chiamati col dito

Sembra quasi di vederlo il dito di Gesù puntato verso ciascuno dei 72 che lo circondavano: li fissa e li chiama uno per uno.

«Il Signore – così abbiamo ascoltato – designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi».

Il verbo originale ἀνέδειξεν, qui tradotto con “designare”, ha una resa molto plastica: vuol dire allo stesso tempo “additare”, indicare col dito, con in più quel prefisso “ανα-” che indica un movimento a salire. Si fa prima a farlo che a dirlo: quel gesto dell’indice puntato al contrario, che dice vieni qui… 

Gesù non spara nel mucchio. Guarda negli occhi ciascuno di suoi discepoli: tutti chiamati e tutti mandati, anzi mandati proprio perché anzitutto chiamati.

La scelta del numero è molto significativa. Sapete che nella tradizione semitica, i numeri sono sempre associati a dei concetti. L’evangelista Luca aveva già riferito di un primo invio di discepoli; nel primo caso erano 12, ora sono 72. 

12 è il numero che identificava il Popolo di Dio: l’antico Israele era infatti fondato sui 12 patriarchi, figli di Giacobbe.

72 – secondo i calcoli degli eruditi dell’antichità – era considerato il numero di tutti i popoli presenti sulla terra.

Il risultato dell’accostamento di questi due numeri nel descrivere la missione è molto significativo: Gesù vuole costituire un nuovo popolo, destinato a raggiungere tutti i popoli della terra, ogni cultura, ogni lingua, ogni contesto, ogni tempo.

La Chiesa non è nata per sbaglio.

Lo dico e lo ripeto perché a volte viene da pensare che la Chiesa sia una specie di sotto-prodotto, un prodotto di scarto dell’evangelizzazione… Del tipo: “si annuncia il Vangelo e poi quelli che ci stanno bisogna pure organizzarli in qualche modo”… 

Al contrario! La volontà di Gesù è chiara! Il Figlio di Dio è venuto nel mondo proprio per radunare attorno a sé un Popolo nuovo, che avrà le sue radici nella fede di Israele, ma che avrà una identità e una missione del tutto nuova.

Qual era l’elemento costitutivo dell’appartenenza all’antico Israele? Era il fatto di essere discendenti secondo la carne da Abramo. Israele, in fondo, è un popolo di parenti: tutti appartenenti al grande clan famigliare delle dodici tribù dei figli di Giacobbe.

Il nuovo Popolo eredita la fede di Abramo nell’unico di Dio, ma non necessariamente il suo sangue. 

Il fondamento della identità del nuovo Popolo di Dio starà tutta invece in quel legame personale e diretto di ciascun membro con lui, con il Signore Gesù: è proprio quel dito puntato su ciascuno che dice: «alzati, vieni… e vai…!».

Prima di qualsiasi distinzione di ruolo all’interno del Popolo di Dio – clero, laici, religiosi – il cuore dell’essere Chiesa consiste in questa relazione personale con Cristo, che ci ha amato e ha dato la vita per noi.

Le modalità concrete in cui si esprime concretamente la missione e il servizio nella Chiesa cambieranno per ciascuno a seconda della propria vocazione, ma la chiamata e l’invio missionario riguarda tutti i cristiani.

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Vorrei attirare la vostra attenzione sulle prime parole che Gesù affida ai 72 mentre li invia: «La messe è abbondante».

Chi abita in città, forse non è avvezzo a questa parola “messe”, che indica la distesa dei campi di grano, soprattutto nel momento in cui è giunto a maturazione, quando arriva appunto il momento della mietitura.

Nella parola “messe” c’è dentro un’idea di urgenza: gli agricoltori sanno bene che quando è ora di mietere – proprio come per la vendemmia dell’uva matura – bisogna farlo senza indugio, perché c’è il rischio che, ad esempio una tempesta estiva, costringa a rimandare e faccia marcire tutto.

Dunque Gesù ci chiede anzitutto di condividere il suo sguardo sul mondo: il Signore vede l’umanità intera, vede la fame di verità, di giustizia, di senso: vede la schiavitù del male e del peccato, la disperazione, la povertà spirituale, l’errore, nel quale tanti uomini e donne vivono. 

C’è un senso profondo di urgenza nello sguardo di Gesù sul mondo, l’urgenza di chi ama, l’inquietudine verso un mondo da soccorrere nella sua sete.

Non c’è tempo di perdere in progetti o pianificazioni. L’umanità attende e c’è il rischio di perdere tutto, di provocare un  danno irreparabile. 

Non è che dobbiamo muoverci fanaticamente o tentare in ogni modo di agganciare adepti, ma condividere questo amore appassionato di Dio per l’uomo. Come dice san Paolo: “L’amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti”. 

In questo senso, la prima indicazione operativa che Gesù consegna, è decisamente sorprendente: “La messe è molta, quindi… pregate!”. Siccome c’è la messe, “dunque” bisogna – per prima cosa – non “fare”, non “mietere”, ma bisogna “pregare”. 

La sorgente della missione è la preghiera, cioè una costante relazione con Dio, perché anche il fine della missione è di portare l’uomo all’amore di Dio. 

Ed è una missione – come abbiamo ascoltato – che entra nella città e poi addirittura nella casa, perché il Vangelo deve arrivare proprio lì dove viviamo, nelle prime e più solide relazioni umane. 

La buona notizia che è Gesù deve entrare nella concretezza della vita e annunciare un perdono, una speranza, una comunione che è già presente in questo mondo, ma a questo mondo non appartiene. 

* * *

Curioso: noi siamo allo stesso tempo evangelizzatori e bisognosi di evangelizzazione. 

“Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”, avverte Gesù. Non ci vuole molto a riconoscere che quei lupi spesso abitano proprio dentro di noi, nelle nostre orgogliose resistenze al vangelo. 

Finché siamo in questo mondo, siamo allo stesso tempo agnelli e lupi, abbiamo nella Chiesa un piede dentro e un piede fuori. Abita in noi la santità di Cristo, ma anche la malizia ostinata di Satana. 

C’è una lotta, una lotta nel mondo, ma soprattutto c’è una lotta che si combatte istante per istante dentro di noi, nei nostri cuori, nelle nostre intelligenze, le nostre volontà. Siamo i primi destinatari dell’annuncio che doniamo agli altri.

Inoltre Gesù comanda ai suoi discepoli di non cercare gli appoggi nelle ricchezze, nelle potenze mondane (nel potere della politica, del denaro, dell’informazione): perché l’efficacia sta tutta nel vangelo che annunciano e nella grazia di Dio di cui sono ministri. 

Di fatto, comandare di essere poveri è la stessa cosa che comandare di avere fiducia in Dio, di credere fermamente che l’efficacia dell’evangelizzazione sta nel vangelo, non nei mezzi o nelle strategie che noi mettiamo in campo. 

«Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada». In italiano abbiamo una buffa parola che esprime quell’attitudine tipicamente orientale dei saluti pieni di cerimonie e di formalità: i salamelecchi.

Il Signore non ci sta invitando alla scortesia, che certo non aiuterebbe la testimonianza del Vangelo. Piuttosto ci invita a non lasciarci distrarre dall’adempimento della loro missione, a non prestare eccessiva attenzione alle opinioni, alle chiacchiere, alle critiche e neanche alle lodi ambigue di chi non è per niente interessato all’annuncio del Regno di Dio. 

Non è detto che dobbiamo essere per forza dei guastafeste, ma neanche che per cantare nello stesso coro con tutti gli altri possiamo cambiare con disinvoltura lo spartito del vangelo. 

Quale sarà il messaggio che i discepoli dovranno trasmettere? Dovranno in primo luogo annunciare il Regno di Dio, che è vicino, che è divenuto accessibile in Cristo, che tutti dobbiamo prepararci con la conversione, verso il quale dobbiamo tendere con desiderio fiducioso. 

Diceva il card. Biffi: «Noi non abbiamo bisogno di annunciatori della parola che cambino il Vangelo con la scusa di adattarlo al nostro tempo, ma di annunciatori che tentino ogni giorno, magari riuscendoci poco, di cambiare se stessi per essere ogni giorno più conformi al Vangelo che non cambia».

Preghiamo perché gli operai della messe del Signore non manchino. E preghiamo perché siano sempre fedeli al comando che ciascuno di noi, secondo la propria vocazione, ha ricevuto.

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