Ascensione del Signore C
Ci sono due frasi semplicissime contenute nel simbolo della fede che da sole contengono in sintesi tutto il mistero di Cristo:
«Discese agli inferi» e «salì al cielo».
Si disegna una parabola di proporzioni cosmiche, che traccia una discesa e una risalita. È un percorso che riguarda anzitutto la persona di Cristo, ma poi coinvolge anche tutto ciò che Cristo ha unito a se, in questo suo percorso cosmico e dunque riguarda anche la nostra umanità, il nostro destino.
Forse qualcuno potrebbe sorprendersi del fatto che come primo termine, piuttosto citare l’incarnazione e la nascita da Maria, io abbia scelto la discesa agli inferi.
In realtà le due cose non sono diverse: la discesa agli inferi è in effetti il pieno compimento di quella discesa dal cielo che riviviamo nel Natale. Il Figlio di Dio iniziò la sua discesa nell’umano, entrando nella nostra carne, quando nacque dalla Vergine Maria.
Ma la frase «Discese agli inferi» ci dice che il Signore si spinto fino in fondo nella realtà umana, fino al suo punto più basso.
Una discesa vertiginosa, in picchiata, che ha portato il Figlio di Dio a entrare – per amore e solo per amore – nel limite e nella fragilità della nostra condizione umana, accettando di essere prima neonato, poi bambino, poi adolescente e uomo maturo.
Lui che è la sapienza di Dio, per mezzo della quale tutto è stato fatto, per amore nostro, ha voluto aver bisogno di una mamma, ha voluto aver bisogno di braccia paterne che lo introducessero nel mondo, gli insegnassero a camminare, a leggere, scrivere e perfino pregare.
E il viaggio cosmico del Figlio di Dio non si è limitato ad entrare nella nostra natura umana innocente: Gesù si è messo in fila con i peccatori per scendere nelle acque melmose del Giordano – in quella valle che anche fisicamente è il punto più depresso della terra – e di qui passando al deserto delle tentazioni sataniche, Gesù prosegue questa discesa in picchiata nella nostra umanità e, pur senza conoscere personalmente il peccato, ne assume tutte le conseguenze malefiche.
Da quel momento delle tentazioni nel deserto, anche il bene, l’amore e la verità – che sono realtà connaturate della sua origine divina – diventano anche per lui una lotta faticosa.
Anche la vita di Gesù, proprio come la nostra, fu un continuo rifuggire l’inganno, il costante impegno di tenere dritta la barra, di fronte alle allettanti scorciatoie, promesse dal tentatore.
Nei giorni misteriosi e oscuri della settimana santa, abbiamo poi contemplato come questa discesa in picchiata nella realtà dell’umano da parte del Figlio di Dio sia andata decisamente oltre ogni possibile aspettativa.
Gesù non ha voluto sottrarsi a nessuna delle realtà che l’uomo vive sulla terra, come conseguenza della propria fragilità e anche della propria colpa.
Il Figlio di Dio conosce sulla sua pelle umana che cosa significa essere rinnegato, tradito; conosce la delusione di chi gli ha promesso fedeltà per sempre e poi al primo tornante difficile se n’è andato.
Il Figlio di Dio, che regge i destini di tutte le cose, ha conosciuto la paura per il proprio destino, fino a quell’angoscia di cui il sudore di sangue è uno dei sintomi più atroci.
Il Signore ha sperimentato le crudeltà infinite di cui sono capaci quelli che lui stesso ha voluto fossero i suoi simili.
Sì, non c’è bisogno di scomodare la morte e l’aldilà, quando parliamo della discesa agli inferi: Cristo è entrato nel vero inferno della nostra umanità ferita dal male e vi ha portato l’unico antidoto che poteva sconfiggerlo, l’antidoto dell’amore più grande di tutti.
Gesù non ha dato la vita per gli amici, ma per rendere amici coloro che gli erano ostili; per rendere amici coloro che lo avevano rinnegato, umiliato, dimenticato.
«Vi ho chiamato amici»: non si deve mai esaurire nella nostra anima lo stupore per queste parole che il Signore pronuncia, mentre avanza nella sua impressionante discesa negli inferni dell’umano.
E infine sì: il suo passaggio nell’al di là. È bello cantare, nel dolce clima del Natale che Dio si è fatto come noi, che il Verbo di Dio si è fatto carne. Ma in realtà è solo nell’ora tenebrosa del Venerdì Santo che possiamo dire che si è fatto uomo.
È solo dal momento della croce che il Figlio di Dio è pienamente uno di noi, perché se c’è qualcosa che realmente e democraticamente accomuna tutti gli uomini, senza distinzioni, è proprio l’ultima sofferenza e la morte.
Per quanto possa sembrare paradossale, il Figlio di Dio ha imparato non solo che cosa vuol dire morire, ma anche che cosa vuol dire vivere nell’angoscia di morire: lo sa non solo perché, come Dio, conosce ogni cosa, ma perché, come uomo egli stesso, lo ha sperimentato di persona, senza alcuna finzione, senza alcuna attenuante.
È sceso negli inferi della morte, in quel regno fuori del tempo, dove ha visitato tutti i morti, dal giusto Abele fino all’ultimo degli uomini.
E anche lì, nel regno dei morti, Gesù ha portato il vangelo, la buona notizia: Dio ha visitato il suo popolo. Non siamo soli: non lo siamo mai, né nella vita, né nella morte.
Non c’è condizione umana nella quale Cristo non sia presente come speranza di salvezza.
E oggi, finalmente celebriamo e riviviamo la seconda parte di questa parabola cosmica del Figlio di Dio: dalla impressionante discesa in picchiata attraverso la nostra umanità, alla gloriosa risalita, l’ascensione nel cuore stesso di Dio.
Nel brano di Atti degli Apostoli, l’evangelista Luca parla di questa glorificazione di Cristo usando due espressioni: «fu elevato in alto» e «una nube lo sottrasse al loro sguardo».
Attraverso queste due espressioni comprendiamo come nell’Ascensione al cielo, l’umanità di Gesù entra in modo nuovo e inaudito nell’intimità di Dio.
Oggi possiamo dire che un pezzo di noi, l’inizio di noi, il nuovo Adamo sta nel paradiso di Dio: nel cuore della Trinità, Dio e uomo, sono inseparabilmente uniti.
L’Ascensione di Gesù non è la festa del congedo, dei saluti finali, ma è l’inizio di un percorso di elevazione a cui tutti noi siamo chiamati.
L’evangelista Luca afferma che, dopo l’Ascensione, i discepoli tornarono a Gerusalemme “pieni di gioia”.
La causa della loro gioia sta nel fatto che quanto era accaduto non era stato in verità un distacco, un’assenza permanente del Signore: i discepoli al contrario avevano ormai la certezza che il Crocifisso-Risorto era vivo, ed in Lui erano state per sempre aperte all’umanità le porte del cielo, le porte della vita eterna.
L’Ascensione non significa affatto la sua assenza dal mondo, ma piuttosto inaugura la nuova, definitiva ed esuberante forma della sua presenza, in virtù della sua partecipazione alla potenza regale di Dio.
Toccherà proprio a loro, ai discepoli, resi coraggiosi dalla potenza dello Spirito Santo, renderne percepibile la presenza con la testimonianza, la predicazione e l’impegno missionario.
La solennità dell’Ascensione del Signore deve colmare anche noi di serenità e di entusiasmo, proprio come avvenne per gli Apostoli che dal Monte degli Ulivi ripartirono “pieni di gioia”.
È la gioia profonda di chi ha scoperto l’orizzonte completo dell’avventura umana: chi parla del cristianesimo come religione dell’incarnazione, di fatto censura il senso di questa incarnazione.
Siamo stati creati come figli di uomini per diventare figli di Dio e vivere una vita divina.
Il Vangelo ha bisogno di essere incarnato, tanto quanto la nostra vita a bisogno di essere divinizzata.
Sempre san Luca, nel brano del Vangelo, conclude il racconto con una annotazione molto preziosa: «essi si prostrarono davanti a lui poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Anche noi lo adoriamo non come uno che è assente, ma come colui che, avvicinandosi a Dio, si è avvicinato al cuore di chiunque crede.
La Vergine Maria, ha presieduto con la sua divina Maternità la prima tappa del viaggio del Figlio di Dio dal cielo alla terra. Ma anche ora che dalla terra torna al cielo, la Vergine è presente, per indicarci oggi e sempre che non c’è altra speranza di pace e di salvezza se non nel suo Figlio Gesù.
La Madonna di San Luca con una mano accoglie come in trono il Figlio di Dio, insegnandoci a fargli spazio nella nostra vita, e con l’altra lo indica, insegnandoci a seguirlo nella salita verso il paradiso.

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