mani in alto

Ventinovesima domenica del tempo ordinario C

C’è quella frase che conclude come un tuono il brano evangelico di oggi e che fa veramente impressione: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Soprattutto se ricordiamo che oggi è la Giornata Missionaria Mondiale.

Per capire meglio, bisogna che risaliamo di qualche paragrafo nel vangelo di Luca.

Gesù era assillato dalle domande dei farisei, e forse anche dei suoi discepoli, su quando verrà il Regno di Dio, su quando sarà la fine.

Gesù sembra dire che il problema non è il “quando”, ma il “come”.
Non importa sapere quando verrà il Signore, ma come ci troverà: e non solo alla fine, ma adesso, sempre, nel modo in cui viviamo la fede, amiamo e testimoniamo.

Il Cardinale Biffi definiva questo versetto uno dei inquietanti di tutta la Scrittura: «Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?».

«Se ha formulato questa domanda – scriveva il Cardinale – e l’ha enigmaticamente lasciata senza risposta, penso che sia per indurci a meditare sul pro­blema della sopravvivenza della fede nella nostra terra e per spronarci a dare tutto il nostro impegno perché sia ri­solto positivamente».

«La domanda evangelica – scriveva ancora Biffi – potrebbe essere precisata cosi: il Signore, quando verrà, troverà ancora la fede, la vita cristiana, la comunità ecclesiale qui, nella nostra regione, nella nostra città, nel nostro quartiere, in mezzo al nostro popolo? 

In questo caso di assicurazioni tranquillizzanti non ne abbiamo più: tutto dipende dalla nostra capacità di mantenere vitale la nostra concreta famiglia di credenti, con lo slancio missionario della nostra fede e l’incisività coraggiosa della nostra testimonianza…».

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L’inquietudine di questa considerazione è connessa volutamente da Gesù al tema della preghiera.

Esattamente come il rendimento di grazie sul quale abbiamo riflettuto domenica scorsa, anche la preghiera ha esattamente questo significato: è gridare al cielo la nostra insufficienza e il nostro bisogno.

Ma bisogna che ci capiamo. Esattamente come la gratitudine, la preghiera – contrariamente a quello che si pensa – non è affatto innata, spontanea.

Certo, tutti coloro che credono in Dio, pregano e pregano anche, confusamente quelli che pensano di non credere in Dio. Una preghiera che cerca di incanalare le nostre attese, i nostri bisogni, le nostre speranze.

Ma noi siamo cristiani e la preghiera cristiana è un’altra cosa. Per noi la preghiera non è il fiume delle suppliche che sale spontaneo e confuso dal nostro cuore. 

Non c’è bisogno di essere battezzati e cresimati, non c’è bisogno di nutrirsi della carne e del sangue di Cristo immolato, per poi dare semplicemente sfogo al tumulto dei sentimenti che affiorano spontanei dalla nostra umanità. 

Se Dio ha un Figlio, eterno con lui nella divinità, allora solo questo Figlio sta all’altezza dello sguardo del Padre: gli corrisponde nell’amore e nella conoscenza. Come dice il Credo di Nicea: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”.

Ora il Figlio eterno di Dio è venuto in mezzo a noi e si è unito alla nostra umanità. E questo cambia tutto. Ci cambia tutto.

Ora sappiamo che, in fondo, l’unico vero orante è Gesù, il Figlio che sta all’altezza di Dio. E proprio perché il Figlio si è unito a noi, anche noi possiamo incredibilmente entrare in questo dialogo d’amore, entrare nella preghiera del Figlio.

Ogni preghiera dunque parte da Gesù; è lui che prega in noi, con noi, per noi.

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La prima lettura ci ha descritto la scena di Mosè che, sul monte, con le sue braccia alzate nella supplica, diventava garanzia di vittoria per il suo popolo. 

Mentre Giosuè e i suoi uomini affrontavano sul campo di battaglia i terribili e imbattibili Amaleciti. Mosè stava sulla cima della collina con le mani alzate. 

Ed erano proprio queste mani alzate del grande condottiero del popolo la garanzia della vittoria di Israele. 

Era evidente stava Dio era dalla parte del suo popolo e ne voleva la vittoria, eppure misteriosamente, condizionava questo suo intervento alle mani alzate di Mosè. 

Sembra incredibile, ma è così: Dio vuole aver bisogno delle mani alzate del suo servo! 

Le braccia levate di Mosè fanno pensare a quelle di Gesù sulla croce: braccia spalancate ed inchiodate, con cui il Redentore ha vinto la battaglia decisiva contro il nemico infernale. 

Anche oggi, sul monte della sua gloria, nel cielo, le mani alzate di Cristo verso il Padre e spalancate sul mondo chiedono altre braccia, altri cuori che continuino ad offrirsi con il suo stesso amore, fino alla fine del mondo.

Molto prima che un obbligo, per un cristiano pregare è un privilegio, un privilegio inaudito, una concessione incredibile data a noi che siamo polvere e cenere, ma che nel battesimo siamo stati costituiti figli, come Gesù, e possiamo un’unirci alla sua preghiera. 

“Pregare sempre senza stancarsi”, dunque non significa dunque recitare lunghissime orazioni, ma non perdere il grande desiderio di Dio e del suo amore. 

Perché tutto nella nostra vita sia preghiera, abbiamo bisogno di tempi e spazi di preghiera. Abbiamo bisogno di qualche istante di preghiera al mattino e alla sera, perché tutto ciò che viviamo durante le nostre giornate, nel tempo duri e in quelli lieti della vita quotidiana, sia vissuto nel desiderio di Dio. 

E sì, si può pregare sempre, perché la preghiera non si sovrappone a nessuna azione. Le illumina tutte e le indirizza al loro fine.

Per questo abbiamo bisogno che la domenica sia un giorno diverso, giorno di una celebrazione della messa dignitosa e non affrettata, alla quale arrivare puntali e preparati.

Per questo, è bello avere rispetto della chiesa edificio, custodirne il silenzio, prima, durante e dopo le celebrazioni, preservarne la bellezza, il decoro e la dignità.

Per questo è bello riservare dei gesti esclusivamente al rapporto con Dio: come fare il segno della croce, metterci in ginocchio, stare in piedi, tenere le mani giunte o sollevate. 

Per questo abbiamo bisogno che nelle nostre case, nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro – dove è possibile – sia presente e onorato il Crocifisso, colui che non fa male a nessuno e supplica ogni giorno il miracolo della salvezza per il mondo intero.

La preghiera, come suggerisce la parabola della vedova, è l’arma dei piccoli e dei poveri di spirito, di quelli che sono impotenti di fronte all’ingiustizia. 

Quando la nostra vita sembra impotente, quando non possiamo contare su nient’altro, allora la preghiera diventa pura, limpida, vera.

Alla fine resta quella povera vedova, donna senza nessuna potenza e nessuna protezione, forte solo della sua capacità di gridare. È l’immagine della Chiesa, un avanzo di umanità perdente e senza potere, ma con la forza di alzare le mani e di gridare al cielo le parole dello sposo.

Il Figlio dell’uomo troverà la fede in questa nostra terra: la troverà nelle nostre mani alzate, nei nostri cuori che ancora e ancora desiderano il suo volto.

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