Quarta domenica di Avvento A
La liturgia di questa domenica prenatalizia ci ha offerto, come seconda lettura, i primi versetti della lettera di San Paolo ai Romani.
Quello che abbiamo ascoltato oggi è il brano iniziale, proprio i primi importanti versetti che comprendono, come nell’uso antico, i nomi e le qualifiche di mittente e destinatario.
In poche righe, Paolo enuncia i contenuti essenziali di questo vangelo che predica ed è proprio qui che troviamo qualcosa di sorprendente.
Il Vangelo annunciato da Paolo riguarda infatti «il Figlio, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza (…) in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore».
Se dovessimo sottoporre san Paolo solo per questa frase isolata ad un esame di catechismo, dovremmo sicuramente bocciarlo, perché dice che Gesù è nato dalla discendenza di Davide ed è stato costituito Figlio di Dio; mentre noi, per fede, sappiamo che è esattamente il contrario! Gesù non è un uomo che è diventato Figlio di Dio, ma è il Figlio di Dio che si è fatto uomo.
Ogni passo della Scrittura, però, va sempre letto insieme con tutta la Scrittura e anche queste parole di Paolo, in un punto – tra l’altro – molto solenne di una lettera tanto impegnativa, va compreso alla luce di tutta la Rivelazione.
Ma allora perché Paolo si esprime in questi termini? Potremmo dire che in questo incipit della lettera ai Romani, l’apostolo vuole riportarci al cuore della fede non partendo dalle sue conclusioni, ma partendo dall’esperienza concreta dell’incontro con Cristo.
Per rivelarsi al mondo, Dio non ha voluto comunicare un “pacchetto di dogmi”, “all inclusive”, “chiavi in mano”, ma ha voluto entrare nella storia dell’uomo, nella nostra storia, rivelandosi gradualmente proprio attraverso l’esperienza del popolo dei credenti.
Non c’è ombra di dubbio sul fatto che Gesù è il centro e il cuore della nostra fede… ma nella realtà, come lo abbiamo conosciuto? e come abbiamo potuto credere in lui?
Quando colui che per fede sappiamo essere «Dio da Dio, luce da luce, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre» è entrato nella vita dei discepoli, questi hanno visto prima di tutto un uomo, uomo in tutto, con il suo volto, il suo nome, la sua voce, la sua intelligenza, la sua volontà.
Pietro e Andrea lo hanno incontrato sulle rive del Mare di Galilea e senza poter conoscere tutto di lui, hanno riposto in lui così tanta fiducia da seguirlo sempre e da camminare dietro di lui.
Quel rabbi di Nazaret era una persona sicuramente straordinaria, compiva miracoli, conquistava il cuore della gente con la forza della sua parola, ma camminava, si stancava, mangiava e dormiva come un uomo, come tutti.
E sugli eventi successivi a quell’incontro, anche a distanza di anni, nessuno avrebbe mai più potuto togliere dal cuore e dalla testa dei discepoli il ricordo del terribile scandalo del tradimento, dell’arresto, della condanna, della tremenda passione da lui subita, della sua fine angosciante.
Morto neppure come uomo, ma calpestato come un verme.
Pur con tutti i segnali di luce che traspaiono dalla sua persona, l’incontro con Gesù non è l’incontro con un dogma, ma l’incontro con una storia, oltretutto una storia – con buona pace – di fallimento.
Ecco, con questo incipit della lettera ai Romani, Paolo ci restituisce con verità il cuore della nostra fede partendo non tanto da come Cristo è in se stesso (cioè il Dio fatto uomo), ma da come ci è stata data la possibilità di conoscerlo: quell’uomo – veramente uomo – nato dalla dinastia di Davide e addirittura morto condannato sulla croce, solo ora lo ri/conosciamo per la fede come “il vivente”, “il Figlio di Dio con potenza”, il “Signore”, Dio.
È questo che rende il cristianesimo qualcosa di assolutamente unico: il cristianesimo, prima di essere una religione è un fatto, un avvenimento; è una persona, una storia, un volto, una voce che entra nella nostra vita e ci sollecita ad andare oltre, a risalire all’origine, a riconoscere che Dio si è fatto vicino, accessibile; che il suo amore mi riguarda, mi tocca, mi chiama.
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Proprio in questo orizzonte – non dall’alto in basso quindi, ma dal basso verso l’alto – accogliamo anche la pagina evangelica. Narra come avvenne la nascita di Gesù, ponendosi dal punto di vista di san Giuseppe.
Anche per Giuseppe, l’incontro con il Figlio di Dio salvatore è anzitutto una storia umana, storia di famiglia, la sua storia.
Giuseppe era il promesso sposo di Maria, la quale, “prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo” (Mt 1,18).
Questo uomo giusto, si trova improvvisamente davanti a ciò che in quel momento appariva umanamente come un dramma, un dilemma: la sua promessa sposa era incinta.
Per arrivare al cuore di quanto accade è necessario che Giuseppe si arrenda alla luce della fede.
È perfino divertente pensare al modo che Dio sceglie per condurre progressivamente Giuseppe alla verità nascosta di quegli accadimenti.
Giuseppe non dovrà studiare, non dovrà escogitare qualche via d’uscita, cercare le persone migliori per risolvere tutto umanamente: Giuseppe dovrà solamente dormire. Dio parla a Giuseppe in sogno, per manifestare che l’iniziativa è esclusivamente sua.
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La storia, la vita, dunque, è il luogo concreto nel quale Dio progressivamente si rivela, in proporzione alla nostra capacità di riconoscerlo. La storia non è mai sbagliata.
Per Giuseppe fu la storia di una grande solitudine di fronte ad accadimenti che non poteva capire; fu la storia di una grande povertà alla quale fu costretto nonostante il suo retaggio nobiliare; fu la storia di perfino di un rischio mortale, di una fuga, di un esilio.
Per Paolo fu la storia di una appassionata ricerca religiosa, ma anche l’incontro con una luce che per prima cosa lo buttò a terra, lo isolò dal suo mondo, lo spinse nel deserto, lo circondò di incomprensioni, anche – come scriverà egli stesso – «da parte di coloro che si definiscono fratelli e non lo sono».
La storia non è mai sbagliata. La grande scoperta della fede non avviene nella comunità ideale, nella situazione ideale, con le persone e le guide ideali: ma nella comunità concreta, nella situazione concreta, con le persone e le guide che trovi.
Noi conosciamo Cristo attraverso la concreta umanità della Chiesa, con la sua bellezza ma anche con i limiti evidenti delle sue istituzioni, delle sue parrocchie e delle sue espressioni concrete.
E se il nostro cuore è disposto ad accoglierlo, ri/conosciamo il Figlio di Dio nella grazia soprannaturale del perdono, della misericordia, della salvezza che arrivano a noi proprio tramite questa concreta, fragile umanità della Chiesa.
Accogliamo Gesù come vero uomo, ma non come un opinionista, una voce tra le tante: si è fatto tanto vicino a noi, fino a morire come noi, ma non per restare prigioniero del passato, un morto in più tra i tanti morti della storia, ma per salvare il mondo dal male e dalla morte.
Gesù di Nazaret non è un frutto della evoluzione naturale della specie umana, l’ultimo anello di una lunga catena di genealogie umane, ma un dono soprannaturale: è Dio stesso che visita il suo popolo.
Gesù è il grande sogno che aveva spinto Abramo a partire per un paese sconosciuto.
Gesù è la vera terra promessa che Mosè aveva solo intravvista dal Monte Nebo.
Gesù è la casa di Dio in mezzo agli uomini, quella grande casa, che Davide aveva sognato di costruire.
Gesù è il figlio della Vergine di cui avevano parlato i profeti.
Gesù di Nazaret, uomo concreto nato dalla dinastia di Davide nel peggior momento della storia, è il nostro grande Dio; è l’unica nostra speranza di salvezza.
