la gioia che costa

Terza domenica di Avvento A

«Rallegratevi nel Signore sempre. Il Signore è vicino». (Fil 4, 4). Con queste parole di san Paolo si è aperta la Messa di questa III Domenica di Avvento. 

L’Apostolo esorta ogni generazione cristiana, lungo i secoli, a vivere nella gioia perché la venuta del Signore, cioè il suo ritorno glorioso, è sicuro e non tarderà. 

La Chiesa rilancia questo invito, specialmente oggi, mentre ci prepariamo a celebrare il Natale e il nostro sguardo è sempre più orientato verso Betlemme. 

Ma – come mostra la pagina evangelica – la vera gioia cristiana è una gioia messa alla prova dal dubbio, dalla delusione, dalla sofferenza. 

Giovanni Battista, il più grande tra i nati di donna, cioè il migliore tra gli uomini – ed è Gesù stesso che lo dice – sta in carcere e, per la sua fede, corre il rischio concreto di essere condannato a morte. 

Dalla terribile e inviolabile fortezza di Macheronte sul Mar Morto, manda i propri discepoli a interrogare Gesù: vuole essere sicuro di non essersi illuso nel dedicargli la vita.

Oggi noi non sopportiamo più l’idea di avere dei dubbi, e soprattutto di dover affrontare delle delusioni. 

Per esempio nell’amore… La storia anche di tanti fallimenti matrimoniali testimonia che spesso un dubbio o una discussione che può sorgere, vengono visti solo come spie di un problema e non invece come l’occasione per crescere insieme.

È diffusa, nella nostra cultura, la curiosa pretesa che, se c’é l’amore, non ci devono essere problemi e se per caso ci sono problemi, allora deve significare per forza che l’amore non è sincero.

Vale per l’amore, ma vale anche per il cammino di fede. 

La vita di un cristiano è esattamente la stessa che la vita del non credente. Con le sue poche gioie e consolazioni, e con i suoi tanti problemi. 

Non è che perché uno è cristiano gli vengono risparmiate le sofferenze, i dubbi, le difficoltà. 

La fede non è un parafulmine contro i guai e neppure l’assicurazione della felicità in questo mondo. 

Il dubbio nella prova, vissuto dal Battista, ci spinge a riflettere sui tanti momenti difficili che anche noi incontriamo nel nostro percorso di fede.

Ma rovesciamo per un attimo la prospettiva e permettetemi la provocazione. Cosa avremmo risposto noi alle domande poste da Giovanni? Cosa avremmo mandato a dire a uno che stava rinchiuso in un carcere orribile, con la sola prospettiva della testa tagliata?

“Vedrai che te la caverai…? Perché non provi a dialogare con Erode…? Non ti arroccare sulle tue posizioni…!! cercate di venirvi incontro…!! Si risolve tutto con il dialogo…!!”

Nella Bibbia ci sono parecchi personaggi decisamente insopportabili, chiamati talvolta i “profeti di sventura”. Li chiamano così però, solo perché hanno il terribile difetto di dire le cose come stanno. Non giriamoci attorno: Giovanni proprio è uno di loro, è decisamente un profeta di sventura.

Il nostro tempo non li sopporta per il loro linguaggio troppo spigoloso, esigente. Sta di fatto, però, che nella Bibbia sono proprio i cosiddetti profeti di sventura, ad essere quelli  realmente inviati da Dio, mentre i falsi profeti sono quelli che si affannano invece a dire che va sempre tutto bene…

A noi piace molto ascoltare la voce tranquillizzante di falsi profeti che annunciano tempi di tranquillità, senza lotta; tempi di una pace che in realtà è una grande anestesia, tempi di approvazione generale e di lodi da parte della cultura mondana.

I falsi profeti hanno sempre una spiegazione tranquillizzante per tutto, ma in realtà finiscono per soffocare in noi le ragioni di una vera speranza.

Vengono chiamati profeti, ma in realtà dicono quello che dicono tutti, cantano nel grande coro del politicamente corretto e, guarda caso, non parlano mai di Gesù Cristo, neppure lo citano.

I falsi profeti prendono la parola su tutto, dalla politica al costume, dall’ambiente alla giustizia sociale, dalla pace al diaconato femminile, si appellano all’etica, ma curiosamente non parlano mai – come, per esempio, faceva Giovanni – della santità del matrimonio.

Soprattutto non parlano mai di Gesù Cristo, o se ne parlano, ne parlano come di uno fra i tanti, il cui insegnamento va letto dentro il suo tempo, che è diverso dal nostro… dentro la sua mentalità, che è diversa dalla nostra… dentro la sua epoca, che è diversa dalla nostra… 

Insomma parlano di un Cristo archeologico, che è passato, che è morto. “Gli vogliamo bene, ma è passato, è morto”. 

E così tutto appare immediatamente nuovo e pacifico: possiamo tornare a parlare di pace e amore e sposare il diavolo con l’acqua santa, il bene col male, la Chiesa con il mondo.

«Nulla ferisce la Chiesa – diceva Giovanni Crisostomo – quanto coloro che, sotto il nome di pace, nascondono la ferita della verità».

Perché alla fine restiamo soli, con i nostri turbamenti e le nostre paure.

Restiamo soli fino a quando non incontriamo davvero Gesù, che non è un personaggio del passato, uno fra i tanti, ma è il Signore: lui che solo può vincere questa storia umana che è storia di dolori e di colpe.

Ed è esattamente quello che Gesù manda a dire a Giovanni: «Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». 

Beato chi vede in Cristo non un inciampo, ma la sua forza; chi vede in Gesù non un ostacolo, ma la sua speranza, la sua guarigione, la liberazione, il riscatto, il perdono…

Ecco che cosa è la fede: è la grazia di riconoscere che – nonostante tutti i segni apparentemente contrari – Dio è realmente presente, non per dirci che va tutto bene, ma per vincere il male con il dono di sé, con la forza della sua santità.

La gioia del Natale, dunque, non è una gioia a buon mercato. Non è una parentesi sorridente in mezzo alle sofferenze e alle difficoltà della vita. «La gioia cristiana – scriveva San Paolo VI – non nasce dall’essere esenti dal dolore, ma dall’avere la certezza di essere amati» 

* * *

La Liturgia oggi ci propone anche un passo della Lettera di san Giacomo, che si apre con questa esortazione: «Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore». 

Oggi non va molto di moda parlare della costanza o della pazienza: sembrano parole vecchie, parole da nonni brontoloni. 

L’Avvento ci chiama a lavorare sulla tenacia interiore, quella resistenza dell’animo che ci permette di non disperare nell’attesa di un bene che tarda a venire, ma di aspettarlo, anzi, di prepararne la venuta con fiducia operosa.

«Guardate l’agricoltore, dice ancora san Giacomo. Egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina» 

Il paragone con il contadino è prezioso: chi ha seminato nel campo, ha davanti a sé alcuni mesi di paziente e costante attesa, ma sa che il seme nel frattempo compie il suo ciclo, grazie alle piogge di autunno e di primavera. 

Il contadino non è un fatalista, ma è modello di una mentalità che unisce in modo equilibrato la fede e la ragione: da una parte, conosce le leggi della natura e compie bene il suo lavoro (ragione), e, dall’altra, confida nella Provvidenza, perché alcune cose fondamentali non sono nelle sue mani, ma nelle mani di Dio (fede). 

Se le vicende della vita ci fanno sentire smarriti e ogni certezza sembra crollare, abbiamo in Cristo una bussola per trovare l’orientamento, abbiamo un’ancora per non andare alla deriva. 

Gesù non manda a Giovanni Battista un messaggio pieno di emoticons, di faccine sorridenti; non gli racconta di un mondo bello che non esiste. Ma gli annuncia che Dio è vicino: nonostante le tante apparenze contrarie è già iniziata la guarigione, il riscatto, la risurrezione, la vita.

«Gesù dorme nella barca, – diceva santa Teresina – ma è nella barca. Ed è tutto quello che importa».

Dio è vicino, è con me, è con noi, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Sì, sono le parole nuziali dell’amore, l’amore di un Dio che si è legato a noi in eterno.

Forse anche noi, come Giovanni, oggi non capiamo tutto.

Forse non vediamo ancora i frutti di tanta nostra vita.

Ma una cosa ci basta: Cristo è con noi nella barca. 

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