Quindicesima domenica del tempo ordinario C
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico”: non è un caso che Gesù ambienti la parabola del buon samaritano in questo luogo preciso.
Gerusalemme, con la mole imponente del tempio, svetta sulla regione montuosa della Giudea: è la città santa, il luogo della presenza di Dio.
Gerico si trova invece nella profonda depressione del Giordano, a 240 metri sotto il livello del mare. Si ritiene che sia la città più antica del mondo, quasi un simbolo del vivere umano, spesso in contrapposizione con il volere e la santità di Dio.
La parabola del buon samaritano parla dunque di noi, parla di ogni uomo, uscito dalla casa di Dio e incamminato lungo le strade tortuose del mondo.
Era stata posta a Gesù una domanda da parte dello scriba: cosa significa amare il prossimo, anzi chi è il prossimo?
Il sacerdote e il levita del racconto evitano di soccorrere il malcapitato girandogli al largo.
Avevano un motivo ben preciso: non dovevano sporcarsi le mani con il sangue. Il contatto con il sangue, infatti – secondo la legge mosaica – rende ritualmente impuri e in quelle condizioni non avrebbero poi potuto svolgere le loro funzioni.
Nella migliore delle ipotesi, il loro passare oltre non era tanto frutto di indifferenza, ma dell’idea che Dio andasse servito attraverso la sottomissione formale alle regole sacre.
Ricordate che molto spesso nei vangeli, Gesù inveisce contro scribi e farisei definendoli “ipocriti”. Ma questa ipocrisia che Gesù denuncia, va intesa in modo diverso rispetto a quello che intendiamo comunemente.
Scribi e farisei erano gente impegnata, che credeva sinceramente nella legge come via rivelata dalla volontà di Dio.
Gesù chiama ipocrisia quel modo perverso di utilizzare la legge di Dio, per cercare a ogni costo la propria giustificazione e la propria gratificazione. “Osservare la legge – pensavano – è complicato, ma io sono tanto bravo e tanto devoto perché mi impegno fin nelle cose più minuziose”.
E così l’osservanza della Legge – che è una cosa santa – diventa lo strumento perverso che ti fa illudere di essere nel giusto, addirittura di reclamare la benevolenza divina, come se fosse una paga, un atto dovuto.
Notate la differenza tra la domanda dello scriba e la risposta di Gesù. La domanda dello scriba era stata: “Chi è il mio prossimo?”, che potremmo infondo anche tradurre con: “Chi è che mi sta vicino?”.
Questa domanda nasconde in fondo uno sguardo auto-centrato: “Sì, devo amare Dio e il prossimo. Questo l’ho sempre saputo e insegnato. Ma, a me chi è che mi sta vicino? A me chi pensa? Di me chi si prende cura?”.
Gesù ribalta completamente la prospettiva. Dopo il racconto della parabola chiede allo scriba: “Chi di questi tre ti sembra che sia stato prossimo?”.
Per Gesù dunque, “prossimo” è colui che io rendo tale con il mio amore e il mio interessamento.
Un concetto nuovo di “prossimo”, per così dire, dinamico, che non sopporta alcuna limitazione: quanto più si dilata la mia capacità di amare tanto più vasta diventa l’area della mia “prossimità”.
Non dobbiamo attendere che l’altro si faccia vicino, ma noi dobbiamo farci prossimi, vicini a chiunque abbia bisogno della nostra cura.
Lo scriba deve capire che l’amore per il prossimo non è una questione di regole e precetti, ma si traduce invece in compassione e in concretezza.
Non bastano la commozione e la pietà che non si fanno operose ed efficaci. Ma non basta nemmeno un’assistenza efficiente e organizzata che non sia ispirata dall’amore disinteressato.
Lo ricorda san Paolo nell’inno alla carità: «Se anche distribuissi tutte le mie sostanze… ma non avessi la carità, niente mi giova» (1Cor 13,3).
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Tutto questo è bellissimo, ma non siamo ancora al cuore del vangelo.
Ridurre il vangelo a un appello alla solidarietà umana, anche sincera e disinteressata, sarebbe ancora in qualche modo una censura e comunque collocherebbe il vangelo stesso in mezzo ai tanti nobili insegnamenti umani di etica.
Lo capiamo meglio proprio ricordando che Gesù era “in viaggio verso Gerusalemme”, cioè sta facendo il nostro viaggio al contrario per andare ad affrontare la sua passione.
È vicina l’ora della salvezza, l’ora dell’amore immenso di Dio rivelato nella croce del suo Figlio.
Gesù non ci parla tanto di quello che noi dobbiamo fare per Dio, ma ci sta rivelando quello che Dio sta facendo per tutti noi!
E proprio mentre si stende l’ombra inquietante del calvario su questa parabola evangelica, possiamo comprendere chi è realmente quel samaritano di cui parla la parabola, quello straniero compassionevole, che non era uno di noi, ma si è fatto prossimo a noi, prossimo nel nostro bisogno e si è preso cura di noi.
La parabola ci parla anzitutto di Cristo: lui che non appartiene al nostro mondo, che risale al contrario la nostra strada e sale verso Gerusalemme; lui che si fa accanto a noi nella nostra miseria, ci cura le ferite con la sua parola e i suoi sacramenti, ci affida fino al suo ritorno alla locanda che è la Chiesa, perché ci custodisca nel suo amore.
Il Signore Gesù, il Figlio di Dio onnipotente, ha affrontato la passione e la croce per farsi prossimo, vicino all’uomo peccatore. Si è fatto flagellare e crocifiggere per andare a raggiungere quel delinquente condannato e condannato giustamente.
Salendo sulla croce, Gesù è diventato prossimo di quel brigante assassino (che noi chiamiamo poeticamente il “buon ladrone” e che poco o tanto siamo ciascuno di noi) per potergli dire: “Oggi sarai con me in paradiso”.
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Ecco. Il Vangelo, la buona notizia è un avvenimento, non una morale; Dio, l’Altissimo, si è fatto prossimo.
Questa è la buona notizia di oggi che ha la forza di cambiare completamente il nostro modo di guardare agli altri: “Noi siamo il prossimo di Dio”.
