Commemorazione dei fedeli defunti
Mt 25,31-46 (secondo schema)
Abbiamo appena ascoltato il racconto del giudizio finale. La prima chiave di lettura con la quale potremmo essere tentati di leggerlo è quella di una grande verifica morale: chi ha fatto il bene andrà in paradiso, chi ha fatto il male andrà perduto.
Ma – a leggerlo nella sua interezza – il Vangelo non parla tanto di un tribunale: parla della rivelazione di un incontro.
Il Figlio dell’uomo viene nella sua gloria, e tutti noi saremo davanti a Lui, riconosciuti o non riconosciuti da quello sguardo d’amore che ci ha creati.
Gesù non giudica semplicemente ciò che abbiamo fatto, ma chi abbiamo amato. Le opere contano, certo, ma contano perché rivelano la direzione del cuore.
Il giudice non chiede solo conto di opere fatte o non fatte. Dice piuttosto: “Ti sei accorto di me? Hai cercato me? Mi hai servito? Mi hai amato?”
Non ogni gesto buono è di per se un gesto evangelico. Possono essere tanti i motivi che ci spingono a compiere buone opere: si può dare da mangiare per sentirsi superiori, visitare un malato per sentirsi migliori, accogliere uno straniero per ricevere elogi. Insomma si può fare del bene anche solo per riceverne una ricompensa in termini di gratificazione o di ammirazione.
Il Vangelo ci ricorda che solo l’amore che riflette la misericordia di Dio si traduce in vere “opere di misericordia”.
San Giovanni Crisostomo, diceva: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non disdegnarlo quando lo vedi nudo nei poveri; non onorarlo qui nella chiesa con paramenti di seta, per poi lasciarlo fuori a soffrire il freddo e la nudità.”
Il giudizio finale rivela quanto realmente abbiamo cercato l’amore di Cristo: di Cristo presente in ogni carne ferita. Quando il povero, l’ammalato o il dimenticato bussano alla nostra porta, è Cristo che viene a visitarci. E la risposta che daremo a quella presenza — non con le parole, ma con il cuore — costruisce o distrugge il Regno dentro di noi.
Santa Teresa di Gesù Bambino diceva: “Dio non guarda tanto alle azioni, quanto all’amore che vi mettiamo”.
È Dio stesso che, attraverso la nostra compassione, tocca la sofferenza del mondo.
Sento spesso dire che dobbiamo toglierci dalla testa l’immagine falsa di un Dio giudice per abbracciare quella di un Dio tenero e misericordioso. Come se fosse solo una questione di immagine religiosa che ognuno di noi crea dentro di sé in base alla sua educazione o alla sua sensibilità o come se le due versioni fossero tra loro contrapposte.
In realtà è sempre lo stesso Gesù che perdona la donna peccatrice e il buon ladrone, ed è sempre lui – lo stesso – che, alla fine dei tempi, “siederà sul trono della sua gloria”.
Dio non cambia volto: è sempre il Pastore che ama le sue pecore e vuole ricondurle a sé.
Il giudizio non è una condanna, ma una epifania, una manifestazione della verità: il giudizio ci mostrerà che cosa è stato vero nella nostra vita, e quanto abbiamo lasciato che l’amore di Cristo trasformasse il nostro cuore.
Per questo il Vangelo del giudizio non è una minaccia, ma una promessa. È la promessa che nulla di ciò che è stato fatto per amore andrà perduto, neppure una lacrima, neppure un perdono difficile, neppure una visita fatta in silenzio. Tutto è custodito in Cristo.
San Giovanni Paolo II, meditando sul volto del Cristo misericordioso, scriveva: “Il giudizio di Dio è sempre dentro la misericordia: Dio non distrugge, ma illumina; non condanna per umiliare, ma rivela per salvare.”
Così anche l’enigma della morte si mostra diversamente. La morte non è più il confine oscuro del nulla, ma l’incontro con Colui che abbiamo amato — o che abbiamo lasciato amare poco.
È lo stesso Cristo che ci ha cercati nei poveri, che ci verrà incontro come Giudice e Salvatore.
Ricordando oggi i nostri defunti, abbiamo la certezza che non li affidiamo a un tribunale, ma a un Cuore.
Non li consegniamo al silenzio, ma alla voce di chi chiama ciascuno per nome.
Cristo non è un giudice che pesa i meriti e i difetti come su una bilancia da mercante; è il Buon Pastore, che conosce per nome le sue pecore, che dà la vita per loro e che ha portato sulle proprie spalle la croce di tutti.
San Bernardo diceva: “Il giudice è il nostro fratello, il nostro sangue.” Non temiamo il giudizio, perché colui che giudica è colui che ci ha amati fino alla fine.
La morte non consegna le persone amate a un tribunale impersonale, ma al Cuore trafitto di Cristo, quel Cuore che è stato aperto per accogliere ogni ferita umana.
Il Cuore di Cristo conosce i passi compiuti, i peccati portati, le lacrime nascoste, le lotte silenziose, i perdoni difficili, i gesti di amore fatti senza che nessuno li vedesse.
La santità dei nostri cari defunti non è stata forse luminosa, perfetta, eroica. Molti di loro hanno vissuto una fede fragile, fatta di tentativi.
Hanno amato con i loro limiti, hanno cercato Dio tra dubbi, ferite e incoerenze.
Ma Dio conosce l’amore seminato, anche quando non è stato pienamente compiuto. Conosce il desiderio nascosto, lo slancio del cuore, la piccola fedeltà quotidiana.
San Silvano del Monte Athos diceva: “Anche quando l’amore è debole, Cristo lo prende per la mano e lo porta a compimento.”
I nostri defunti vivono nell’Amore che li ha creati e che li ha attesi. Vivono nel luogo dove l’amore non è più fragile, non è più faticoso, non è più minacciato.
Vivono nel luogo dove quell’amore che hanno solo intravisto sulla terra, ora possono contemplarlo faccia a faccia nel Volto di Cristo.
E noi, che siamo ancora in cammino, possiamo ogni giorno prepararci a quell’incontro non semplicemente moltiplicando le opere, ma imparando a riconoscere Cristo che ci viene incontro — nel fratello, nella vita, nel dolore, nella speranza.
Perché alla fine, ciò che ci verrà chiesto non sarà: “Quante opere hai fatto?”, ma: “Mi hai amato, quando venivo a te?”.
E chi avrà amato, avrà già conosciuto il volto del Giudice: quel volto che è Misericordia fatta carne.
Il ricordo dei nostri defunti ci rende umanamente tristi, ma non disperati: perché la morte non li ha fatti scomparire; li ha consegnati al loro compimento.
E quando diciamo “L’eterno riposo dona loro, o Signore”, in realtà stiamo dicendo:
“Custodiscili nel tuo Cuore. Là dove l’amore ha vinto per sempre.”

complimenti di nuovo per la riflessione teologica
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