il tesoro del cuore

Di fronte al vangelo che abbiamo appena ascoltato siamo indotti a chiederci oggi, in modo molto realistico, quale attività, quale interesse, quale pensiero occupa maggiormente il nostro tempo e assorbe le nostre energie. 

“Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”, dice il Signore.

È un criterio limpido, diretto.
Ci dice dove davvero riponiamo la nostra fiducia, la nostra sicurezza, il senso della nostra vita.

E a volte — lo sappiamo — questo esame di coscienza può essere anche doloroso…
perché smaschera i nostri rifugi illusori, le priorità che ci costruiamo da soli… e che alla fine ci rubano il cuore, il tempo, la vita.

Come abbiamo avuto modo di riflettere anche domenica scorsa, il Signore non ci sta ponendo di fronte all’alternativa tra i beni terreni e i beni spirituali.

Piuttosto ci aiuta a smascherare quel meccanismo perverso per cui borse e borsellini di questo mondo rivelano spesso quali sono in fondo le nostre paure e quelli che noi consideriamo i nostri beni-rifugio.

Ancora una volta, Gesù ci invita a fare un respiro profondo, ad andare realmente dentro alle cose, a non rimanere schiacciati e schiavizzati dal momento contingente che viviamo: perché noi siamo fatti per il cielo, perché la vita non va mai valutata solo nell’attimo che stiamo vivendo, ma nella prospettiva di quella pienezza nella quale Cristo ci conduce.

L’uomo vale assai più dei beni materiali e del potere.

È stoltezza far dipendere il proprio valore e la propria salvezza dalla ricchezza accumulata.

Il Catechismo italiano degli adulti (La verità vi farà liberi) sintetizza con una bella pagina il tema rapporto con i beni materiali:

«Lavoro e ricchezza, pur essendo certamente dei beni, non danno senso alla vita. Sono essi piuttosto a ricevere senso dalla comunione con Dio e con i fratelli. 

«Il cristiano si guarda dalla bramosia del possesso, da «quella avarizia insaziabile che è idolatria» (Col 3,5); lavora in pace, vive con sobrietà. 

«Chi eccelle solo per l’entità di guadagni o dei consumi non costituisce per lui un modello; gli appare carente di umanità e schiavo delle cose, posseduto dalle ricchezze più che capace di possederle.

«Il cristiano, al contrario, assume come ideale il povero delle beatitudini evangeliche: più bisognoso di Dio e degli altri che delle cose, mite e alieno da aggressività e concorrenza sleale, puro di cuore e capace di ammirare la bellezza, godere l’amicizia e accogliere la parola che salva. 

«Egli modera l’istinto di possesso; educa i suoi desideri; rifiuta l’attivismo esasperato, lo spreco consumista, lo sfruttamento degli altri; gli fa orrore la pratica dell’usura, che procura sofferenze gravissime alle famiglie e umilia la dignità e i diritti delle persone».

È molto illuminante quell’accenno che troviamo nelle parole di Gesù a quella speciale tenuta che dovrebbe essere la vera divisa del cristiano: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese».

Il richiamo di Gesù ci porta evidentemente alle prescrizioni che Mosè lasciò all’antico Israele per la celebrazione della cena pasquale: «con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano» (Es 12,11).

Così si doveva mangiare l’Agnello sacrificato, perché si celebrava la Pasqua nella prospettiva della liberazione, della terra promessa, della salvezza da ogni dipendenza e schiavitù.

Gesù ci invita a orientare ogni cosa che viviamo in questa terra nella prospettiva pasquale, la prospettiva dolce e luminosa della salvezza eterna.

Noi non stiamo aspettando la fine. Anzi, siamo stati liberati dall’incubo della fine. La fine non è e non deve essere la nostra paura. 

Perché è proprio dalla paura della fine che nascono tutte le smanie di possesso e le tutte peggiori dipendenze possibili.

Non viviamo in attesa della fine, ma di ciò che soprattutto si rivela a noi come il fine, lo scopo, il senso, il tesoro della nostra vita.

Qualcuno ha detto che i santi sono ciascuno la realizzazione concreta di una pagina del vangelo e in questi giorni nel cuore dell’estate ci lasciamo illuminare dall’esempio di grandi campioni della fede: 

  • San Domenico, che nulla antepose al Vangelo e ai poveri.
  • San Gaetano, che visse affidandosi serenamente alla Provvidenza di Dio.
  • San Giovanni Maria Vianney, che insegnò ad amare Dio con cuore semplice.
  • Santa Teresa Benedetta della Croce, che in Cristo trovò la ricchezza per cui valeva la pena perdere tutto.
  • San Lorenzo, che distribuì ai poveri i “tesori” della Chiesa.
  • Santa Chiara d’Assisi, che nella povertà scoprì il suo vero bene.
  • San Massimiliano Kolbe, che nell’orrore del campo di concentramento fece risplendere l’amore

Sono testimoni che ci dicono: il tesoro vero è Cristo.

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno». 

Non ci turbi mai il pensiero della fine, perché la morte non toglie la vita: la trasforma, rivelando ciò che vale realmente e resta per sempre.

Lascia un commento