l’umiltà è intelligenza del limite

Raramente il Signore si è negato il piacere di una tavola imbandita: i Vangeli ce lo mostrano spesso seduto a pranzi e banchetti. Anzi, molti dei suoi insegnamenti più preziosi ci sono stati donati proprio davanti a una tavola.

Colpisce il fatto che, nonostante i frequenti scontri verbali con i farisei, Gesù non disdegni la loro compagnia a tavola. 

Non solo. Con grande scandalo dei benpensanti, Gesù onora sereno anche  gli inviti di pubblicani e peccatori.

Insomma questo giovane rabbì di Galilea non si preoccupa soltanto di sfamare i poveri, moltiplicando pani e pesci, ma accetta anche l’ospitalità dei ricchi e dei potenti. 

Perché sì: c’è una speranza per tutti! Non ci sono santi senza un passato e non ci sono peccatori senza un futuro.

Il Vangelo di oggi ci offre anzitutto un piccolo insegnamento di buon gusto e di prudenza umana: se vuoi evitare una brutta figura, non correre a sederti ai primi posti. Resta un po’ indietro: saranno gli altri a farti avanzare. 

Non male come consiglio.

Ma non possiamo ridurre il vangelo ad un semplice corso di galateo. 

Dobbiamo invece notare che l’evangelista dice esplicitamente che le parole di Gesù sulla scelta dei posti ad un banchetto sono una parabola.

Chi legge i vangeli sa bene che le parabole non parlano solo di buone maniere: ogni parabola illumina anzitutto il nostro rapporto con Dio.

Una luce provvidenziale ci viene dalla seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei. 

L’autore ci ricorda le esperienze religiose dell’antico Israele: il Sinai, il fuoco ardente, la tempesta, le tenebre, le parole sconvolgenti che incutevano timore. Tutto allora parlava della infinita distanza tra l’uomo e Dio.

Ma noi, – dice l’autore sacro – noi che abbiamo ricevuto in dono la nuova alleanza, non ci avviciniamo a segni misteriosi e tremendi.

Ci accostiamo invece a una moltitudine immensa – invisibile ma reale – di credenti di ogni tempo, ma soprattutto ci avviciniamo a Gesù, il mediatore dell’alleanza nuova. 

Proprio Lui, il rabbì dei banchetti, che a tavola ha scelto di rivelare la misericordia del Padre e che addirittura vorrà consegnarci il segno presente ed efficace del suo amore nella forma di un cibo, di un banchetto: l’Eucaristia.

Tornando al Vangelo, a questa parabola che illumina il nostro rapporto con Dio, ci troviamo davanti ad una questione decisiva: qual è il mio posto davanti al Signore?

Quello che corre ai primi posti è colui che considera tutto come un diritto, che vede ogni beneficio di Dio semplicemente come un atto dovuto, perché lui “se lo è meritato”. 


Quello invece che sceglie l’ultimo posto, riconosce che il solo fatto di essere stato invitato è già in sé stesso un dono immenso. Questi non pretende altro se non la gioia di partecipare al banchetto.

L’ultimo posto è proprio quello che Gesù ha scelto venendo in mezzo a noi: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” dirà nell’ultima cena, poco prima della Passione.

Pochi giorni fa abbiamo celebrato sant’Agostino, uno dei più grandi intellettuali della storia cristiana. 

Da giovane fu orgoglioso della sua intelligenza, dei suoi studi e della sua incredibile capacità di convincere gli altri su qualsiasi argomento con la forza della sua parlantina.

Sarà invece solo in un travolgente incontro con Cristo che Agostino imparò l’umiltà.

Un suo antico amico, Dioscoro, compagno di studi e di ambizioni gli scrisse dicendogli che ricercava sempre il segreto per risultare brillante e convincente. 

Agostino gli rispose: «Vorrei che non ti aprissi altra via che quella che ci ha aperto Cristo il quale, essendo Dio, ha visto la fragilità di quello che siamo. Dunque la prima via è l’umiltà, la seconda è l’umiltà e la terza è ancora l’umiltà: e se tornerai ancora a interrogarmi, ti risponderei sempre così!». (Ep 118)

Spesso però si pensa che l’umiltà sia la virtù di chi si abbassa, di chi si umilia appunto, ma non è affatto così.

L’umiltà non è abbassarsi. Umiltà invece è essere talmente intelligenti da sapere sempre quello che veramente valiamo: e cioè non molto davanti agli uomini e proprio niente davanti a Dio. 

Umiltà è comportarsi di conseguenza, evitando ogni auto-esaltazione, ogni ostentazione, ogni prepotenza, ogni affermazione arrogante dei nostri diritti (che davanti a Dio sono del tutto inesistenti). 

Noi non abbiamo bisogno di “farci” piccoli: noi “siamo” piccoli, siamo precari in questa esistenza, siamo peccatori sempre bisognosi di perdono e di grazia.

Umiltà è quella di un bambino che chiede aiuto per allacciarsi le scarpe. Sa di essere piccolo e di non bastare a se stesso e di potersi fidare. 

Umiltà è quella di un giovane che non teme di fare domande a un professore, a un educatore, a un prete perché sa di non sapere tutto e ed è così maturo da saper chiedere aiuto. 

Umiltà è quella del cristiano che si inginocchia davanti ai segni della presenza di Dio: non perché Dio ami la nostra mortificazione, ma perché noi conosciamo la nostra fragilità e il nostro profondo bisogno di lui. 

Umiltà è riconoscere con buona pace di avere sbagliato, il che non ci toglie la dignità ma ce la fa crescere. 

Umiltà è di chi sa di non poter fare tutto da solo, ma ha bisogno dei fratelli, della Chiesa per camminare nella fede.

Viviamo in un tempo in cui si parla spesso di “umanesimo” e perfino di “nuovo umanesimo”. 

Se questo significa riconoscere la grandezza dell’uomo creato e redento da Dio, è un bene. Ma incombe sempre il rischio di pensare che al centro di tutto ci sta non l’uomo come Dio lo ha pensato, bensì l’individuo con i egoismi, i suoi desideri e capricci, incapace di accettare limiti e disposto a superarli con qualsiasi mezzo.

Il centro della scena non appartiene all’uomo: appartiene a Dio, alla verità, all’amore, alla giustizia e alla misericordia. Il vero umanesimo dunque è quello che riconosce la grandezza dell’uomo a partire dalla centralità di Dio. L’uomo è grande perché è amato e voluto da Dio.

Oggi si parla spesso in politica di “ascensore sociale”, ed è un desiderio giusto: una società più giusta, in cui anche chi parte svantaggiato possa avere la possibilità di crescere.


Il Vangelo però ci parla di un “ascensore spirituale”: Gesù, con la sua Passione e il suo Sangue, è sceso fino all’ultimo posto per venirci a cercare. 

Ci prende per mano e ci porta avanti, ci innalza oltre ogni aspettativa, perché siamo chiamati a diventare figli del Re dell’universo.

Fratelli e sorelle, non temiamo l’ultimo posto: lì troviamo Gesù che ci serve e ci ama. Con Lui saremo innalzati alla gioia del banchetto eterno.

“Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam!” 

Non a noi, o Signore, non a noi, ma al tuo nome da’ gloria. (Sal 113b)

Lascia un commento