agonismo e agonia

Il vangelo di questa domenica contiene una domanda piuttosto intrigante: «Sono pochi, Signore, quelli che si salvano?».

Ma prima di arrivarci, mi sembra sia molto utile mettere in evidenza le coordinate del racconto così come esposte dall’evangelista.

Si dice infatti che Gesù “era in viaggio verso Gerusalemme” e che in questo itinerario passava per città e villaggi insegnando.

Sappiamo bene che cosa significa questa allusione a Gerusalemme, alla meta definitiva del viaggio di Gesù. Il Signore aveva di fatto già iniziato la sua Via Crucis. Era incamminato verso la dolorosa passione che avrebbe affrontato per la nostra salvezza e passo dopo passo andava caricandosi delle nostre bassezze, del nostro peccato, della nostra incredulità. 

L’altro elemento sembra in contraddizione con la determinazione che spinge Gesù verso Gerusalemme; quel zigzagare tra città e villaggi nei quali sostare per insegnare il disegno di Dio. 

È una contraddizione solo apparente, in realtà, perché entrambi gli elementi manifestano la precisa volontà del Signore di raggiungere tutti gli uomini con la grazia e l’energia che viene a noi dal dono pasquale della sua vita. 

«Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati», frase citatissima dell’apostolo Paolo, di cui non bisogna omettere la seconda parte: «e giungano alla conoscenza della verità».  

L’amore di Dio e il suo desiderio di salvare l’umanità consiste concretamente nella possibilità che ci è data di conoscerlo e di amarlo, per diventare simili a lui nell’amore.  

Questo meraviglioso scenario fa emergere la piccineria della richiesta di un interlocutore che resta volutamente anonimo, perché in realtà vuole rappresentare tutti noi. 

«Sono pochi, Signore, quelli che si salvano?». 

Il modo con cui la domanda è formulata rivela una forte dose di presunzione da parte di chi la pone: sembra che sia assolutamente convinto di essere al sicuro nel piccolo numero degli eletti; uno dei pochi a conoscere nel dettaglio i precetti e le norme da osservare per conquistare il premio, mentre la maggior parte degli altri misconoscono, inciampano e cadono. 

Possiamo riconoscere che questa è la tipica mentalità di scribi e farisei, gente sicuramente in gamba, molto impegnata nell’osservanza delle regole e prescrizioni, ma impregnata di quella presunzione che faceva loro credere di poter conquistare la benedizione di Dio come fosse un atto dovuto per la loro buona volontà. 

Oggi come oggi, forse, la stessa domanda potrebbe essere formulata in un modo diverso, apparentemente contrario a quello del vangelo, ma identico nella mentalità sottesa.

Forse se il Signore oggi ci passasse accanto, si sentirebbe piuttosto dire: “Tu devi salvare tutti, non è vero, Signore? Non puoi mica permettere che esista un inferno! Come sarebbe conciliabile una condanna eterna con il tuo amore incondizionato? Tu non puoi! Perché altrimenti non potremmo considerarti più Dio e tanto meno potremmo credere al tuo amore». 

Perchè noi amiamo confrontarci molto con l’andazzo piuttosto mediocre del mondo. 

Ci consola, ci fa sentire nella media, visto che “fan tutti così” – diciamo – e questo basta a metterci il cuore in pace. 

Dicevo che sembra una attitudine opposta a quella del fariseo, ma in realtà è identica, perché entrambi le mentalità prendono come misura dell’amore la meschinità dell’uomo: guardano all’uomo e non guardano a Dio che solo è sorgente dell’amore e della salvezza. 

Perchè di fatto la conclusione di entrambi potrebbe essere: “In fondo la mia vita va bene così, posso stare tranquillo e continuare a vivere come vivevo”. 

Ma accogliamo con disponibilità del cuore la risposta di Gesù. «Sforzatevi di entrare per la porta stretta», dice il Signore. 

«Sforzatevi», letteralmente “lottate”: è importante riflettere un poco su questo comando del Signore, perché anche altri monoteismi predicano lo “sforzo”, la “lotta”, l’impegno tenace e determinato per raggiungere un obiettivo. 

Senza scendere in considerazioni troppo tecniche, vorrei leggervi quel comando di Gesù (“sforzatevi”), esattamente come risuona nel testo originale: «Ἀγωνίζεσθε».

È il verbo da cui provengono le parole “agonismo”, ma anche “agonia”, cioè proprio quello che il Signore andrà a vivere nel Getsemani e sul Calvario, cioè la lotta decisiva per donare al mondo la salvezza. 

Ecco cos’è la porta stretta di cui parla Gesù: “non pensare di farcela con le tue forze, ma riconosci il tuo bisogno, riconosci il peccato che è in te, riconosci che è per te che ho combattuto fino a donare me stesso nella passione e nella croce”. 

Lo sforzo che ci è chiesto, quindi non è lo sforzo presuntuoso dell’orgoglio, come se la salvezza fosse una conquista personale, ma di riconoscere che siamo perduti senza di Lui, di arrenderci al suo amore che ci salva attraverso la croce. È un “sforzo di comunione”: entrare nella sua agonia, lasciarci guarire dal suo sangue, salire con Lui a Gerusalemme.

Pensiamo a cosa può voler dire oggi “porta stretta” concretamente per molti di noi:

– per una mamma o un papà che, dopo una giornata stancante, trova ancora energie per ascoltare i figli;

– per chi deve perdonare un torto subito invece di covare rancore;

– per un giovane che sceglie la verità e la fedeltà, anche se “tutti fanno diversamente”;

– per chi riceve una brutta sentenza sulla sua salute o di quella di un amico o di un congiunto;

– per chi resiste alla tentazione di chiudersi nel proprio benessere e apre la porta a chi ha bisogno.

La porta stretta non è un ostacolo, è una via che purifica: come dice san Giovanni Crisostomo, «La porta è stretta non perché Dio escluda, ma perché non sopporta il bagaglio del peccato e della superbia» (Hom. in Matth. 7,14).

Penso a san Francesco che all’inizio seguì il grande ideale di conquistare il premio, proprio come un cavaliere, lottando contro le tentazioni e osservando con scrupolo il vangelo come fosse un insieme di regole e di precetti e alla fine scoprì che la vera vittoria era lasciarsi amare dal Crocifisso, fino a portare su di sé i suoi segni. 

Lo “sforzo” che ci è chiesto non è quello di “guadagnarci” il paradiso, ma di non scappare dall’amore che salva. 

È scegliere ogni giorno la fedeltà, il perdono, la verità; in una parola è scegliere Cristo crocifisso anche quando costa. È lui la porta stretta, ma è soprattutto la porta che conduce alla vita.

Lascia un commento