Ventottesima domenica del tempo ordinario C
Durante il suo viaggio verso Gerusalemme – cioè verso la passione e la risurrezione – Gesù si imbatte in un gruppo di uomini colpiti dalla lebbra.
Si aggirano nella campagna, alla ricerca di qualcosa e di qualcuno che li aiuti semplicemente a sopravvivere.
Sono dei morti viventi, in tutti i sensi: la lebbra ha deturpato i loro volti e i loro arti, rendendoli inguardabili e incapaci di qualsiasi gesto umano.
Sono condannati spietatamente a vedere già in vita la corruzione del proprio corpo.
La legge sacra, impone loro di vivere isolati: lontani dagli affetti, dagli amici, dalla città e dal lavoro.
È la stessa condizione in cui si trova Naaman il Siro, di cui ci ha parlato – in forma sintetica – la prima lettura: un potente funzionario del regime siriano di Damasco.
All’apice della sua carriera, si ritrova a precipitare nell’abisso della lebbra. Fino a quando una serva ebrea gli riferisce che in Israele c’è un profeta che potrebbe guarirlo.
Naaman parte in fretta. Ma la prova più difficile per lui non sarà tanto il viaggio, quanto piuttosto l’umiltà.
Il profeta infatti non gli chiede di sottoporsi a rituali o terapie impossibili: Naaman avrebbe dovuto soltanto immergersi nelle acque del Giordano.
Il grande generale si indigna: “Nella mia terra ci sono fiumi migliori!”. Ma alla fine, davanti alla prospettiva di una morte certa, anche il potente Naaman dovrà piegare la testa.
Non sarà l’acqua del Giordano a guarirlo, ma l’obbedienza, la rinuncia alla propria superbia, la schietta sincerità del proprio limite davanti a Dio.
Anche noi siamo fatti così. Di fronte al crollo delle nostre sicurezze, saremmo disposti a fare cose grandi e speciali.
Eppure Dio ci indica vie semplici e quotidiane, quelle vie che abbiamo da sempre davanti agli occhi: la Chiesa, la Parola, i Sacramenti.
Proprio da lì passa la salvezza: da un bagno di fede, da un’obbedienza che accetta l’ordinarietà come luogo in cui Dio opera.
Oggi il calendario ricorda per la prima volta san Carlo Acutis, il 15enne che papa Leone ha canonizzato un mese fa. C’è una frase molto citata di questo giovanissimo santo: «Tutti nasciamo come originali, ma molti muoiono come fotocopie».
L’obbedienza della fede è il contrario della fotocopia: è la libertà vera, che nasce quando accettiamo di essere noi stessi davanti a Dio, lasciando che la Sua grazia ci renda unici, autentici, vivi.
* * *
Il Vangelo, ci presenta un gruppo di dieci lebbrosi. Tra di loro ci sono giudei e samaritani, gli eterni nemici, uniti semplicemente dalla disperazione.
Verrebbe voglia di fare dei confronti con l’attualità, ma è meglio lasciar perdere!
Sta di fatto però che tocca proprio alla sofferenza il compito di rivelare quello che è lapalissiano: siamo tutti nella stessa barca. Di fronte alla fragilità, cadono tutte le divisioni.
Non importa se sei “dei nostri” o “dei loro”… contro gli infortuni della vita, non esistono “parafulmini”: neanche la religione.
I lebbrosi, costretti dalla legge a fermarsi lontani, alzano la voce e gridano:
«Gesù, maestro, abbi pietà di noi!»
Ἰησοῦ ἐπιστάτα, ἐλέησον ἡμᾶς.
Notate. Nella loro implorazione, non si perdono a descrivere i motivi della loro disperazione e il dettaglio delle loro richieste; ripetono solamente con fiducia il nome di Gesù.
Ci avete fatto caso di come spesso invece la nostra preghiera è piena più dell’elenco dei nostri guai che del nome santissimo di Dio, della nostra fiducia in lui?
Diceva san Carlo Acutis: «La tristezza è lo sguardo rivolto verso di sé, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio».
Un altro aspetto impressionante della preghiera dei lebbrosi è che chiamano Gesù “maestro”. Questi poveretti, in realtà, più che di insegnamenti hanno bisogno di guarigione.
Ma la cruda verità della loro condizione aveva fatto loro comprendere che il male più profondo che li aveva colpiti non era la malattia del corpo, ma l’ignoranza del senso. Si può affrontare tutto – anche la sofferenza – solo se si conosce il perché e il per chi vivere.
Gesù non li guarisce subito: li manda dai sacerdoti, come prescritto dalla Legge.
Li mette in cammino, e mentre vanno, vengono guariti.
Anche per loro, come per Naaman, è l’obbedienza che apre la via al miracolo.
Ma solo uno torna indietro. Non è un giudeo, bensì uno straniero, un samaritano, un nemico.
Si getta ai piedi di Gesù e rende gloria a Dio (δοξάζων τὸν θεόν).
Gesù si commuove per questo gesto.
Guardate che la gratitudine non è affatto un istinto naturale nell’uomo; è un’arte che si impara!
Avete presente la fatica delle mamme e delle nonne che insistono con i bambini: “Come si dice?” – “Grazie!” Ecco, anche noi dobbiamo imparare a dire grazie a Dio.
Rendere grazie significa riconoscere che niente ci è dovuto, che ogni cosa è dono.
Il samaritano lo ha capito: riconosce di dipendere da Dio, e per questo Gesù gli dice: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato».
E qui notiamo che il vangelo dice che gli altri nove erano stati sanati, ma solo del samaritano si dice che è stato salvato.
La salute riguarda solo il corpo, la salvezza riguarda la vita intera, definitiva, eterna.
Ringraziare Dio, non è formalità estetica: è questione di salvezza o di rovina, di vita o di morte.
La fede nasce quando riconosciamo di dipendere da Dio, di ricevere da Lui ogni bene, di non bastare a noi stessi.
Non per nulla la parola centrale della nostra fede è “Eucaristia”, che significa proprio “rendimento di grazie”.
È il senso di quella celebre frase di san Carlo Acutis: «L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo».
Per questo, nel cuore di ogni Messa, proclamiamo: «È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo».
L’ingratitudine, invece, è la vera lebbra dello spirito: deforma il cuore, lo rinchiude nell’egoismo e nell’odio.
E se ci prendesse mai la tentazione di pensare che non è che noi abbiamo da ringraziare perché non abbiamo ricevuto qualcosa di tanto speciale, ricordiamo quello che diceva Chesterton:
“Noi siam disposti a ringraziare perfino la befana per quello che mette nelle calze una volta all’anno, e ci dimentichiamo di ringraziare Colui che ogni mattina ci dona due piedi da infilare in quelle calze!”.
Ancora san Carlo Acutis ci lascia questa considerazione, semplice e luminosa: «Non è Gesù che ha bisogno di noi, ma siamo noi che abbiamo bisogno di Lui».
È allora la verità del Vangelo di oggi:
rendere grazie a Dio non è galateo, ma questione di vita o di morte.
L’Eucaristia è la nostra guarigione, la nostra salvezza, la nostra autostrada per il Cielo.
O Dio, che nella vita di san Carlo Acutis hai mostrato le insondabili ricchezze dell’Eucaristia e lo hai reso esempio per i giovani e testimone di misericordia verso i poveri, concedi anche a noi, per sua intercessione, di vivere sempre uniti a te e di riconoscerti nei fratelli che incontriamo sul nostro cammino. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
