il germoglio dal ceppo

Seconda domenica di Avvento A

Forse avete notato la incredibile consapevolezza che San Paolo manifesta in un passaggio della seconda lettura: «Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza». (Rm 15,4)

Noi non possiamo sapere se Paolo avesse coscienza del fatto che le sue lettere – come quella ai Romani dalla quale è tratto il brano che abbiamo appena ascoltato – sarebbe poi stata riconosciuta dalla Chiesa del Signore come “Sacra Scrittura”, testo ispirato attraverso il quale Dio stesso parla ancora e sempre al suo Popolo.

Certo è però che qui l’apostolo esprime in maniera molto forte la coscienza della novità assoluta di quanto era stato rivelato con la venuta di Cristo.

A nessun maestro di Israele sarebbe mai – neanche lontanamente – passato per la testa di identificare i testi della Bibbia con una frase del tipo: «ciò che è stato scritto prima di noi».

Giustamente per gli Israeliti le Scritture, che noi Cristiani chiamiamo “Antico Testamento”, erano in assoluto la Parola di Dio, il testo sacro nel quale ricercare la volontà e il disegno di Dio.

Paolo scrive “prima di noi”, cioè prima di quella generazione di discepoli, ai quali è giunta la pienezza della rivelazione con la manifestazione di Cristo, il Figlio di Dio venuto nel mondo.

§ Viviamo nella Nuova Alleanza, ma non solo non dimentichiamo l’Alleanza Antica, anzi ce ne nutriamo con fede perché sia illuminata la nostra mente (Paolo parla di “istruzione”); perché possiamo dare solidità alla fede che professiamo (Paolo dice “perseveranza”); e perché possiamo sperimentare la forza e la presenza di Dio (Paolo usa il bellissimo termine di “consolazione”, che è proprio il frutto dell’opera dello Spirito in noi).

>> Soprattutto in questo tempo di Avvento, riscopriamo l’importanza di guardare alle Scritture dell’Antica Alleanza, perché anche noi Cristiani condividiamo con i fratelli dell’Antico Israele la speranza di un compimento, di una pienezza: anche noi viviamo nell’attesa, sebbene con una differenza fondamentale.

>> Noi sappiamo che il Figlio di Dio è già in mezzo a noi, anche se presente in modo invisibile al mondo.

>> Già adesso Cristo è la nostra forza e la nostra salvezza, ma attendiamo che questo suo “esserci” per noi diventi pienamente manifesto ed evidente in tutta la nostra vita e davanti a tutto l’universo.

>> Rimettendoci allora sulla scia delle speranze dell’antico popolo di Israele, ci fa tanto bene riascoltare le parole del profeta Isaia che preannunzia il Messia: «In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse».

>> Come ricordate, Iesse è il nome del padre del re Davide. A lui Dio aveva promesso che dalla sua discendenza sarebbe sorto il salvatore di Israele. Dunque il profeta parla del Messia come di un germoglio che spunta dal ceppo di un tronco. Sono decisamente passati i tempi gloriosi del regno davidico, i tempi delle grandi conquiste, delle trionfali battaglie, i tempi degli sfarzi, gli splendori e la sapienza di Salomone.

§ La casa davidica appare ormai inutile e perfino fastidiosa, come il ceppo di un albero segato, che ha perso ogni potere, ogni prestigio e ogni ambizione. Di tutta quella gloria non resta più nulla. Israele ha perso la sovranità, vive oppresso dalla dominazione dei pagani.

>> Il Messia è venuto sì dalla stirpe di Davide – noi cristiani lo sappiamo – ma questo è accaduto solo nel momento in cui questa dinastia non aveva umanamente più nulla da dire e da dare. Per Giuseppe, l’ultimo discendente di Davide, appartenere a questo nobile casato non era motivo di vanto o di nobiltà, era semmai motivo di pericolo, come testimonia la sua povertà e perfino l’esilio a cui venne costretto dopo la nascita del Bambino.

§ Ma vorrei attirare la vostra attenzione su un’altra espressione con la quale il profeta Isaia identifica la persona del Messia davidico.: «Su di lui si poserà lo spirito del Signore».

§ Era forte l’idea che il mondo fosse indegno della presenza di Dio. Come può lo Spirito, cioè colui che è perfetto, puro, santo entrare in questo mondo indegno? Come può Dio entrare in un mondo così fragile, contraddittorio, caduco?

§ Ecco la promessa : il Cristo sarà il ponte attraverso il quale l’amore onnipotente di Dio entrerà in un mondo così ferito e potrà raggiungere ogni uomo; sarà l’umanità di Cristo che permetterà alla potenza e all’amore di Dio di venire in mezzo a noi e di essere con noi.

§ Poi scrive ancora il profeta: «Non giudicherà secondo le apparenze … e prenderà decisioni eque per gli umili della terra». Significa che il Messia possiede la verità delle cose, la verità dei cuori. Conosce le nostre vie. Certo vede in modo limpido le nostre fragilità e le nostre cadute, ma è bene in grado di vedere anche il desiderio di riscatto, di rinascita, il desiderio di essere liberati e salvati dal male, dall’odio e dalla morte.

>> La bellissima immagine della pace messianica che vede pascolare in pace leoni e agnelli, mucche e orse, bambini e vipere, descrive in modo veramente suggestivo, la somma di tutti quei desideri di bene che neanche noi spesso siamo in grado di esprimere.

>> Rispetto all’antico Israele, noi sappiamo che queste parole si sono già compiute: che il Cristo cioè è già venuto in mezzo noi; per mezzo di lui abbiamo ricevuto lo Spirito del Signore, la potenza d’amore del nostro grande Dio con i suoi sette doni.

>> Ma allo stesso tempo, proprio come Israele viviamo ancora nell’attesa: perché dalla parte di Dio si può ben dire che è già venuto; ma dalla parte dell’uomo, dalla  parte di ciascuno di noi, siamo ben lungi dal poter dire di averlo riconosciuto, di avere creduto in lui, di averlo accolto come Signore e salvatore della nostra vita.

>> Siamo “già” cristiani, ma “non ancora”.

>> Più che “cristiani”, noi non siamo che un “tentativo di essere cristiani”; siamo dei “quasi cristiani”; attorno a noi e soprattutto dentro di noi c’è tutto un mondo che non ha ancora creduto, che non lo ha accolto, che non si è lasciato trasformare dal suo amore.

>Quell’immagine del tenero, fragile germoglio verde che spunta da un ceppo dal quale umanamente non varrebbe la pena di aspettarsi nulla, torna allora a essere tanto significativa anche per noi.

>> Perché quel ceppo segato ci riporta alle nostre paure, ai nostri fallimenti, alla desolazione nelle quali spesso si consuma la nostra vita di ogni giorno; alla sfiducia che i tempi difficili possono generare in noi; alle nostre cristianità europee inaridite, così povere di giovani, povere di futuro, povere di speranza.

>> Il Signore ancora oggi e sempre attende che la casa di Davide (che siamo noi) non abbia nessun vanto e nessuna ambizione umana, per mostrare la gratuità e la potenza del suo amore.

>> «Ti basta la mia grazia – scriverà Paolo (2Cor 12,9); – la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

** Anche la vergine Maria ha vissuto il mistero del “già e non-ancora” che segna la nostra fede.

** Già colmata dalla grazia fin dal primo istante, eppure ancora pellegrina nella fede; già Madre del Cristo, eppure ancora in attesa del compimento delle promesse; già Immacolata, eppure immersa nella fatica della storia degli uomini.

** In lei possiamo vedere che cosa diventiamo, quando lasciamo che lo Spirito operi in noi senza resistenze: un’umanità capace di accogliere Dio e di portarlo agli altri.

** L’Immacolata è allora il segno luminoso che il “non-ancora” non è una condanna, ma un cammino: il cammino di chi si lascia purificare, liberare, rinnovare dal Signore giorno dopo giorno.

* * *

La nostra vita è un poco come la pagina evangelica di questa seconda domenica di Avvento. Il racconto è tutto impregnato e segnato dalla presenza del Cristo Messia, eppure allo stesso tempo Cristo è il grande assente del racconto: tutto accade in vista e in funzione di lui, ma lui resta fuori dalla scena, fuori dalla ribalta.

Piuttosto è Giovanni Battista che ci trascina nel deserto, perché possiamo ascoltare la sua parola ruvida, esigente.

Il deserto è proprio il luogo del “già e del non-ancora”. Per gli Israeliti, il deserto stava tra la schiavitù dell’Egitto e la libertà della terra promessa: già fuori della schiavitù, ma non ancora nella libertà. È il luogo del cammino e del dubbio; dell’ascolto e della ribellione; della fiducia e della caduta. 

Nel deserto c’è non campo, il segnale delle nostre sicurezze umane non prende. La solitudine ci mette davanti a noi stessi e ai nostri limiti, senza alcuna possibilità di barare.

Ma fu proprio nel deserto che vennero dati ad Israele la Parola e la manna, l’acqua e il cibo e la coscienza di essere il popolo che Dio ha convocato perché fosse suo. 

Dunque prima di Cristo, come un passaggio indispensabile per giungere a lui, viene Giovanni. Il suo nome significa “dono gratuito di Dio” ed è soprannominato il “Battista”, che significa “colui che immerge”. “Io vi battezzo nell’acqua per la vostra conversione”.

Il battesimo di Giovanni non è ancora il sacramento della rigenerazione cristiana, ma rappresenta ciò che è assolutamente necessario perché ogni sacramento sia efficace nella nostra vita.

Giovanni battezza nelle acque fangose dell’ultimo tratto del fiume Giordano. Ci immerge nella verità di quello che siamo: la verità dei nostri limiti, della fragilità umana, ma anche la verità delle nostre incredulità, delle nostre cattiverie, della nostra freddezza spirituale e della nostra diffidenza. Un battesimo che ci spoglia delle nostre presunzioni, che ci riporta nudi e crudi davanti al Salvatore.

Notate le parole meravigliose con cui Giovanni annuncia Cristo: 

«Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco», cioè vi immergerà non nelle acque fangose di ciò che voi siete, ma nel fuoco purissimo di ciò che lui è.

§ «Egli tiene in mano la pala (è il ventilabro che si usava per fare vento e disperdere le impurità dal raccolto) e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile»: significa che il suo giudizio è una operazione che come il ventilabro trattiene il bene, ma disperde per sempre il male.

* * *

Vieni, Signore, vieni tu che sei già con noi, ma noi non siamo con te.
Vieni, Signore, vieni tu che ci hai già battezzati e consacrati, ma noi resistiamo ancora avvolti nel fango della nostra miseria.
Vieni, Signore, tu che riconcili leoni e agnelli, mentre il mondo sceglie ancora la violenza e l’odio. 
Vieni a calmare la nostra sete nel deserto della vita. 
Vieni a soffiare il tuo ventilabro per disperdere in noi le polveri insidiose della sfiducia, della incredulità e per accendere in noi il fuoco della tua ardente carità.

** Donaci, nella tua misericordia, il cuore nuovo che arde nella Vergine Immacolata: un cuore libero dal timore, docile alla tua Parola, aperto all’opera dello Spirito.
Per sua intercessione, purifica la nostra vita dalle scorie del peccato, come hai preservato lei da ogni macchia fin dal primo istante;
e fa’ che anche noi, come Maria, possiamo diventare terreno buono in cui il tuo germoglio di giustizia e di pace possa finalmente fiorire.

** O Immacolata Madre del Signore, accompagnaci nel nostro deserto: custodisci la nostra speranza, rialzaci nelle cadute, e insegnaci a dire ogni giorno il nostro “sì”, perché Cristo possa nascere davvero nella nostra vita.

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