da qui all’eternità

Prima di entrare nella riflessione sulle letture di questa domenica, permettetemi di rendere grazie al Signore per le giornate che ho vissuto in questa settimana accanto ai giovani della nostra diocesi che si sono riuniti a Roma per il Giubileo.

Avendo una certa età, mi viene inevitabile il confronto con i Giovani di Tor Vergata 2000, 25 anni fa, quando san Giovanni Paolo II ci definì “sua gloria e sua corona”; quei giovani che ricevettero la missione di essere “sentinelle del mattino”, costruttori di speranza all’inizio del millennio.

Devo dire che alcune differenze le ho rilevate: anzitutto il numero. Quelli di oggi sono i giovani della crisi demografica. Sono pochi; spesso isolati anche se iperconnessi. Sono pochi non perché indifferenti alla fede, ma perché la generazione precedente non ha scommesso sulla vita, si è accartocciata sulle sue paure e le sue precarietà.

Ma quello che mi ha toccato il cuore è che finché ne ho avuto la possibilità ho parlato molto con loro, anche nel sacramento della riconciliazione, e mi ha colpito il fatto che sono capaci di verbalizzare quello che stanno vivendo; pensano a quello che viene loro proposto e guardano alle cose non tanto nell’illusione delle emozioni, ma nel realismo della speranza.

Aiutiamo i nostri giovani credenti a non sentirsi soli! Non avremo più i grandi numeri, non perché i giovani non si interessano più alla fede, ma perché i giovani stessi sono una specie rara.

Gli slogan sono belli ma non bastano più. Bisogna imparare, forse anche da loro, a dire la fede, a verbalizzare la speranza, per essere testimoni dell’incontro con Cristo.

***

In ogni Messa noi proclamiamo, celebriamo e riviviamo la passione, la morte e la risurrezione di Cristo. 

Questo è il centro della nostra fede, e ci riuniamo spesso – tutte le domeniche e anche di più – perché il Crocifisso risorto diventi davvero il punto focale della nostra esistenza. 

Spesso ci rivolgiamo al Signore Gesù chiamandolo con il titolo di “Salvatore”, anche se bisogna dire che molto spesso viviamo con le radici così ben piantate in questo mondo, che non capiamo bene da che esattamente dobbiamo essere salvati.

La salvezza è “il dono” di Cristo risorto: un dono integrale, che investe la nostra intera esistenza. 

La salvezza riguarda certamente l’aldilà, cioè il destino eterno della nostra vita; ma riguarda anche – e tanto – l’aldiquà, la consistenza del nostro esistere, il senso e il perché della cose che viviamo o anche subiamo e sopportiamo; il fine che ci anima a camminare, a crescere, a cercare.

Forse dovremmo proprio superare queste due parole, ‘aldilà’ e ‘aldiquà’, che rischiano di dividere ciò che invece in Cristo è già unito: il dono della salvezza in Cristo morto e risorto è anche la possibilità che ci è data di vedere la nostra vita come un tutto unificato, da adesso a sempre.

Se Cristo è risorto, tutti quelli che gli appartengono sono già risorti, sono già ora destinati alla pienezza della vita.

Molti di noi giovani stempiati subimmo il fascino del film “L’attimo fuggente”, dove al di là della commovente storia raccontata, restò impresso nella memoria di tutti quel titolo che attualizzava il celebre “carpe diem” di Orazio, “cogli l’attimo”.

A me quel pensiero così antico e, apparentemente così saggio, ha messo una grande tristezza, perché si capisce bene che non era un invito a valorizzare i momenti che si stanno vivendo e a coglierli nel loro valore. Era piuttosto la triste posizione di chi pensa che l’orizzonte, il futuro, l’eternità sia tanto incerta e nebulosa da non poter fare altro che aggrapparsi al momento, all’attimo; era l’invito a spremere il presente per tutto quello che ti può dare.

Le parole divine che abbiamo ascoltato in questa domenica ci aiutano a scrollarci di dosso il cupo e amaro pensiero dell’attimo fuggente.

Abbiamo ascoltato in Paolo l’invito a fare di Cristo Risorto il vero punto di vista attraverso il quale giudicare il valore e la consistenza delle cose.

«Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra».

Il Signore Gesù è passato attraverso il vaglio della passione e della morte ed è entrato nella pienezza della vita. 

Lo possiamo chiamare giustamente il “Salvatore” perché prima di tutto in lui, nella sua persona e nell’intera sua esistenza, possiamo vedere e già ora riconoscere quello che, di ogni uomo e di ogni vita, si perde o si salva.

Nel mondo, destinato a passare, sono rimasti l’odio, l’avidità, le ingiustizie, i cattivi desideri, il male che hanno condannato a morte il Signore. Nella gloria della sua risurrezione risplende invece l’eternità dell’amore, della verità, del perdono, di una vita interamente donata.

Ecco il vero motivo per cui lo chiamiamo “il Salvatore”: perché l’intero mistero di Cristo, dalla sua incarnazione alla sua passione fino alla gloria, ci consente di guardare alla nostra vita nel suo vasto orizzonte; non nell’attimo fuggente, ma “da qui all’eternità”; e perché in lui possiamo comprendere già adesso la consistenza definitiva delle cose: ciò che già adesso vale e quindi resta per sempre da ciò che marcisce; e ciò che a mala pena può essere chiamato “bene”, solo per un attimo fuggente e ciò che invece è bene per sempre.

* * *

Nella pagina evangelica, è affrontato il tema della gestione del denaro e dei beni materiali.

Sono rimasto colpito dalla riflessione di un vescovo emerito, che ho letto qualche giorno fa, che parlava dello stipendio come di qualcosa che ha un sapore perfino eucaristico: «frutto della terra e del lavoro dell’uomo».

Il denaro di per se stesso non è affatto un male. Tutt’altro. 

Nella Messa di domenica scorsa, abbiamo recitato una preghiera molto antica e molto illuminante: 

«O Dio, (…) senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni».

Notate che la Chiesa in questa sua preghiera non contrappone la vita materiale e la vita eterna: entrambi sono contrassegnate dalla idea di bene.

La Chiesa chiama “beni” sia le cose che passano, che quelle che restano per sempre. Le cose materiali dunque non sono un male da respingere. 

Sono beni, da usare con intelligenza, proprio perché passano, ma se conquistano il cuore, il nostro cuore passa con loro.

Nella parabola dell’uomo ricco nel Vangelo non c’è neanche un cenno di condanna al fatto che quell’uomo fosse ricco e non si dice affatto che avesse guadagnato in modo disonesto o fraudolento. 

Il vero problema di quell’uomo stava tutto nell’incapacità di vedere oltre, ma tutto il suo impegno e la sua fatica erano per il “qui e adesso”, per l’attimo fuggente, appunto.

È significativa la parola con la quale Gesù qualifica questo atteggiamento: πλεονεξία. È tradotta con “cupidigia”, ma meriterebbe forse più attenzione.

πλεονεξία deriva da πλείων che significa “di più”. Se mi permettete un neologismo la πλεονεξία è il “dipiusmo”, quella smania di volere sempre di più, essere talmente aggrappato all’attimo, da spremerlo come se non ci fosse un domani.

Quanta solitudine e quanta tristezza, quanto inferno c’era già non tanto nel destino di quell’uomo, ma nel suo presente, nel suo oggi.

Ecco perché l’Apostolo Paolo dice che la πλεονεξία è idolatria, perché è una trappola che imprigiona il cuore, pretende dedizione, tempo, sottomissione, adorazione, zelo, impegno… in una parola prende il posto che solo a Dio spetta.

Come diceva San Cipriano: «Qualunque cosa tu preferisci a Dio diventa Dio per te».

«Arricchire presso Dio», esorta Gesù e riecheggia in Paolo: «Cercate le cose di lassù»; che non vuol dire estraniarsi dalla realtà.

Sapete che nella istituzione del giubileo ebraico, le proprietà che erano state alienate dovevano essere restituite al proprietario iniziale e così il valore di un bene si doveva valutare in rapporto agli anni che mancavano fino al prossimo Giubileo.

Ecco il nostro vero Giubileo è Gesù Cristo e noi siamo chiamati a riconoscere il valore di ogni singola cosa alla luce della risurrezione di Cristo: in lui capire ciò che è guadagno e ciò che è perdita; amare Dio con tutto il nostro essere, e amare il prossimo come lo ha amato Gesù, cioè nel servizio e nel dono di sé. 

La cupidigia dei beni, il dipiusmo, è come le bibite gassate: non dissetano e anzi lasciano ancora più sete!

Chiediamoci: ciò che oggi inseguo… resterà? Oppure passerà con l’attimo fuggente? ‘Arricchire presso Dio’ significa scegliere ciò che vale per sempre

Lascia un commento