genealogia: quanti pasticci

Natale – Messa vespertina della vigilia

La ricca liturgia di questo giorno così solenne nel quale riviviamo il sorgere nel mondo di Cristo, sole di giustizia, prevede quattro distinte celebrazioni eucaristiche, delle quali stiamo vivendo in questo momento la prima, nella sera della vigilia. 

Quella di questa sera, potremmo dire è la celebrazione che riassume tutto il tempo dell’Avvento, quel “già e non ancora” che in questo momento sperimentiamo in modo evidente: siamo dentro la solennità del Natale, ma non ancora nella sua pienezza, così come siamo già illuminati dalla luce della fede, ma ancora non l’abbiamo accolta pienamente nella vita.

L’antica orazione liturgica da voce proprio al senso di questa attesa della festa orientata al compimento di tutte le cose: «concedi (o Padre) che possiamo guardare senza timore, quando verrà come giudice, il tuo unigenito Figlio che accogliamo in festa come redentore».

È già venuto come redentore colui che un giorno verrà come giudice. Lo accogliamo in festa, non tanto per proclamare un giorno di baldoria, ma per sperimentare quella gioia santa che “è nostro dovere e fonte di salvezza”. 

Chi ricerca durante tutta la sua vita la gioia di accogliere realmente Gesù come redentore, non avrà timore di accoglierlo un giorno come giudice.

Merita tutta la nostra attenzione la pagina evangelica che è stata proclamata. È la prima pagina del Vangelo secondo Matteo, contenente l’elenco di tutte le generazioni che connettono l’avvento del Messia alla fede di Abramo, il padre di tutti i credenti.

Ripercorrendo questi nomi è come se facessimo scorrere tutta la storia che camminava più o meno consapevolmente verso il Messia.

È storia di santità, ma anche di peccato. Storia di desiderio, ma anche di meschinità e di ingiustizia. Non è una storia idealizzata né tanto meno idealizzabile. Come vedremo, nella scelta dei nomi da citare, l’evangelista non fa sconti.

C’è quel rilievo un po’ complicato del ritmo delle 14 generazioni ripetuto per tre volte che ha un certo interesse e merita di essere un poco decifrato nel suo significato spirituale.

San Matteo vuole trasmetterci la sensazione che nonostante i tortuosi passaggi delle vicende evocate da molti di questi nomi della genealogia, la storia abbia comunque un ordine, una direzione; risponda a un disegno, alla volontà di Dio.

Se poi vogliamo entrare ancora nel segreto di questi numeri – secondo una consuetudine molto amata dalla cultura ebraica – possiamo ricordare che 14 per 3 equivale a 7 per 6, dove sette è il numero perfetto, il numero di Dio e 6 è il numero dell’imperfezione, il numero dell’attesa, il numero dell’uomo.

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Gran parte della catena delle genealogie è legata alle vicende della dinastia di Davide; anche il numero 14 lo richiama essendo la somma delle lettere del suo nome viste come numeri. Proprio a Davide Dio aveva promesso per mezzo del profeta che il suo trono su Israele sarebbe durato in eterno.

In realtà gli idilli della storia monarchica di Israele sono durati pochissimo. Era costante tra i sovrani del popolo la tentazione di dimenticare che il Regno appartiene solo a Dio e che nessuno può usurparne il posto.

Quasi di ogni re davidico si dice nella Bibbia che “fece peggio di tutti i suoi padri”… 

Per questo resta sempre viva tra i figli di Abramo, soprattutto tra i poveri e i veri credenti, l’attesa di un consacrato, un re promesso da Dio – il Messia – che avrebbe liberato Israele da ogni schiavitù e oppressione.

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Possiamo notare che nella lista delle generazioni, appaiono solo i nomi di quattro donne, che non sono le quattro matriarche (Sara, Rebecca, Lia e Rachele) così importanti nella storia di Abramo, Isacco e Giacobbe, cioè dei primi patriarchi. 

Se nella genealogia fanno irruzione alcuni nomi femminili è per segnalare qualcosa di anomalo che attira la nostra attenzione.

Tamar: era una nuora di Giuda, uno dei 12 figli di Giacobbe, dalla cui tribù sarebbe venuto Davide e poi il Messia. Tamar era stata data in sposa al primo e poi al secondo dei figli di Giuda che non solo la maltrattarono, ma in modo particolarmente odioso non le diedero figli, impedendole così – rimasta vedova di entrambi – di avere parte ai beni della famiglia. Con uno stratagemma non proprio edificante, Tamar si unì allo suocero Giuda per avere un figlio. 

Rahab: era una prostituta cananea di Gerico. Quando gli Israeliti stavano iniziando la conquista della terra promessa dopo la fuga dall’Egitto, mandarono alcuni esploratori in avanscoperta a Gerico che vennero accolti e protetti proprio da questa donna. Racab entra dunque nella storia di Israele come la prima salvata tra i pagani. E  davvero Gesù potrà dire un giorno: “le prostitute vi passeranno avanti nel Regno dei cieli”.

Rut: la sua è la storia gentile e commovente di una donna straniera che rimasta vedova si lega alla suocera ebrea e ne condivide la sorte, divenendo così – da pagana – la bisnonna del grande re Davide.

Da ultima, la donna che non viene neanche citata per nome, ma identificata come “quella che era stata la moglie di Uria”: in questo modo l’evangelista sembra voler tenere esposta del tutto la ferita. Si tratta di una vicenda veramente fosca che vede il santo Re Davide dare il peggio di se stesso, facendo uccidere il suo fedele soldato Uria, per soddisfare la sua passione; una storia nefanda di adulterio con omicidio, storia di vigliaccheria, di inganno.

In questo modo ci è dato di toccare con mano come l’azione divina passa attraverso il gioco della storia così com’è, estranea e perversa, farcita di peccato, di inganno e di violenza, perfino incesti; una storia segnata da lussurie, infedeltà e anche omicidi.

La storia della salvezza si intreccia con i lutti, le cattiverie e le astuzie dell’uomo. Nessuna vicenda, per quanto oscura e ingarbugliata, è estranea al sangue del Messia. Dio non è schizzinoso! Ama questa umanità, non una migliore. Perché è sua!

Infine, la catena delle genealogie subisce un sussulto assolutamente inatteso: dalla ripetizione infinita del verbo all’attivo (generò… generò… generò…) all’ultimo anello con quel misterioso verbo al passivo “fu generato”, un passivo che nella consuetudine ebraica era la modalità per sottintendere l’opera di Dio.

Gesù non è il frutto di una catena evolutiva. Tutta la storia dell’uomo è l’attesa che Dio intervenga. La generazione di Gesù nella carne è l’irrompere di Dio nella nostra vita.

C’è chi ha notato che le generazioni sono in realtà 13, 14 e 13, perché di Abramo non si dice da chi sia stato generato, né di Gesù si dice che abbia generato, per dire che si tratta di una storia aperta da un lato e dall’altro: da una parte, la misteriosa ma reale paternità di Dio che sta al principio di tutto e che Cristo è venuto a rivelare, e dall’altra la rigenerazione a figli che lo stesso Signore è venuto a trasmetterci con l’offerta della sua vita. 

È il dono grande che iniziamo a celebrare. È la storia nuova che questa notte ricomincia. Poter diventare ciò che per natura non siamo: “figli di Dio”. 

È il compimento delle promesse dell’Altissimo.
È il Natale del Signore.
È l’inizio di una storia nuova 

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