Diciassettesima domenica del tempo ordinario C
Secondo una tradizione molto antica, il luogo in cui Gesù trasmise la preghiera del “Padre Nostro” era una grotta che si trovava a mezza costa sul Monte degli Ulivi.
Si trattava di un rifugio frequentato spesso da Gesù e in questo luogo, fino alla distruzione persiana, la Chiesa madre di Gerusalemme, aveva continuato a tenere le catechesi per gli adulti che si preparavano al battesimo.
La grotta, chiamata Eleona, cioè oliveto, è stata ritrovata in tempi recenti ed è attualmente inglobata nel monastero del Pater Noster, un luogo suggestivo perché sulle pareti del chiostro è riportata la Preghiera del Signore in tutte le lingue e perfino nei dialetti del mondo.
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Gesù disse ai discepoli: «Quando pregate, dite: “Padre!».
Quella di oggi ha tutta l’apparenza di una catechesi, una istruzione relativa alla formula di preghiera. Questa però è solo l’apparenza.
Ma affermare che Gesù oggi ci insegna a chiamare Dio “Padre” non è ancora la sostanza di quanto è accaduto.
Gesù non ci sta solo istruendo su come rivolgerci a Dio, fornendoci qualche formula di cortesia da usare nella nostra preghiera.
Anche ad un pappagallo si può insegnare una formula di preghiera. La voce del pappagallo però al massimo potrà far sorridere: un pappagallo potrà dire cose teologicamente ineccepibili, ma non avrà mai la forza di bucare il cielo e raggiungere il cuore di Dio.
Quello invece che accade nella grotta dell’Eleona è paragonabile a quanto accadde nella grotta del presepio o nella grotta del Sepolcro. È un prodigio. È un evento che cambia la nostra storia e trasforma la nostra identità.
Dobbiamo assolutamente partire dalla semplice e schietta constatazione che noi non siamo figli di Dio. Figli di Dio non si nasce!
Che “siamo tutti figli di Dio” è una frase che ripetiamo e sentiamo ripetere in modo purtroppo molto banale. Come se fosse una ovvietà, quando invece è qualcosa che riceviamo in modo assolutamente gratuito e immeritato, perché eccede ogni nostra possibilità.
Io non so fino a che punto noi possiamo decidere del nostro futuro; ma se c’è una cosa sicurissima è che non possiamo decidere della nostra origine! Noi – con buona pace – siamo figli di questo mondo, figli di uomini, creature mortali, fragili e peccatori.
Non credo sia passato inosservato, che ad un certo punto nel discorso, Gesù utilizza una espressione piuttosto diretta: «Se voi che siete cattivi, date cose buone ai vostri figli…». Ammettiamo pure che il Signore non vuole infierire più di tanto, ma il concetto è chiaro: noi – per natura – siamo tutt’altro che buoni. Siamo cattivi. Punto.
Gesù Cristo è l’unico in tutto l’Universo a essere realmente Figlio di Dio, come diciamo nel Simbolo niceno, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre.
Dunque Gesù, donandoci quella parola «Padre» che solo lui può pronunciare, ci ri-crea e ci ri-genera perché possiamo essere anche noi, con lui, realmente figli di Dio.
Alla scuola di Gesù, in questa intima familiarità con lui, in questa grotta dell’Eleona, noi non veniamo solamente istruiti, ammaestrati, ma veniamo trasformati nella nostra identità.
Non siamo niente, non siamo nessuno per poter dire “Padre” all’onnipotente Iddio.
Ma il Figlio unigenito di Dio fatto uomo fino alla morte di Croce, con la sua parola potente, unisce talmente la nostra vita alla sua, da accoglierci dentro la sua relazione unica ed esclusiva di Figlio di Dio con il Padre.
Non senza motivo, la liturgia della Chiesa ama introdurre la preghiera del Signore con il verbo dell’audacia: noi non «diciamo» Padre Nostro, ma «osiamo dire» Padre Nostro.
Personalmente, in questo punto della Messa, utilizzo sempre la prima formula prevista dal messale, che risale a San Gregorio Magno: «Obbedienti alla parola del Signore e formati al suo divino insegnamento…».
L’ho studiata molto e ho scoperto che queste parole non furono pensate come una esortazione rivolta al popolo, cioè un’invito ad unirsi nella preghiera.
Quelle parole sono in realtà rivolte a Dio, quasi per mettere le mani avanti, rispetto alla enormità di quello che stiamo per dire…
Se “osiamo dire” questa parola “Padre”, lo facciamo solo in obbedienza alla parola del Salvatore e “formati”, cioè tras-formarti, ri-formati, ri-generati, ri-plasmati nella nostra stessa identità dal suo divino insegnamento.
Noi “osiamo dire: Padre” proprio per il dono immenso che Cristo ci ha reso possibile mediante la sua parola e il suo Spirito.
Se vogliamo, noi possiamo rivolgere al cielo le parole più belle e poetiche. Possiamo rivolgerci a Dio come i discepoli dell’Islam con 99 nomi meravigliosi.
Ma senza la parola di Gesù Cristo, l’unico figlio di Dio e figlio dell’uomo, queste parole restano un soffio che si disperde.
Avete notato che in questo discorso all’Eleona Gesù parla di amici, di bisogno, di pane… parla di notte, di viaggio, di bambini, di essere a letto, di alzarsi, di invadenza, di pesce, serpi, uova e scorpioni… Insomma, c’è dentro la vita, la concreta e povera semplicità di quello che siamo.
È a partire da qui, dalla vita concreta, che Gesù ci offre il dono della preghiera, che – a questo punto lo abbiamo capito – è un dono soprannaturale.
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Torniamo al versetto conclusivo, che abbiamo giù citato: «Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo domandano».
Ecco. L’uomo al massimo può dare“cose buone”… Dio dona invece “lo Spirito Santo”; «che vuol dire: il dono di Dio è Dio stesso.
La “cosa buona” che Egli ci dona è Lui stesso» (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret): il respiro di Dio, la sua forza, la sua vita immortale, il suo amore travolgente, la perfezione, la guarigione, la luce, l’intelligenza, la comunione, l’unità, il suo abbraccio, la consolazione, la sua intimità.
Un grande e geniale maestro dell’autentica preghiera cristiana è San Benedetto che ha condensato nella sua regola uno degli insegnamenti più preziosi e meno scontati: «mens nostra concordet voci nostræ», il nostro spirito concordi con la nostra voce.
Noi siamo portati a credere al contrario: noi vorremmo tanto trovare le parole che possano al meglio esprimere le nostre intenzioni, i nostri desideri più profondi. È proprio quello che in genere che noi banalmente definiamo “preghiera autentica”.
Benedetto però suggerisce l’esatto contrario: non le parole concordino con il cuore, ma sia il cuore a concordare con le parole!
La preghiera non è un movimento a tirare fuori, ma a portare dentro, a nutrirsi. La preghiera autentica, secondo Cristo è avere sulle labbra la sua parola e portarla alla profondità del cuore.
Nel suo libro su Gesù di Nazaret, papa Benedetto riferisce il curioso insegnamento di un maestro spirituale dell’oriente cristiano.
Questo padre spirituale insegnava a recitare la preghiera del Signore al contrario, partendo dall’ultima parola (cioè “male”) alla prima, in modo da arrivare a concludere con le parole iniziali: “Nostro Padre”.
Spiegava che in questo modo si ripercorre il cammino pasquale: «Si inizia nel deserto con la tentazione, si ritorna in Egitto, si ripercorre poi la via dell’esodo con le stazioni del perdono e della manna di Dio e si giunge grazie alla volontà di Dio nella terra promessa, il regno di Dio, dove Egli ci comunica il mistero del suo Nome: “nostro Padre”». (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret – Dal Battesimo alla Trasfigurazione).
“Il cristianesimo – sono ancora parole di Benedetto XVI – non è soltanto una «buona notizia» – una comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti. Il messaggio cristiano non è solo «informativo», ma «performativo».
Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita”. (Enciclica Spe salvi 2).
Oggi dunque Gesù non solo ci dona una formula di preghiera. Continua a offrirci la via di una trasformazione radicale della nostra identità
E proprio perché questo accada, il Signore continua la sua salita verso Gerusalemme: deve scendere alla terza grotta, quella del Sepolcro, per fare di noi da uomini cattivi, dei figli di Dio.
