Quarta domenica di Pasqua C
Le prime domeniche di Pasqua ci hanno rafforzato nella persuasione che il Signore è vivo di suo; che non siamo noi a tenerlo in vita con i nostri ricordi e le nostre tradizioni. Che possiamo incontrarlo in modo reale ed efficace nei sacramenti, ma anche nelle circostanze della vita più complicate, come in quella notte di fatica trascorsa da Pietro nello sforzo, inutile, di pescare qualcosa per sfamare la sua famiglia.
E questa quarta domenica ci aiuta a riscoprire un’altro dono meraviglioso del Signore risorto: è il dono di appartenergli, il dono di essere una cosa sola con lui, di essere la sua Chiesa. Come riporta il motto di papa Leone: «In illo uno unum», sebbene siamo molti, nell’unico Cristo siamo uno.
Oggi Gesù si presenta a noi come il pastore che protegge il suo gregge a tutti i costi, sempre, perché nessuno può strapparlo dalla sua mano.
Nessuno di noi, di primo acchito ama essere chiamato “pecora” o tanto meno essere identificato come parte di un “gregge”. Questa immagine del Pastore e del Gregge fa emergere il paradosso di un amore che non può avere paragoni tra le realtà di questo mondo.
Con Gesù – e solo con Gesù – esiste un rapporto di reciproca intimità e perfino di identificazione.
«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono».
Gesù ci offre il dono di una totale sintonia di vita, una simbiosi reciproca. Come potrebbe mai svilire la nostra dignità? Essere Gregge di Cristo, significa essere in simbiosi con lui, al punto da non poterci neppure più distinguere da Cristo.
Il mondo potrà anche schernirci perché amiamo definirci il gregge di Cristo, ma noi sappiamo bene che non c’è nulla che esalti tanto la nostra dignità di esseri umani.
Noi non siamo un popolo allo sbando. Abbiamo un pastore, una guida che ci conosce e ci ama a tal punto da farsi egli stesso parte del gregge. Anzi, il libro dell’Apocalisse, proprio nel brano di oggi, dice che il Pastore arriva al punto di farsi lui stesso Agnello e Agnello immolato, colui che versa il suo sangue per la nostra salvezza.
«Io do loro la vita eterna», dice ancora il Signore. Notate, è molto più di dire: “Io do loro la vita, offro la vita per loro”, che sarebbe già tantissimo.
Gesù non è come una specie di coraggioso eroe, di quelli di cui sono pieni le gloriose epopee, un eroe che si immola generosamente per una giusta causa. Qui si parla di qualcosa di molto più grande, qui si parla della “vita eterna”.
A questo mondo di eterno non c’è niente, neanche i ghiacciai. Solo Dio è eterno.
Gesù, il crocifisso risorto, è il Pastore venendo dal cielo si è fatto Agnello e dona al suo gregge la vita stessa di Dio, la sua perfezione irraggiungibile, il suo amore purissimo, il suo amore più forte anche della morte.
Ecco perché Gesù può assicurare che la sua Chiesa, il suo gregge non potrà essere disperso, nonostante tutte le batoste che dovrà affrontare nella sua storia, perché scorre in esso la vita stessa di Dio: «non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre».
E poi c’è quell’ultima frase. Brevissima: «Io e il Padre siamo una cosa sola».
Ecco il segreto di quella forza invisibile e invincibile che ci unisce a Cristo: l’unità della Chiesa è l’unità stessa delle persone divine, è l’unità di Dio. “In illo uno unum”.
Ogni volta che il nostro orgoglio o la nostra presunzione tentano di spezzare l’unità del gregge, o di rifondare questa unità attorno a progetti, valori, prospettive che non sono la voce del Pastore, noi non agiamo più come membra di Cristo e la sua vita non scorre in noi.
Mentre viviamo le prime tappe del nuovo Pontificato, dovremmo oggi lanciare una campagna contro quelle espressioni devastanti ed eretiche che i mezzi di comunicazione in quelle interminabili chiacchiere da strada che riversavano sulle immagini di Piazza San Pietro. Frasi come: “la Chiesa che vorrei”, “la Chiesa dei miei sogni”, “Mi piacerebbe un Papa così…”….
È vero che spesso ciò che vediamo e viviamo della Chiesa è molto lontano dall’ideale evangelico di essere il gregge di Cristo. Siamo ben lontani dall’ideale di avere con Cristo un rapporto di intimità e di obbedienza, ma confondere le istituzioni ecclesiastiche con la realtà della Chiesa di Cristo è come scambiare la Sposa bella del Signore con il suo scheletro.
E soprattutto la Chiesa non è una nostra creatura. Se dici “la Chiesa che vorrei” è perché pensi di essere tu a fare la Chiesa. La Chiesa non è frutto dei nostri sogni e delle nostre aspirazioni. Noi non siamo la Chiesa perché abbiamo le stesse idee politiche, o la stessa cultura, o gli stessi valori di riferimento, o perché coltiviamo chissà quale nobile ideale.
E non siamo certo la Chiesa perché siamo dei santi irreprensibili. Siamo Chiesa per diventare santi nella grazia di Cristo e nella faticosa lotta di ogni giorno. Non è la Chiesa ad aver bisogno di noi, ma noi ad avere un disperato bisogno di essa.
L’unica Chiesa possibile è la Chiesa di chi sta bene attento ad ascoltare la voce dell’unico Pastore che è Cristo e a non confonderla con la voce di nessun altro.
Che impressione, fratelli e sorelle, avere ascoltato dalla Cappella Sistina queste parole di Papa Leone. «Sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo».
Essere Chiesa, significa essere accolti per pura grazia nella comunione con Cristo.
Tutto ciò che siamo, tutto ciò che facciamo entra in questa comunione. È bello ricordarlo in questa giornata di preghiera per le vocazioni: il lavoro delle madri e dei padri di famiglia, la predicazione dei pastori, la preghiera dei monaci, lo studio dei teologi, la creazione degli artisti, la ricerca degli scienziati, l’attenzione degli educatori, la premura dei medici, il servizio dei volontari, la saggezza dei politici…
Ecco le tante vocazioni nella Chiesa, diverse e necessarie, perché tutti nella Chiesa possono donare e possono ricevere; tutti sono preziosi, anche i poveri, i malati, gli anziani; anzi «molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi» (Mc 10,31).
Questa è la domenica in cui celebriamo l’incalcolabile fortuna di essere chiamati, pur con tutti i nostri limiti e le nostre contraddizioni, al gregge di Cristo, alla Chiesa del Dio vivente, la Chiesa una e santa, come uno è Dio, tre volte santo.
