la buona notizia che esiste l’inferno

«O Dio tu riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono». 

Così abbiamo pregato all’inizio della messa. Mentre meditiamo sulla pagina evangelica di oggi è bene che teniamo in mente questa affermazione. 

Spesso abbiamo in testa l’idea che l’onnipotenza coincida con il superpotere di fare sempre e solo quello che si vuole: questa però è solo una caricatura demoniaca del volto di Dio. 

Dio non è affatto preoccupato di “fare quel che gli pare”. 

Anzi, a essere precisi, in Dio il massimo della libertà coincide con il massimo del dovere, perché Dio è preoccupato solo di fare quello che è: è preoccupato di amare, al di sopra di ogni altra cosa, perché Dio è amore.

In questa luce, potremmo chiederci qual è, tra i tanti, il segno massimo dell’onnipotenza di Dio nelle vicende del mondo. 

Di sicuro la traccia più evidente dell’onnipotenza dell’Altissimo Iddio è la risurrezione del suo Figlio fatto uomo. 

E questo non solo perché in essa Dio sconfigge ciò che in natura niente e nessuno può sconfiggere, cioè la morte, ma anche perché quella morte era stata causata da un motivo assolutamente sconcertante.

Perché Gesù non aveva dato la vita per i sani, i perfetti, gli irreprensibili, i buoni, ma per i cattivi… per chi lo tradiva e lo rinnegava. Dunque la risurrezione di Cristo è il segno di un amore onnipotente, più forte di qualsiasi peccato.

A questo punto però, potrebbe sembrare contraddittorio quello che abbiamo ascoltato nel vangelo.

È il racconto del povero Lazzaro e del ricco gaudente, che si conclude con l’immagine del ricco all’inferno, in forte contrasto con quella del povero in paradiso, nel grembo di Abramo.

Quel ricco egoista che durante la sua vita non aveva mai avuto altri pensieri che per se stesso, e adesso invece – in mezzo all’inferno – tentava un atto di generosità ormai impossibile, nei confronti dei suoi fratelli: «manda Lazzaro perché li ammonisca severamente e non vengano anch’essi in questo luogo di tormento».

Ecco la risposta che ci lascia per un attimo senza respiro: «Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Dunque esiste la tragica possibilità per l’uomo di rendere assolutamente impotente, l’onnipotente Iddio. 

Perfino la risurrezione di Cristo, ritornato dalla morte… tutto diventa inutile di fronte alla ostinazione e alla chiusura del cuore dell’uomo, che rifiuta di ascoltare e di credere alla sua Parola.

Che tragico potere ci ha dato Dio. Il potere di rendere impotente l’onnipotente!

In questa vita – ci dice il Vangelo – abbiamo la possibilità di ascoltare e di fare spazio alla Parola di Dio, ma – di fronte al rifiuto ostinato da parte dell’uomo  – Dio non può fare nulla.

Questo non è un segno di debolezza di Dio, ma è davvero un segno della sua grandezza: perché Dio non vuole essere riamato in modo inevitabile. 

Dio ci offre la tremenda alternativa di rifiutarlo, non perché vuole che lo rifiutiamo! ma perché spera che il sì della nostra vita, non sia il sì di chi è cascato in un imbuto con un unico e ineludibile sbocco; ma il sì di chi lo accoglie, lo vuole, lo desidera, lo cerca, lo ama.

Dio ci ha creati e ci tratta come persone, non come birilli; e avendoci creati senza di noi, Dio non vuole salvarci senza di noi.

* * *

Siamo partiti, nel riflettere su questo racconto dalla fine e allora dalla fine risaliamo a riflettere su una seconda affermazione per nulla scontata.

«Tra noi e voi – dice Abramo al ricco che si trova all’inferno – è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». Di nuovo un segno di onnipotenza impotente!

Oggi non va molto di moda di parlare del paradiso e dell’inferno, che invece sono un pensiero che ha ispirato e ha fatto crescere la civiltà cristiana. 

In fondo li consideriamo come residui di una visione fiabesca ormai improponibile: questa però è una banalizzazione che potrebbe procurarci dei grossi guai.

Il Vangelo ci ricorda sempre in modo molto limpido e netto che la nostra esistenza si concluderà o con un premio o con una condanna definitiva.

In realtà, la concreta esistenza di un inferno – e di un inferno eterno – di fatto altro non è che la celebrazione del bene, del valore e del significato del bene.

Se l’inferno non esistesse e se non fosse eterno, significherebbe che in fondo il bene e il male sono la stessa cosa e resterebbe irrisolta ogni ingiustizia, ogni sopraffazione, ogni empietà. 

Dio è onnipotente e non c’è niente e nessuno che possa bloccare e impedire il suo desiderio di salvarci e di donarci il paradiso… niente e nessuno, tranne che noi stessi!

Dio con noi corre il rischio della libertà, perché il suo perdono non ha nessuna condizione se non che sia desiderato, che sia cercato, voluto.

Ecco. Potrebbe lasciare perplessi che il Vangelo (cioè “la buona notizia”) ci parli dell’inferno e dell’inferno eterno. 

Eppure anche questa affermazione così severa è in realtà una buona notizia, perché ci dice che vale la pena, che ha un significato ed è prezioso essere onesti, essere generosi.

Ricordare che l’inferno esiste e che è eterno non è una minaccia, ma è la possibilità di valutare quanto è preziosa questa vita che viviamo nel tempo: può durare poco o tanto, ma questa vita che passa decide e costruisce un destino eterno.

* * *

Un’ultima considerazione. La riflessione sul racconto del povero Lazzaro e del ricco gaudente, non deve farci cadere nell’idea che l’aldilà sia una specie di capovolgimento del presente. 

Non è detto che tutti i ricchi vadano all’inferno e neanche che tutti i poveri e disgraziati vadano in paradiso.

Non si procede per categorie, ma per persone, perché Dio non ama per schemi e pregiudizi, ma ama nella concretezza della vita.

Con questo racconto, Gesù risponde anzitutto alla idea sbagliata, molto in voga tra i farisei, che se uno è messo male ed è in difficoltà vuol dire che ha fatto qualcosa di male ed è come punito da Dio, e viceversa. 

Dio permette che al mondo ci siano i poveri e i ricchi, ma il giudizio di Dio verrà per tutti e chi a chi ha di più, in tutti i sensi (di beni materiali e spirituali, di opportunità, di occasioni), sarà chiesto di più. 

Il ricco senza nome è condannato non tanto per i suoi vestiti e i suoi banchetti, quanto perché il suo lusso e la sua avidità hanno tanto rattrappito la sua anima e inaridito il suo cuore, che neppure si accorge di avere alla sua porta un essere umano – e quindi un suo fratello – nella miseria e nella sofferenza.

Quell’uomo, l’inferno ce l’aveva già addosso, ce l’aveva già dentro perché, per quanti velluti potessero accarezzarlo e per quanti agi potesse godere, aveva già nel cuore l’inferno della solitudine e dell’egoismo.

È sempre vero, fratelli miei, che il paradiso non è e non sarà mai una conquista, ma sempre e solo un dono immeritato di Dio, infinitamente più grande di noi, più grande dei nostri meriti e di quanto possiamo immagine.

Ma è vero anche che in definitiva l’inferno non è una condanna inflitta da Dio, ma il destino cercato da chi lo ha voluto l’inferno e lo accolto già in questa vita.

La nostra libertà è preziosa: possiamo rifiutare il suo amore, ma possiamo anche aprirci alla sua misericordia. 

È questa la vera onnipotenza di Dio: non schiacciarci, ma attenderci! 

Oggi noi possiamo scegliere di aprire la porta del cuore al povero Lazzaro che ci sta accanto e così aprirci già ora al banchetto del Regno che dura per sempre!

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