Tutti i Santi
La mattina della festa di San Petronio, sono entrato nella nostra grande basilica per celebrare la Messa in onore del Patrono della nostra città.
In mezzo alla folla confusa di turisti e di fedeli, ho assistito a una scena curiosa: vicino alla grande statua del Santo, proprio a due passi dal famoso giudizio universale, c’era una signora di una certa età, ma ben tenuta e in gamba, accompagnata da una giovane con il velo in testa. Erano intente ad accendere una candela votiva.
La giovane probabilmente era la badante. Secondo me un qualche parente zelante aveva voluto affiancarla alla signora che comunque mi sembrava parecchio in gamba.
Il velo della ragazza era quello islamico, ma il suo accento era decisamente bolognese, come quello della signora.
La giovane, con lo sguardo un po’ smarrito, ma senza alcun imbarazzo, imitava i gesti della signora, nell’accendere il cero. D’un tratto ha chiesto alla signora se San Petronio fosse in paradiso.
Al ché la signora sfoderò una sicurezza inaspettata e cominciò a disquisire: “Sì, sì: i santi vanno i paradiso. I morti, quelli normali, vanno in purgatorio; il paradiso invece è per i santi…”.
Ho ammirato la sicurezza della signora. C’era qualche imperfezione teologica, ma ovviamente ho evitato di intervenire, anche perché non volevo che si accorgessero che stavo spudoratamente ad origliare.
Soprattutto nelle due ricorrenze che aprono il mese di novembre, la solennità di Tutti i Santi e la commemorazione dei Fedeli defunti, parole come paradiso e purgatorio dovrebbero diventare forse maggiormente frequenti almeno nella nostra predicazione e nella nostra catechesi.
C’è un fondo di verità in quello che ha detto la signora, ma c’è anche quel velo di imprecisione che sembra quasi condannare noi, poveri cristi, troppo normali per poterci definire santi, al mediocre destino di chi non può aspirare alla felicità eterna.
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C’è un problema fondamentale, del quale vale la pena di prendere coscienza: finché viviamo in questo mondo, noi non riusciremo mai a comprendere la realtà se non dentro alle dimensioni del tempo e dello spazio.
Anche se con la morte, la persona esce dalle dimensioni dello spazio e del tempo, noi abbiamo comunque bisogno di questi riferimenti per cercare di comprendere o anche solo immaginare il suo destino nell’aldilà.
Così anche quando sentiamo parlare di vita eterna, riusciamo a immaginarla solo come un tempo lunghissimo, infinito. E quando sentiamo parlare di purgatorio e di paradiso non riusciamo a non pensare ad un luogo.
In fondo, la grande catechesi popolare della cristianità, manifestata anche nell’arte e nella letteratura lungo i secoli, ci ha trasmesso l’immagine delle possibili condizioni dell’aldilà in termini di spazio e addirittura – per quel che riguarda il purgatorio – anche in termini di tempo.
Non risolveremo certamente noi la questione, ma credo che sia importante oggi prenderne coscienza.
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Dovremmo essere tutti d’accordo sul fatto che il grande ideale della vita cristiana consiste nella possibilità, che ci è stata donata per pura grazia di Dio, di diventare simili a Cristo; talmente simili a Lui da poter dire di essere quello che Lui – Cristo solamente – è: figli di Dio.
Siamo chiamati a diventare sempre più conformi a Cristo, facendo spazio in noi alla sua grazia, crescendo nella carità, orientando al bene tutte le nostre energie, purificandoci dai nostri peccati.
Si capisce però che una vita intera non può bastare. C’è una distanza abissale tra il Creatore e la creatura.
C’è una distanza abissale tra il Dio tre volte santo e l’uomo fragile e peccatore. C’è una distanza abissale tra colui che in se stesso è amore purissimo e perfetto e noi che viviamo impastati di fragilità e di egoismo.
La miglior vita che un uomo o una donna possono vivere su questa terra, non può bastare per poter comparire al cospetto di Dio come lui ci vuole, “senza macchia né ruga”, per usare le parole di San Paolo.
Noi cattolici occidentali usiamo una parola, che non esiste nella Bibbia e neanche nel Credo: la parola “purgatorio” per definire appunto la completa purificazione dal peccato di quanti muoiono in grazia di Dio, ma non sono ancora pronti per la comunione perfetta e definitiva con lui.
È l’idea non troppo simpatica – per la verità – di “purga”, che però ha il vantaggio di rendere molto plasticamente l’idea di quale sia la consistenza del male da cui vogliamo liberarci, perché risplenda in noi la luce della santità di Dio.
Ma in realtà è molto seplice. Se possiamo pregare per i defunti, significa due cose: che i defunti ne hanno bisogno e che è possibile sostenerli in un viaggio verso la perfezione del paradiso.
Fin dalle origini, il cristianesimo, in continuità con la tradizione ebraica, coltiva la pietà verso i defunti: con la preghiera, l’elemosina, il digiuno e soprattutto con la celebrazione della Messa, nella quale possiamo chiedere che il sacerdote e la comunità ricordino i nostri cari. (Aprendo una parentesi, chiedo… è molto che non facciamo dire una messa per i nostri morti?).
Al termine di questa vita terrena, è concessa ai defunti, che ne hanno ancora bisogno, una purificazione preliminare alla beatitudine celeste, nella quale possono essere aiutati dai suffragi della Chiesa terrena e dei singoli cristiani, soprattutto dalla santa Messa.
Quando arriva il momento di comparire davanti al volto di Cristo senza veli e senza mediazioni, oltre la gioia di avvicinarci a Dio, sorge anche in noi la sofferenza di non essergli pienamente conforme.
Dunque c’è sofferenza in questo stato dell’esistenza dopo la morte, ma è una sofferenza che nasce dall’amore e, come tale, è assolutamente diversa da quella dell’inferno che nasce invece dall’odio.
Il purgatorio non è un inferno temporaneo; la purificazione non ha niente a che fare con la perdizione.
E se è vero che con la morte la vita non ci è tolta, ma trasformata, allora è anche vero che la morte non spezza i legami di amicizia e di amore con chi ci ha preceduto.
Non possiamo più esprimere questi legami sul piano dei sentimenti e degli affetti, ma possiamo coltivarli invece sul piano dello spirito, sostenendo come dicevamo, il loro cammino verso la pienezza della beatitudine.
Ma anch’essi, i defunti, possono essere di aiuto a noi che viviamo sulla terra, offrendo per noi la loro preghiera e la loro stessa sofferenza per sostenere il nostro cammino sulla terra.
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Oggi però è la festa di tutti i Santi. Vogliamo dirlo? È la festa del Paradiso.
Ogni volta che noi celebriamo l’Eucaristia è come se aprissimo una finestra sul paradiso. Oggi in maniera particolare, perché attorno a questo altare, sentiamo viva e palpitante l’immensa moltitudine degli uomini e delle donne giustificati dal sangue di Cristo che godono la pienezza della pace.
Nel paradiso si realizza per intero la preghiera che Gesù fece prima di morire: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità».
Non è pensabile un destino più bello per una creatura umana: partecipare alla comunione delle persone divine; conoscere, amare, essere felici come Dio conosce, ama, è felice.
Ma il paradiso non è una riserva esclusiva per i Santi come San Petronio, con buona pace della signora e della sua giovane badante islamica: – non solo aureole! – il paradiso è la vocazione alla quale tutti siamo chiamati…
Non occorrono esperienze straordinarie di ascesi e di contemplazione, profonde conoscenze, potere di fare miracoli: basta l’amore concretamente vissuto nella storia di ogni giorno; basta la vita ordinaria: preghiera, relazioni familiari e sociali, lavoro, riposo, sofferenza, apostolato.
La santità risplende nel paradiso, dove oggi contempliamo la moltitudine immensa dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nei quali Dio fa risplendere la sua gloria.
E la santità comincia già adesso: tutti possiamo desiderala e possiamo viverla.
In una catechesi, San Giovanni Paolo II spiegava che il paradiso non è un luogo tra le nuvole, come la pubblicità del caffè, ma è l’essere accolti per sempre nell’abbraccio del Padre. Il paradiso è vivere con Cristo.
