il bello di essere chiesa

Il brano di Apocalisse che abbiamo ascoltato nella seconda lettura descrive la Chiesa come la Città di Dio, la santa Gerusalemme che scende dal cielo: è una delle immagini più suggestive che la Scrittura ci offre del popolo dei credenti.

Nel linguaggio tipico dell’Apocalisse, sono numerosi i simboli che si accostano l’uno all’altro, e ci aiutano a comprendere la natura della Chiesa: è descritta anzitutto come una realtà che discende dall’alto. 

Questo significa che la Chiesa non nasce dal basso, non è una costruzione umana, non è il frutto di un nostro progetto sociale, politico o culturale e neppure religioso.

La Chiesa è opera di Dio. È Dio stesso che desidera offrire all’umanità uno spazio nel quale realizzare il suo grande progetto: quello di non essere più un gregge disperso, una babele di egoismi contrapposti, ma un popolo, il Popolo di Dio, anzi, la sua città, la sua famiglia, il luogo della comunione e dell’unità.

Lo ricorda il numero dodici, il numero che nel linguaggio biblico identifica il Popolo di Dio: l’antico Israele era fondato sui dodici patriarchi, figli di Giacobbe. Israele era in fondo un popolo di parenti, tutti accomunati dalla stessa origine genetica, dalla stessa lingua e cultura, dalla medesima storia esaltante di liberazione e di pace che il popolo di Dio ha sempre sperimentato.

La Chiesa di Cristo invece viene descritta come fondata non su dodici fratelli di sangue, ma sui dodici Apostoli dell’Agnello. Ciò che costituisce il fondamento della nostra unità non è la comunanza di parentela, di lingua o di cultura: ma il fatto di essere stati tutti chiamati alla fede in Cristo, il fatto di aver creduto – come disse il Battista ai primi discepoli – che Gesù è l’Agnello di Dio che prende su di se i peccati del mondo.

È molto suggestivo poi, sempre nel linguaggio simbolico dell’Apocalisse, il fatto che questa Gerusalemme santa che rappresenta la Chiesa non ha bisogno della luce ne del sole ne della luna: cioè l’energia che la alimenta, i valori, la verità che la governano non sono determinati dal consenso umano o da qualche forza appartenente a questo mondo. 

La verità nella Chiesa non è un prodotto della maggioranza, ma Dio stesso è la sua luce e l’Agnello, cioè Gesù, il Crocifisso risorto è colui che fa risplendere per tutti la luce di Dio.

Questo significa che la Chiesa sa di trovare in Gesù, e solo in lui, tutto ciò che le serve per essere se stessa, per vivere nella pace e nella gioia, per custodire e alimentare la bellezza della sua armonia e della sua pace.

Il brano di Apocalisse dice inoltre che in questa città santa non esiste un tempio, perché il Signore Onnipotente e l’Agnello stesso sono il suo tempio.

Significa che nella realtà tutta spirituale della Chiesa non esiste più quella distinzione – così cara alla legge mosaica – tra ciò che è sacro e ciò che è profano. Ogni casa, ogni famiglia, ogni contesto umano è il luogo sacro in cui abita il Signore e in cui si offre il sacrificio della lode, il sacrificio di una vita vissuta nella verità e nell’amore. Anche il lavoro, anche la malattia, anche la strada, la piazza… ogni spazio umano è pieno della presenza di Dio.

Questa pagina di Apocalisse è bella e misteriosa, come può esserlo un’icona bizantina, così armonica ed elegante nella sue forme e nei suoi colori, così ricca di elementi che suggeriscono le variegate forme della presenza e dell’opera di Dio. Bella e impossibile. Ci sembra troppo qualcosa di idealizzato e poco reale.

Ma subito prima nella lettura dagli Atti degli Apostoli, si parlava ancora della stessa identica realtà, cioè della Chiesa, in modo del tutto

Nel brano, ci appare infatti il volto della comunità concretamente esistente, alle prese con tensioni e contrasti che nascono dall’incontro-scontro, all’interno di essa, tra diverse culture e diverse concezioni teologiche.

Il problema specifico di cui si parla e che costrinse gli Apostoli a ritornare tutti a Gerusalemme dai luoghi in cui erano dispersi per la predicazione del Vangelo, era la questione dei numerosi pagani che avevano aderito alla fede. Il primo nucleo storico dei credenti, che provenivano tutti dall’antico Israele, era diviso sull’atteggiamento da tenere nei loro confronti.

Molti sostenevano che tutti coloro che entravano nella Chiesa avrebbero dovuto necessariamente sottoporsi alla circoncisione rituale e osservare tutte le prescrizioni della legge mosaica.

Il brano che abbiamo ascoltato, riprende molto in sintesi quella antica vicenda, ma sappiamo che la tensione fu veramente alle stelle e che il clima fu piuttosto rovente. 

La questione si rivelò essere di capitale importanza, perché di fatto costringeva tutti a riflettere su che cosa sia veramente necessario nella vita dei credenti e della Chiesa. 

Se avessero ammesso che era necessaria per tutti la circoncisione e la legge mosaica, avrebbero di fatto smentito la verità fondamentale che la salvezza non viene da altro, se non dall’aver creduto e accolto il vangelo di Cristo.

D’altra parte per quelle persone, che avevano vissuto in una tradizione antica di millenni, che si era preservata proprio per la sua capacità di distinguersi, di marcare le differenze, di evitare al massimo i contatti con i pagani, era davvero difficile rinunciare all’improvviso a quanto era sempre stato per loro assolutamente sacrosanto.

Alla fine fu l’apostolo Giacomo il minore a proporre la soluzione attorno alla quale trovarono un accordo, una proposta che misero nero su bianco in una lettera indirizzata alla Chiesa di Antiochia, dalla quale era partita in modo massiccio la predicazione ai pagani.

Al di là del fatto specifico, è molto significativo – come dicevo – il contrasto tra i due brani di Apocalisse e di Atti degli Apostoli.

Ogni domenica nel Credo professiamo la nostra fede e diciamo «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica», parole bellissime…, come un’icona bizantina… ma poi ci troviamo costantemente a misurarci con la concretezza di una comunità di persone dove non mancano pregiudizi, se non addirittura meschinità, fazioni interessi… basti pensare alla rappresentazione giornalistica dei giorni del conclave – in gran parte, per la verità, costruita sul nulla – ma anche, in piccolo, alle tensioni che spesso si vivono nelle comunità cristiane: tensioni che diventano nei fatti un ostacolo allo scopo assolutamente prioritario della vita della Chiesa, che è l’annuncio del Vangelo di Cristo.

Sì, finché viviamo in questo mondo, continuiamo a essere impastati delle nostre fragilità e delle nostre chiusure (e diciamolo pure, del nostro peccato).

Lo abbiamo ricordato più volte: la linea di separazione tra il Regno di Dio e questo mondo di tenebra, la linea di confine tra la fede e l’incredulità, tra la Chiesa Una e Santa e la congrega dei miscredenti è una linea che ci passa attraverso il cuore: noi ci siamo dentro, ma allo stesso tempo ne siamo fuori.

Ci fa bene ricordarlo, prima di tutto per non scandalizzarci delle tante fragilità e mancanze che registriamo nella vita ecclesiale. Potremmo farne un elenco infinito. 

Ma soprattutto ci fa bene per alimentare in noi l’infinito stupore nella misericordia di un Dio che ha voluto costruire la Gerusalemme del cielo non con delle belle pietre, pure, perfette e senza difetti, ma facendo di noi, poveri sassi di scarto, la sua casa, il suo tempio, la città nella quale vuole abitare.

Vorrei che ogni volta che ci scontriamo con le fatiche e i limiti della vita ecclesiale, invece di fuggire indignati alla ricerca di una inesistente comunità dei perfetti, noi cantassimo la misericordia di Dio che non ci ha amato perché siamo perfetti, ma per renderci santi, per renderci suoi figli, per essere il segno del suo amore nel mondo.

Abbiamo tanto da imparare. Il continuo esercizio per comprendere che cosa è la meraviglia della Chiesa, la città che scende dal cielo, bella come una gemma preziosissima. Non è un’utopia.

Ecco perché Gesù ci lascia la sua pace, non la pace del mondo. La pace del mondo è equilibrio di interessi contrapposti. La pace di Cristo è perdono e misericordia.

Tra pochi istanti dovremo fare tutti la fatica di riconoscere, in un pezzo di pane, la presenza reale del Corpo immolato di Cristo.

Così ogni giorno dobbiamo fare lo sforzo di riconoscere che nella povertà delle nostre persone è presente davvero la Gerusalemme del cielo che giorno per giorno si costruisce; lo sforzo di rimanere sempre aggrappati alle uniche cose che contano: la fede in Cristo e l’unità del suo popolo.

La Madonna di san Luca, bella come una icona bizantina, ma in realtà così concreta, vicina, materna, ci indica la strada mostrandoci in Gesù la sorgente della nostra speranza.

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