giusti o giustificati?

San Luca dice che Gesù raccontò la parabola del fariseo e del pubblicano «per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri».

Attenzione! Non cadiamo nella trappola di identificarci facilmente nel povero pubblicano (che povero non era) e di guardare con disprezzo al fariseo, come se la sua presunzione non ci riguardasse affatto… Lo dico anzitutto per me stesso…

Perché – sarà bene metterlo in chiaro –  davanti a Dio non ci sono “giusti”. Ci sono solo – come dice con molta precisione il finale della parabola – dei “giustificati” cioè persone che sono “fatte giuste”, rese giuste: non dalle loro buone opere o dalla loro buona volontà, ma dal Sangue di Cristo, nostro redentore.

È Cristo – e lui solo – che ha compiuto l’unica infinita opera buona che salva il mondo intero: quella immensa opera buona che è la sua vita, totalmente donata per amore.

Lo dico anche perché si diffonde sempre più nei nostri ambienti l’idea mortifera che il Vangelo di Cristo si possa ridurre a una specie di “religione dei valori”.

È l’idea cioè che il cristianesimo sia sostanzialmente uno stile di vita, un messaggio di bontà, di solidarietà, di giustizia e non – prima di tutto – la notizia, il fatto che Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio, per salvarci dalla rovina definitiva e per aprirci le porte della verità, della giustizia e dell’amore.

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Allora guardiamolo bene questo fariseo.

Non è un ladro, quindi non ruba.
Non è ingiusto, quindi rispetta le leggi e diritti.
Il fariseo non è adultero, quindi non tradisce gli affetti e ama la sua famiglia.
Digiuna due volte la settimana: (per inciso, nella Chiesa cattolica abbiamo due giorni di digiuno all’anno e non rispettiamo neanche quelli…).

Quel fariseo paga le decime di quello che possiede: significa che non solo fa delle offerte in beneficenza, ma che sistematicamente e, in modo molto concreto, devolve il 10% di quello che possiede per il tempio e per le opere di carità nei confronti dei bisognosi.

In poche parole: si possono compiere le opere più nobili, perfino le opere di misericordia (dar da mangiare, da bere, accogliere, visitare, ecc.) e non essere “giustificati”.

Dove sta la trappola? Nella parabola Gesù lo dice con estrema precisione: «Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé». Tradotto più letteralmente: “pregava davanti a sé”. 

Perfino quando pregava, (o quando credeva di pregare) quel fariseo, non stava davanti a Dio, ma davanti a se stesso.

È la preghiera inutile dei pagani, come dice Gesù nel discorso della Montagna: «Pregando non sprecate parole, come fanno i pagani», la preghiera di chi guarda solo a se stesso e a quello che vorrebbe essere, la preghiera di chi non cerca il volto del Padre, ma solo un’immagine di se stesso… 

Anche nelle sue opere, così buone e generose, il fariseo non cercava altro che se stesso: cercava la sua gratificazione, cercava quell’appagante sensazione di essere a posto, di essere giusto: in una parola, di non aver bisogno di Dio.

San Paolo lo dice in modo cristallino: “Potrei perfino dare il mio corpo per essere bruciato e non avere la carità”. (1Cor 13,3).

Perché alla fine dei giorni la domanda non sarà soltanto: “hai dato da mangiare o non hai dato da mangiare?…”. Anche le opere di carità più nobili possono essere esercitate per cercare se stessi e la propria gratificazione!

Alla fine di tutto la domanda sarà: “ti sei accorto che lo hai fatto o non lo hai fatto a me? Ti sei accorto di me? hai cercato me? hai amato me? hai trovato me?”.

Noi non siamo giusti per la quantità di opere buone che possiamo compiere: ma siamo “giustificati” – cioè fatti giusti – dall’unica grande opera buona che salva il mondo che è l’amore di Cristo fino alla morte di croce.

È per questa giustificazione che le nostre opere buone possono diventare “opere di misericordia”: cioè un riflesso sulla terra della misericordia di Dio.

Nella sua prima omelia da Pontefice, ancor prima di uscire dalla Sistina, Leone XIV ha ricordato: «Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo – quindi diremmo noi – un grande riferimento etico, valoriale – e ciò, prosegue il Papa, non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto».

Frase impressionante questa: “ateismo di fatto”. Che non vuol dire necessariamente negare Dio con le parole, ma vivere come se Dio non salvasse, come se bastasse essere buoni; che vuol dire pregare, senza ascoltare; fare la carità, fare il volontariato non per amore, ma per sentirmi a posto. 

Cristo non è un dispensatore di buoni consigli! Cristo non è un motivatore, non è un influencer, non è un coach. Cristo è il salvatore, è colui che perdona! Cristo ci trasforma, ci risuscita!

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Ed ecco Il pubblicano. Lui si presenta davanti al Signore con il peso del suo peccato. 

È un uomo abietto, disonesto. Non è solo un ladro, ma ha calpestato la dignità del suo stesso popolo e non si è fatto scrupoli davanti a nulla. 

Ma quel pubblico peccatore sa chiedere perdono. E fate attenzione: cerca il perdono, non la comprensione!

Non chiede che Dio o la Chiesa cambino il giudizio sul peccato; non cerca alibi per i propri errori aberranti, ma chiede la grazia del perdono e si impegna implicitamente a non peccare più.

È così preso dal sentimento della grandezza di Dio e dalla consapevolezza della sua personale miseria, che non è neppure sfiorato dal pensiero di fare dei confronti con il comportamento degli altri. 

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Succede così che la giustizia, che il fariseo vantava davanti a Dio come conquista di uno sforzo personale, il pubblicano la riceve come dono gratuito dal Signore.

Facciamo nostre le parole di un padre della Chiesa armena, San Nerses Shnorhali, vissuto nel XII secolo.

«Il fariseo pensava di mettere in mostra il bene compiuto davanti ai tuoi occhi che vedono tutto. 
Quell’uomo insensato si riempie di orgoglio paragonandosi agli altri e a quel pubblicano che ti supplicava. 
Ma non ebbe risposta per le sue pompose orazioni e, per la sua vanità, perse anche le opere giuste da lui compiute.
E io cosa farò? 
Io non compio le opere di cui poteva vantarsi il fariseo, eppure lo supero di gran lunga nel vanto e nell’orgoglio. 
Donami, Signore, la voce e il cuore di quel pubblicano per gridarti: “perdona, o Dio, i miei peccati!”».

*** Non portiamo al Signore un curriculum di presunti meriti, ma un cuore da guarire!

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Risuonano forti in questo luogo santo le parole del Magnificat: «Ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,48).

Dio posa lo sguardo non su chi gli presenta un curriculum di meriti, ma chi gli apre il cuore con fiducia.

È lo stesso sguardo che ha incontrato il pubblicano del Vangelo: Dio non premia la prestazione, ma solleva chi si affida. È l’umiltà non ci fa sentire “meno”, ma ci aiuta a fare spazio alla misericordia di Dio.

Lo sguardo materno di Maria, pieno di fede e di sapienza, ci aiuti a tornare a casa ben consapevoli non di essere “perfetti”, ma abbracciati dalla tenerezza del Padre.

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