il nuovo che resta

C’è un aggettivo che ritorna frequentemente nelle letture di questa domenica, è l’aggettivo “nuovo”.

Nel brano di Apocalisse si parla di un cielo nuovo e di una terra nuova; si parla di nuova Gerusalemme. Colui che siede sul trono proclama: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

E nella pagina del Vangelo – è sempre l’apostolo Giovanni che scrive – abbiamo ascoltato: “Vi do un comandamento nuovo”.

Visto che citiamo l’Apocalisse, permettetemi qualche precisazione. 

C’è una serie di luoghi comuni difficili da estirpare e anche piuttosto superficiali, che non poche incomprensioni hanno causato nella interpretazione dell’ultimo libro della Bibbia.

La parola “Apocalisse” non ha niente a che vedere con la fine del mondo; o meglio non ha a che vedere con essa molto più di quanto non lo faccia ogni altra singola pagina della Scrittura.

Apocalisse è una parola greca che significa “rivelazione” ed è uno sguardo profondo sulla realtà. Una lettura della realtà offerta non allo storico o al sociologo o al politico, ma offerta da un credente ad un credente. 

L’Apocalisse non si preoccupa di individuare date, luoghi, nomi, cifre, quantità, percentuali, come talvolta purtroppo erroneamente si è cercato di fare. 

Questo libro piuttosto cerca di guardare come Dio guarda alla storia, per cercare di capire che cosa è destinato al cielo e cosa è destinato passare. La morte e la risurrezione di Cristo è la grande luce attraverso la quale viene giudicato di tutto ciò che esiste: in lui si comprende che cosa entra nell’area del definitivo del “per sempre” e ciò che, invece, è destinato nell’area di quanto è caduco, transeunte, destinato alla perdizione.

Apocalisse è come se potessimo in modo istantaneo contemplare tutta la storia dell’umanità, alla luce della passione, morte e risurrezione di Cristo.

Proprio per questo utilizza un linguaggio caratteristico, denso di immagini, allusioni, numeri, simboli, citazioni: perché cerca di portarci su un piano di realtà superiore a quello della nostra comprensione naturale.

Ma torniamo al nostro aggettivo: “nuovo”.

Il dizionario Treccani definisce “nuovo” «la condizione o la qualità di essere nuovo, cioé di essere cioè fatto, concepito o conosciuto per la prima volta o da poco». 

Se le cose stanno così, si capisce che non esiste nulla di più aleatorio di ciò che è nuovo: le novità di questo mondo, nel momento stesso in cui appaiono, si consumano e sono destinate a essere superate.

La Bibbia usa un linguaggio diverso rispetto alla Treccani.  Nel vocabolario di Dio, ciò che è nuovo, è radicalmente nuovo, non perde lo smalto, non è destinato a passare. Agli occhi di Dio il valore di una cosa non si misura dal fatto di essere arrivata per ultima, ma dal fatto di essere definitiva, di essere attraente, bella, nuova in modo insuperabile.

Poiché Dio è eterno, quando Dio dice di qualcosa “nuovo”, significa che è eternamente nuovo, è destinato a esserlo per sempre e quindi non può essere superato, non può invecchiare.  

Ed è proprio il senso apocalittico di questo aggettivo che ci aiuta a capire che cosa il Signore ha realizzato dunque attraverso la sua passione, con la sua morte e risurrezione: un cielo nuovo e una terra nuova, una città nuova, la città nella quale Dio abita con gli uomini, la città in cui sono per sempre asciugate le lacrime, in cui non c’è posto per la morte, il lutto e l’angoscia.

Se questo è vero non si tratta allora di pensare al paradiso come al futuro. Passato, presente e futuro sono categorie che sono destinate a perdere il loro valore; appartengono “al cielo e alla terra di prima, a quel mare che non c’era più”.

Il paradiso, la Gerusalemme del cielo non va pensata nel futuro, ma pensata in ciò che è definitivo, in ciò che già adesso dunque resta per sempre e non è destinato a passare.

Se è “per sempre”, il paradiso è già adesso e, in fondo, cercare ogni giorno questa novità definitiva è proprio il senso della nostra vita di credenti.

* * *

Contempliamo questa Gerusalemme celeste, descritta in visione dall’Apostolo. Da che mondo è mondo, anzi oggi molto più di ieri, le città salgono dalla terra verso il cielo.

La Gerusalemme nuova è al contrario una città che scende dal cielo verso la terra, viene da Dio incontro all’umanità. La città di Dio con gli uomini ha le sue fondamenta non in basso, in questo mondo che passa, non tra le rovine archeologiche di ciò che è morto e sepolto, come molte delle nostre città italiane: le sue radici, la sua energia, la sua forza sta in Dio stesso, in ciò che davanti a Dio è vero, bello e buono e dura per sempre.

In fondo questo è il cuore della nostra vita di credenti: il quotidiano impegno a non lasciarci abbagliare scambiando per nuovo e attraente, ciò che in realtà è effimero e invecchia nel momento stesso in cui appare.

Nella pagina evangelica, il Signore aggiunge: «Vi do un comandamento “nuovo”: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi».

Vale la pena di ricordare che queste parole sono state pronunciate dal Signore Gesù nel Cenacolo, nella sera del tradimento e della condanna.

Dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli e dopo aver condiviso con loro il dono di tutto se stesso, il diavolo entra nel cuore di Giuda per consegnarlo ai Giudei.

Gesù gli aveva appena offerto il boccone da intingere, in segno di famigliarità e di amicizia. 

Questo è il segnale che stavamo aspettando: è arrivata l’ora della gloria, l’ora in cui Dio si rivela apertamente.

Tutti gli altri momenti e gli istanti della storia umana sono destinati a passare e a finire negli negli archivi del passato. Questa invece è l’ora che rivela ciò che è autenticamente nuovo e definitivo.

Ora il Signore sta cominciando a vincere con l’amore tutto il male del mondo, tutte le ingiustizie, le violenze, le meschinità, gli egoismi, le impurità.

Il comandamento adesso è “nuovo” non perché sta scritto in un rotolo sacro, ma perché il Signore comanda di amare, “come lui ha amato noi”.

Nelle città di questo mondo, le città che dal basso sfidano il cielo, sembra vincere chi possiede, chi rapina, chi gestisce il potere, chi ha in mano i destini degli altri.

Nella città di Dio, nella città che dal cielo scende verso la terra, vince chi ama, vince chi perdona, chi serve; vince chi è fedele sempre, chi da testimonianza alla verità e alla giustizia; vince chi non pensa prima di tutto a se stesso, ma ha il coraggio e la forza anche di dare la vita.

Il comandamento “nuovo” non è un nuovo comandamento, ma è un fatto sconvolgente che ha la forza di trasformare e rendere nuova la vita di chi crede: il Signore ha vinto per sempre, passando attraverso la via dell’amore, della fedeltà e del perdono. Questo è il “nuovo” che non invecchierà mai.

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