nostro cuore e della nostra incredulità e ci dona il suo Spirito.
Ma il Vangelo di oggi ci rassicura che Gesù non è con noi solo la domenica. Dio non è il Signore del weekend.
Gesù è veramente presente anche in quelle situazioni che sembrano essere apparentemente più distanti dalla santità dei Sacramenti e dell’Ascolto della Parola di Dio.
Là sul mare di Galilea non accade nulla di vagamente religioso, nulla tanto meno che possa essere definito come una esperienza mistica.
Pietro stava facendo il suo lavoro. E proprio quando gli sta andando male tutto; quando sta faticando inutilmente; quando attorno c’è solo buio e nient’altro… anche in quei momenti che profumano più di sudore che di incenso… è proprio lì che il Signore è presente.
E quanto è bella anche la figura del discepolo che da a Pietro una gomitata perché apra bene gli occhi e si accorga che c’è il Signore! Questo racconto evangelico parla tanto della nostra vita, nella concretezza e nella durezza dei suoi momenti anche più difficili e feriali; e parla tanto di quello che dovremmo essere gli uni per gli altri, amici che si aiutano reciprocamente – magari con una gomitata fraterna – ad aprire gli occhi e a riconoscere che non siamo mai soli.
E oggi vogliamo sentire tutta la forza di quel dialogo definitivo tra Pietro e Gesù. Quelle tre domande del Signore, oggi le sentiamo uscire dal Libro e rimbombare forte nel cuore di ciascuno di noi.
L’ultimo esame non riguarda quello che Pietro ha detto o fatto; non riguarda le sue azioni o i suoi comportamenti.
Gesù non chiede a Pietro dei risultati, delle statistiche o dei progetti.
Chiede solo e semplicemente: «Mi ami?».
È la domanda cruciale rivolta a ciascuno di noi, domanda che dovrebbe riaffiorare molto spesso nella nostra coscienza di cristiani, contro la tentazione di fare di Gesù Cristo solo “il pretesto per parlare di qualsiasi altra cosa” (per usare una terribile espressione del Cardinal Biffi).
Tutto nasce dall’amore di Gesù e nulla regge, neanche la più nobile e ideale delle cause, senza l’amore di Gesù.
Ma in questo periodo della vita ecclesiale così delicato di Sede vacante, avvertiamo l’importanza e la forza della risposta che Gesù da al balbettio imbarazzato di Pietro: «Se ami me, prenditi cura del mio popolo».
È questo che Gesù sta per ripetere al nuovo successore di Pietro, come lo dice a tutti i pastori della Chiesa. I Padri cardinali, nonostante tutte le rappresentazioni giornalistiche di cui sono piene le cronache quotidiane, si trovano oggi tutti davanti a questo esame: «Mi ami?»; «Se ami ami, abbi cura del mio gregge!».
Ma questo ammonimento di Gesù non vale solo per il Papa e per i Pastori della Chiesa, ma ha valore per tutti i discepoli nelle diverse vocazioni.
«Mi ami?» – dice ancora Gesù a ciascuno di noi. «Se mi ami, abbi cura di tua moglie… abbi cura di tuo marito… dei tuoi figli… abbi cura della tua gente… della tua città… della tua professione…
Il cristianesimo non è la religione dei ritagli di tempo. È la storia di un unico grande amore, che riempie la vita.
