doveri che sono possibilità

Una folla numerosa andava con Lui“. 

Perché lo facevano? Che cosa si aspettavano? Avevano tutti le idee chiare su Gesù? Da quali motivi erano spinti a cercarlo? 

Questi interrogativi riguardano anche noi, oggi, perché in quanto “cristiani”, anche noi stiamo “andando con lui”, come dice il vangelo di oggi.

Impressiona però, a prima vista, che Gesù tenda più a scoraggiare che a invogliare la gente a seguirlo.

In realtà, da sapiente Maestro, Gesù non vuole che le persone si leghino a Lui sull’onda di un entusiasmo superficiale, ma facili poi a stancarsi e quindi a defilarsi e a “piantarlo”.

È forse una delle tentazioni più tipiche del nostro tempo, così sovraesposto sul piano delle emozioni, quella di scambiare anche la fede per un sentimento: come quando abbiamo vissuto un’esperienza spirituale particolarmente forte, o quando abbiamo incontrato una personalità religiosa che ci ha toccato, o quando ci siamo sentiti parte di qualcosa di grande e di bello…

Ma poi arriva settembre, finisce il tempo delle facili emozioni estive e si ritorna ad una quotidianità poco esaltante.

Guai a noi se scambiamo la fede con un sentimento: la fede è anzitutto una via di conoscenza, è la possibilità donata per grazia, di conoscere chi è Cristo e chi sono io per lui.

Siamo così tanto propensi a scambiare la fede per un sentimento, che a volte ci convinciamo perfino di non avere fede se non “sentiamo” qualcosa, se semplicemente stiamo tirando avanti la carretta, o – meglio – se stiamo, così poco poeticamente, portando la croce di ogni giorno.

Per questo, con estrema chiarezza Gesù rivela le condizioni irrinunciabili per diventare suoi discepoli. 

Nelle parole di Gesù c’è una sequenza martellante che fa impressione:
– amare Lui più di ogni altra persona e più della stessa vita;
– portare la propria croce e andare dietro a Lui;
– rinunciare a tutti i propri averi.

Insomma Gesù chiede un amore che non regge confronti. 

Certo, il Signore Gesù non ci proibisce di nutrire affetto per coloro che il sangue o l’amicizia o le circostanze della vita ci hanno collocato vicino; non ci proibisce di contrarre dei forti legami, che sono fonte insieme di grande dolcezza e di grande sofferenza, perché chi più ama più è chiamato a soffrire. 

Gesù non ci proibisce di amare, ma vuole che l’amore per lui la fonte e il senso di tutto, sia il più grande, il più tenace, il più appassionato: amarlo anche più della propria stessa vita. 

Potrebbe capitare un caso di conflitto tra la fedeltà a Gesù e l’affetto, sia pur legittimo, per altre persone. Allora deve prevalere Lui, deve essere preferita la sua volontà.

Vale a dire: tutto quello che faccio per gli altri deve trovare in Gesù il suo senso, deve essere motivato dal rapporto con Lui.

Per essere cristiani non basta che nella nostra esistenza ci sia anche Gesù. Non basta nemmeno che Gesù sia il “primo”: Lui vuole essere il nostro tutto.

Le due parabole (l’uomo che calcola la spesa prima di costruire una torre, il re che conta i suoi soldati prima della battaglia) mostrano la necessità di riflettere prima di un’impresa importante. 

Perché appunto la fede non è emozione, ma progetto di vita.

Permettetemi di citare un recente discorso di papa Leone ad un gruppo di politici cattolici francesi: “La salvezza che Gesù ha ottenuto con la sua morte e la sua resurrezione racchiude tutte le dimensioni della vita umana, quali la cultura, l’economia e il lavoro, la famiglia e il matrimonio, il rispetto della dignità umana e della vita, la salute, passando per la comunicazione, l’educazione e la politica. Il cristianesimo non si può ridurre a una semplice devozione privata, perché implica un modo di vivere in società improntato all’amore di Dio e del prossimo che, in Cristo, non è più un nemico ma un fratello”.

“Sono ben consapevole che l’impegno apertamente cristiano di un responsabile pubblico non è facile, in particolare in certe società occidentali in cui Cristo e la sua Chiesa sono emarginati, spesso ignorati, a volte ridicolizzati. Non ignoro neppure le pressioni, le direttive di partito, le «colonizzazioni ideologiche» a cui gli uomini politici sono sottoposti. Devono avere coraggio: il coraggio di dire a volte «no, non posso!», quando è in gioco la verità”. (28 agosto 2025)

Questo può voler dire, per fare degli esempi, non vergognarsi di professarci cristiani, anche quando gli altri prendono in giro o ridicolizzano la fede; o vivere gli affetti e l’amore non come consumo, ma con rispetto per sé e per l’altro, credendo nella fedeltà e nella dignità dell’altra persona; mettere l’Eucaristia domenicale sopra le uscite, lo sport o gli interessi.

Sì, Gesù chiede, ma soprattutto dona! Ho usato spesso in questa predica il verbo “dovere”. Ma quello che ha tutta l’apparenza di un “dovere” è in realtà una possibilità meravigliosa che Gesù ci dona: vivere liberi dall’egoismo, amare senza riserve, scoprire che la vera vita non è accumulare, ma donarsi. 

Seguendo Cristo, ogni rinuncia diventa guadagno, ogni croce diventa incontro con Dio, ogni scelta coraggiosa diventa gioia.

Ce lo ricordano oggi in modo commovente due giovani che proprio oggi sono stati canonizzati da papa Leone: san Pier Giorgio Frassati e san Carlo Acutis.

«La vita di Pier Giorgio – ha detto il papa – rappresenta una luce per la spiritualità laicale. Per lui la fede non è stata una devozione privata: spinto dalla forza del Vangelo e dall’appartenenza alle associazioni ecclesiali, si è impegnato generosamente nella società, ha dato il suo contributo alla vita politica, si è speso con ardore al servizio dei poveri.

Carlo, da parte sua, ha incontrato Gesù in famiglia, grazie ai suoi genitori, e poi a scuola, anche lui, e soprattutto nei Sacramenti, celebrati nella comunità parrocchiale. È cresciuto, così, integrando naturalmente nelle sue giornate di bambino e di ragazzo preghiera, sport, studio e carità»

«I santi Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis – ha detto il papa – sono un invito rivolto a tutti noi, soprattutto ai giovani, a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l’alto e a farne un capolavoro. Ci incoraggiano con le loro parole: “Non io, ma Dio”, diceva Carlo. E Pier Giorgio: “Se avrai Dio per centro di ogni tua azione, allora arriverai fino alla fine”. Questa è la formula semplice, ma vincente, della loro santità».

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