Sedicesima domenica del tempo ordinario C
Il Salmo responsoriale forse ci ha intimorito un po’, ricordandoci quali sono le mille esigenze morali e spirituali di chi desidera abitare nella casa di Dio:«cammina senza colpa, pratica la giustizia
e dice la verità che ha nel cuore,
non sparge calunnie con la sua lingua…» e così via…
Ma la pagina evangelica ci fa fare un passo enorme, rispetto a quanto abbiamo pregato con il salmo antico. Il Vangelo non ci parla più di quanto noi dobbiamo fare per poter essere ammessi nella tenda di Dio, ci annuncia al contrario che inaspettatamente è Dio ad entrare nel mio villaggio e addirittura viene ad abitare nella mia casa.
Non dobbiamo dimenticare che il brano di Marta e Maria segue immediatamente la parabola del buon Samaritano.
E avevamo compreso che Gesù ci ha raccontato quella parabola, non tanto per dirci quello che noi dobbiamo fare per Dio per obbedire ai suoi comandi; piuttosto la parabola ci fa scoprire e amare quello che Dio ha fatto e sta facendo per noi.
Quel malcapitato della parabola siamo ciascuno di noi, lasciati mezzi morti sulla strada della vita a causa dei nostri peccati.
E il buon samaritano è Cristo: è il Figlio di Dio che si fa nostro prossimo, ci viene accanto, ci solleva, ci soccorre, si prende cura di noi.
Non vorrei tirare troppo la corda del racconto, ma faccio notare notare un piccolo dettaglio. Non lo abbiamo percepito nella lettura liturgica del brano, ma l’evangelista Luca non solo ricorda – come fa sempre con insistenza – che Gesù stava salendo verso Gerusalemme, ma per la prima volta usa il plurale. Dice: “mentre erano in cammino”.
Perché il plurale? Perché il buon samaritano ha caricato e portato con sè l’uomo che aveva soccorso e lo stava portando alla locanda che è la Chiesa, dove ogni uomo deve essere accolto e curato, fino al ritorno del Signore.
La casa di Marta e di Maria è dunque la casa dei discepoli di Cristo. La casa di Marta e di Maria è la Chiesa nella quale noi viviamo la famigliarità con Dio e siamo chiamati a condividere l’amore e la cura che Dio ha per ogni uomo, salvato dalla strada.
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Ci sono tanti elementi che attirano la nostra attenzione. Mi soffermo su alcuni aspetti che mi sembrano preziosi per la nostra vita.
Anzitutto il fatto che Gesù non si lascia condizionare da considerazioni e da abitudini culturali puramente umane.
Vorrei farvi notare che non è vero che – come dicono le traduzioni – Maria si sedette ai piedi di Gesù (il chè ci farebbe quasi pensare alla presenza di una sedia e al fatto che Maria si ponga a terra accanto ad essa).
Le sedie non esistevano nelle case mediorientali. Tutti sedevano a terra su tappeti e cuscini. E a essere precisi, l’evangelista dice non solo che Maria si sedette (cosa che era disdicevole per una donna), ma che addirittura si sedette accanto, vicino ai piedi di Gesù. Il testo greco è molto accurato.
Un gesto eccessivamente famigliare, al di fuori di ogni convenzione culturale anche per quanto riguarda Gesù, perché mai e poi mai un rabbino – un maestro rispettato – avrebbe potuto ammettere alle sue lezioni una donna.
Ricordiamolo questo, quando pensiamo che alcuni aspetti della vita della Chiesa (come, per fare un esempio, il fatto che il sacerdozio è riservato agli uomini) siano un retaggio di antichi condizionamenti culturali. Nient’affatto.
Oggi, come abbiamo ascoltato, Gesù è accolto da una donna; più avanti nel racconto evangelico, sarà accolto da Zaccheo, il pubblico peccatore. Non è certo la cultura umana che condiziona Gesù, ma il suo amore per l’umanità e per la sua salvezza.
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La casa di Marta e di Maria – dicevamo – rappresenta la Chiesa, chiamata ad ascoltare in intima famigliarità il suo Maestro e Signore e a servire e soccorrere ogni uomo affidato alle sue cure dal buon Samaritano.
Il racconto non vuole in realtà creare una contrapposizione tra Marta e Maria, cioè tra il servizio attivo e la preghiera, tra l’impegno concreto e la contemplazione.
Vuole piuttosto aiutarci a comprendere il senso della vita di fede, l’ordine delle priorità; ci aiuta a capire che cosa nella vita cristiana è sorgivo, fontale, generativo e che cosa invece è conseguenza, effetto, risultato.
Marta si era presentata a Gesù in modo decisamente sopra le righe: il vangelo dice che gli era quasi venuta sopra. Ricordate che Gesù stava seduto a terra e Marta invece stava in piedi.
La sua assomiglia alla lamentela del fratello maggiore del figliol prodigo, che si pone in posizione di superiorità e di giudizio.
Più che dell’aiuto di Maria, Marta sembra invidiosa dell’approvazione che il Signore dà alla sorella.
È quella mortale e ricorrente tentazione della ricerca di gratificazione. La posizione di chi vive nella Casa, di chi obbedisce alla legge, di chi si impegna un sacco, di chi traduce la sua fede nel fare mille cose… tutto in realtà per sentirsi a posto, per sentirsi – sotto sotto – in pace con se stesso, gratificato per avere operato bene.
Marta non verrà rimproverata per il suo servizio, ma per aver dimenticato che la salvezza non consiste in qualcosa che l’uomo deve fare per Dio, ma in ciò che Dio ha fatto per noi.
La salvezza dell’uomo non è morire per Dio, bensì Dio che muore per lui.
Diversamente l’osservanza della Legge resta solo una pretesa umana, che condanna il fratello e non conosce Dio: serve solo a essere “più bravo” dell’altro e “a posto” con Dio.
Quanto è sottile, fratelli e sorelle, questa tentazione! Convertire le persone religiose è la cosa più difficile!
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Ecco dunque ciò che è necessario, irrinunciabile, il punto di partenza. Accogliere l’intimità offerta da Gesù.
Stare accanto a lui, vicino, non sotto i suoi piedi. Sono i piedi del Samaritano; sono i piedi di colui che sta salendo a Gerusalemme per dare la vita; sono i piedi che, da tutti gli angoli di perdizione dei mondo, camminano verso il Padre.
Sono i piedi di colui che offre amore e perdono. Sono i piedi ben conosciuti dalla donna peccatrice (che probabilmente era Maria stessa) sui quali si riversano le sue lacrime e i suoi capelli, i suoi baci e i suoi profumi (Lc 7,3ss).
Questa dunque è la cosa necessaria. Quell’amore che non esclude il servizio, ma lo genera. Quell’ascolto che non esclude le opere, ma da loro un senso. Quella contemplazione che non esclude l’azione, ma la alimenta e la orienta.
È quella parte che non sarà tolta mai, perché in paradiso non ci saranno poveri da soccorrere o opere da compiere, ma ci sarà solo da lasciarsi amare e da vivere di questo amore.
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Ancora una considerazione, se mi consentite, forse un po’ personale. Mi perdonerete.
Se è vero che Gesù non vuole mettere in contrapposizione Marta e Maria, il servizio e l’ascolto, è però assolutamente indubbio che afferma con forza un primato, il primato indiscutibile dell’ascolto su qualsiasi altra attività nella Chiesa.
Penso che questa considerazione sia estremamente urgente per la cristianità del nostro tempo.
Sento tanto parlare di sinodalità, di partecipazione, di organizzazione ecclesiale, di processi decisionali, di chi ha o non ha autorità. Vedo molte, moltissime vocazioni a prendere la parola, a gestire, a organizzare…
Vedo molte meno vocazioni al silenzio, all’ascolto, ad accogliere interiormente la grazia di Dio.
In ogni caso, sappiate che il Vangelo di oggi dice con chiarezza che nella Chiesa è molto più importante chi ascolta, rispetto a chi parla.
Nella Chiesa, intesa come edificio, la sedia di chi parla, di chi presiede, di chi ha autorità, sta più in alto ed è in genere più comoda rispetto alle panche di chi sta in silenzio e in ascolto.
Gesù però ci insegna che l’ascolto è la posizione di vero privilegio. Il ministero nella Chiesa è servizio perché tutto nella Chiesa è orientato alla vera posizione privilegiata che è quella di chi ascolta.
Una volta il Cardinale Caffarra ricordò che le donne non erano ammesse al sacerdozio “perchè il sacerdozio è un servizio e la donna non può essere serva; nella Chiesa la donna è regina!”. Come Maria.
